Prato Pagano in mostra

Andrea Cortellessa

«Prato pagano» e gli anni Ottanta in poesia è la prima mostra organizzata da Spazi900, il nuovo museo della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma dedicato alla letteratura italiana contemporanea. Protagonista di questa prima mostra – inaugurata lo scorso 7 giugno e visitabile sino al 13 ottobre – è la poesia degli anni Ottanta, raccontata attraverso l’esperienza della rivista romana «Prato pagano», i cui complessivi nove numeri (più quattro di un omonimo Almanacco) uscirono in due serie fra il 1980 e l’87, nella direzione di Gabriella Sica per le edizioni Abete.

In una nota così veniva spiegata la scelta del titolo: «Pagus è il villaggio e paganus è tutto ciò che gli appartiene. Ma il prato pagano è il luogo che traccia i confini tra villaggi, e coloro che vi abitano si ascoltano sospesi, fermi su quella frattura che prende forma e colore, proprio come una ferita, un taglio rosso…». Sulla quarta di copertina del secondo numero si legge che la rivista «allarga lo spazio nuovo per le voci che oggi scrivono. Il tragico, la follia e il sogno dell’innocenza abitano questo spazio molteplice e necessario. E intanto la ricerca in atto ritrova l’ipotesi del laboratorio di scrittura e “si muove” per una letteratura degli anni Ottanta». Parole d’ordine della rivista sono il ritorno alla tradizione per un nuovo inizio, il rapporto con la natura e con la lingua e il realismo del quotidiano.

Ai testi del nucleo iniziale – composto, oltre che da Sica, da Paolo Prestigiacomo e Michelangelo Coviello – si affiancano testi degli autori più assidui – Valerio Magrelli, Beppe Salvia, Claudio Damiani e Gino Scartaghiande – e quelli altrettanto significativi di autori che pubblicano una sola volta. Fra i giovani autori tenuti a battesimo da «Prato pagano» si ricordano Edoardo Albinati, Silvia Bre, Luca Archibugi, Antonella Anedda, Marco Papa, Paolo del Colle, Giuliano Goroni, Giselda Pontesilli e Nadia Campana, della quale vengono pubblicate postume le poesie Le prime cose, scelte da lei stessa. Nell’ultimo numero, uscito nel dicembre dell’87, si incontra anche il nome di Valentino Zeichen.

Nella Sala 1 della Biblioteca sono esposti i fascicoli della rivista, i volumi della collana «Il Melograno» sua emanazione, autografi e opere visive del caposcuola Beppe Salvia (morto suicida a trentun anni – esattamente come Nadia Campana – nell’85), le fotografie di Dino Ignani degli autori all’epoca pubblicati e della festa all’Orto Botanico del 20 giugno 1985, che rappresentò il momento più alto di questa stagione letteraria ed editoriale così tipica di Roma. Alla conclusione della mostra, i materiali esposti verranno donati alla Biblioteca.

Di seguito si riproducono il breve articolo con cui Antonio Porta, nell’ottobre dell’81, presentava la rivista ai lettori della prima «alfabeta», e una delle immagini in mostra: la fotografia allegata in calce a Estate di Elisa Sansovino. Nuova edizione a cura di Beppe Salvia, il primo «Quaderno» di «Prato pagano» (si trattava in realtà di una finzione letteraria di cui autore era Salvia stesso; quel libro era la sua prima raccolta poetica, preparata lui stesso in vista della pubblicazione, destinata però a uscire postuma).

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Autentica passione

Antonio Porta

Il terzo numero di Prato pagano, l’almanacco letterario curato da Gabriella Sica, conferma un’impressione favorevole, soft e hard nello stesso tempo: il soft consiste nella gradevolezza dell’insieme, che è il frutto di una qualità «media» dei testi piuttosto elevata (non si avvertono vuoti d’aria né si precipita in trappole puntute); l’hard invece è il fondo resistente su cui l’almanacco si basa, che è costituito, mi pare, da una convinzione di resistenza della scrittura, nelle sue più libere articolazioni; con la resistenza intendo l’irriducibile affermazione della dignità e della necessità dello scrivere letterario.

Gli autori di Prato pagano sembrano non curarsi poco delle vicissitudini del mercato editoriale e si curano invece moltissimo delle forme dei loro contenuti. Mi paiono esemplari in questa direzione la serie Il falso piano di Valerio Magrelli, il Bestiario di Paolo Prestigiacomo, e le lievissime, tenere e taglienti poesie di Gabriella Sica, Bruciasse almeno la mia vita.

Occorre ricordare che la collana «Il melograno», oltre l’almanacco, con il suo titolo che inclina verso il piacere della letteratura, ci ha riservato molte altre perle (considerate «marginali» dall’editoria cosiddetta maggiore) da Dostoevskij a Wilde, da George Sand a Sterne, da Gozzano a Segalen, e poi Madame De Staël, L’influenza delle passioni sulla felicità, Gustave Flaubert, Memorie di un pazzo, Edgar Allan Poe, Marginalia.

Questo il contesto, e sembra suggerirci che il piacere della letteratura nasce da autentica passione.

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