Federico Condello, liceo classico per tutti

Michele Emmer

Nel 1990 fu fondata una rivista che non durò a lungo. Si chiamava “Licei, rivista dell’educazione liceale” era diretta da Aldo Lo Schiavo e del comitato scientifico facevano parte sia umanisti sia scienziati. Tra gli altri Carlo Bertelli, Gerardo Bianco, allora ministro della Pubblica Istruzione, Bruni Gentili, Tullio Gregory, Francesco Melchiorri, Mario Petrucciani. Sin dalle prime riunioni preparatorie per dare forma alla rivista si era discusso del tema dell’allungamento della vita delle persone, del fatto quindi di cercare di allungare anche la durata della formazione scolastica per far accedere alla cultura in modo più approfondito il maggior numero di studenti possibili, di non accorciare con le divisioni degli indirizzi scolastici la necessità per i più giovani di scegliere il loro indirizzo di lavoro futuro. E inevitabilmente la discussione portava a parlare del liceo classico, che quasi tutti i membri del comitato avevano frequentato. E l’utopia che compariva sempre nelle discussioni era di poter convincere sempre più studenti a frequentare il liceo classico. Il motto non scritto era “Liceo per tutti, meglio se classico”.

In uno degli editoriali che apriva uno dei numeri della rivista si legge: “La nostra tradizione scolastica ci lascia il modello prestigioso del liceo classico, un modello pedagogico che non teme confronti internazionali, tuttora insuperato (pur se bisognoso di alcuni adeguamenti). Il vecchio liceo classico rappresenta tuttora il modello esemplare di tutti i possibili tipi di liceo proprio perché, come nessun altro corso d’istruzione secondaria, è coerentemente incentrato su una particolare dimensione del sapere, su uno specifico sapere.” Il paragrafo era significativamente intitolato “Il classico, modello esemplare per altri licei”. Parole di quasi trenta anni fa. I miei ricordi del liceo, classico, risalgono a più di cinquanta anni fa.

Non potevo non essere attratto dal libro La scuola giusta. In difesa del liceo classico scritto da Federico Condello. Era ancora così? I ricordi erano ancora plausibilmente veritieri? Aveva ancora un suo fascino, e utilità, il liceo classico dei sogni di allora? Senza dimenticare che la mia strada del liceo classico era segnata visto che nel periodo in cui dovevo scegliere quale scuola frequentare, quale liceo, Luciano Emmer realizzava il film Terza liceo che avrà un ruolo fondamentale nella mia scelta.

Questo libro non è un’apologia del classico e nemmeno del liceo classico….Chi intende liquidare il liceo classico deve sapere che cosa rischiamo di perdere: chi intende riformarlo deve avere alternative credibili; chi ne diffida a priori, come chi a priori lo idolatra, deve chiedersi perché.” Fin dal titolo è chiaro come la pensa l’autore.

Il liceo classico è stato uno tra i più estesi e impressionanti esperimenti di democrazia formativa e culturale tentati nell’Italia e nell’Europa moderne…Per questo sembra ancora a molti e a molti altri ciò dispiace, l’emblema di una scuola che vorremmo insieme pubblica e ottima”.

Si potrebbe avere da queste frasi inziali del libro l’idea che quelle che vengono esposte sono delle riflessioni molto personali sul liceo classico. Nulla di tutto questo. Condello vuole fornire gli elementi per arrivare a farsi un’idea più precisa del liceo classico. Comincia a tracciarne la storia, chiarendone il molto parziale legame con la riforma Gentile del 1923, parla della nascita del nome, e arriva alle “aride cifre” senza le quali si parla del tutto a vuoto. Riporta i numeri che riguardano le iscrizioni, le scelte per i diversi tipi di scuole con dati anche molto recenti del 2016/17. E non solo le cifre indicano che il classico è oramai una scuola di nicchia ma “il liceo classico ha perso il suo prestigio presso i ceti che più costantemente lo hanno alimentato.” Il libro ripercorre la storia del liceo ricordando sempre che “ogni querelle sull’istruzione classica nella misura in cui pone espressamente il rapporto tra scuola d’élité e istruzione di massa, è più che mai una questione politica.” E nelle più di 250 pagine sono tantissime le citazioni delle diverse opinioni, sempre confrontate con i dati, le aride cifre disponibili, per cercare di costruire un quadro quanto mai realistico di come l’idea del liceo classico si è venuta evolvendo e mutando. Compreso un esame approfondito delle diverse riforme scolastiche sino alle più recenti. Un ruolo importante nella storia hanno gli amici ma soprattutto i falsi amici, quelli che esaltando il liceo classico ne vogliono in realtà la rovina. Compreso l’elogio del sapere inutile, che questo dovrebbe essere il ruolo di un vero liceo classico per alcuni. E dell’accentuato carattere di scuola di élite per solo futuri umanisti, una scuola per sempre meno studenti. Nella seconda parte arrivano i giudizi sulla “scuola giusta”. I titoli dei capitoli “Un liceo nato fascista?”, “Un liceo per umanisti (Cioè vecchio, frivolo e peggio)”, “Un liceo disumano? (Troppa grammatica, ben poca humanitas)”, “Un liceo di classe? Qui è il punto più importante)” E si scopre che la percentuale di studenti diplomati al classico che non si iscrivono all’università o abbandonano al primo anno è del 18,42%, percentuale di poco superiore allo scientifico, molto superiore per i diplomati al liceo delle scienze umane. “Non è improprio dire che scuole autenticamente aperte appaiono oggi soprattutto il liceo classico e scientifico.” E si scopre che, pur se il liceo classico mantiene indubbi tratti d’elitismo, se è percentualmente più alto che altrove il tasso di studenti fortunati per capitale economico e culturale, la percentuale di figli con genitori laureati e appartenenti all’alta borghesia che scelgono lo scientifico è doppia rispetto al classico.

Una piccola parte del libro è dedicata al fatto che non è per nulla vero che coloro che s’iscrivono al classico scelgono poi carriere non scientifiche. Anzi. Per esempio il mestiere di matematico. Molti miei colleghi matematici hanno studiato al liceo classico. Alla metà degli anni ottanta in alcuni corsi di Analisi Matematica alla Sapienza di Roma facemmo per 4 anni dei test agli studenti che tra l’altro per la prima volta avevano accesso ai personal computer, Olivetti che allora erano meglio degli IBM. (Ma la lungimiranza del capitalismo italiano….) I risultati indicavano chiaramente che quelli che riuscivano meglio in percentuale erano gli studenti del liceo classico, pur essendo ovviamente numericamente molti inferiori a quelli dello scientifico e degli istituti tecnici.

Impossibile dare conto delle tante notizie e riflessioni interessanti del libro. Anche se, forse, le pagine dedicate ai problemi, alle mancanze dei licei classici, sono numericamente superiori a quelle dedicate ai pregi, pregi che alle volte si perdono nel discorso. Non si può non condividere il finale del libro.: “Il liceo classico, una scuola che continua a democratizzare un capitale simbolico che è stato per generazioni appannaggio di poche élite, e che oggi, quando la domanda d’istruzione interessa oramai l’assoluta maggioranza della popolazione italiana – si vorrebbe tornare a segregare, riservandolo a pochi o pochissimi…Se il liceo classico non potrà mai essere la scuola di tutti, per queste ragioni può essere e deve essere la scuola di tanti. E per queste ragioni avrà a cuore il liceo classico non chi ha a cuore il greco e il latino, ma chi ha a cuore una scuola giusta.”

Federico Condello

La scuola giusta. In difesa del liceo classico

Mondadori

pp. 263, euro 18

È possibile acquistare questo testo in tutte le librerie e su ibs.it.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.