Signori, siete pronti?

Piero Del Giudice

La recente scomparsa di Pierre Carniti (Castelleone, 1936 - Roma, 5 giugno 2018) ha proposto qualche sua inerte biografia. Sembrerebbe allora ovvia la vita politica vissuta di questo sindacalista, subito, in poco tempo, poi archiviato nel sistema. Fu un'apparizione in realtà, una meteora. L'origine contadina nel colore della pelle scura come è nelle campagne della Bassa, forte oratore, anzi tribuno, appare sulla scena delle lotte operaie nel biennio 68-70, segretario dei metalmeccanici Cisl, costola migliolina (Guido Miglioli, le leghe bianche) del tandem con Bruno Trentin. Ricordava agitatori come 'Pepu de la passerina' (Giuseppe Barbiani) di Spineda che conduce le lotte bracciantili e mezzadrili fine Ottocento e primi decenni del Novecento nel cremonese 'con predicazione evangelica' e saltellante (come un passero).

Carniti, Trentin, guidavano o erano guidati dal movimento dei delegati di reparto di fabbrica – di quartiere, di laboratorio, di ufficio –, quel lampo di un anno e pochi mesi di democrazia reale che – a fine anni Sessanta – fa emergere dal fondo della fabbrica, dal buio dello sfruttamento cieco, la grande balena che sfiata grande dell'intelligenza operaia collettiva contro il Leviatano della borghesia e del suo Stato. È il momento topico, l'assemblea dei delegati è il luogo della elaborazione politica, della visione complessiva della società, della progettazione di un graduale 'vogliamo tutto'. Le fabbriche, ma soprattutto le piazze sono animate e presidiate da segmenti sociali (tecnici, studenti, lavoratori dell'industria editoriale e della informazione, proletariato intellettuale) si compattano alla guida degli operai metalmeccanici - assertivi, dinamici, perentori nella difesa della fabbrica come proprio territorio - così come ragionevoli e consapevoli nelle discussioni assembleari - intervento dopo intervento - sulle grandi riforme. E tuttavia dobbiamo tornare a leggere Vittorio Foa de La Gerusalemme rimandata, quando questo intellettuale del secolo scorso va in Inghilterra per studiare le cadenze del movimento operaio inglese, la formazione dei delegati lì e le lotte lì: «“Are you ready? Gentlemen, are you ready?” chiedeva Lloyd George ai capi del sindacato nel 1919, all’indomani dei grandi movimenti operai che paralizzarono il Regno Unito. “Voi avete vinto” disse il capo di governo inglese “noi non abbiamo nessuna forza, nei campi militari abbiamo gli ammutinamenti, la polizia è completamente insicura, gli industriali sono presi dalla paura, se voi fate lo sciopero avete vinto. Siete pronti? Signori siete pronti?”. “In quel momento – dichiarò poi il capo dei minatori – capimmo di aver perduto”».

Pronti a cosa? Pronti a modificare lo stato presente delle cose? Pronti a passare dalla preistoria alla storia? Pronti a gestire il magma dei flussi sociali in atto? L'economia, lo sbandamento culturale? Non ci fu repressione frontale dello Stato sul movimento del '68 (servizi deviati sì, Banca dell'Agricoltura sì, Merlino sì e presto eroina sì) anche quando l'opzione di un Paese gestito e condotto da consigli dei delegati operai - direttamente eleggibili e revocabili, ivi sussunto il proletariato intellettuale - sembrò a un passo dal diventare realtà (fabbriche, cascine, scuole, giornali, case editrici, caserme, carceri). La repressione viene delegata al partito comunista e ai suoi quadri interni al movimento, l'archiviazione dei transeunti tribuni alle strutture gestite dalla democrazia cristiana e dai socialisti. Ma adesso riflettendo, come mai tanta emozione per quei mesi o poco più, così - sembrerebbe - lontani? Poteva prendere forma allora, insieme al 'dominio' tribunizio, una forma-paese, un profilo culturale da chiamarsi con il nome che si preferiva ma anche italiano, in grado di scambiare con le altre culture, da sentire un campo proprio, fuori dalle autoctonie e province ma sussumendo province e casolari in una visione grande del mondo - così in grado di reggere l'urto delle ancora in salute cortine dirimpettaie e sistemi nazionali indotti.

Perché oggi siamo di nuovo a un punto di svolta. Il governo plebeo intrecciato tra nuovo proletariato (5stelle) e piccola borghesia latrante (Lega) è il fatto nuovo e forse è obbligato, è giusto lavorare a una intelligenza collettiva, a un progetto, per rispondere alla domanda d'obbligo “Are you ready? Gentlemen, are you ready?”.

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