L’uomo è l’unico animale in grado di dire che l’uomo è l’unico animale in grado di dire che l’uomo è l’unico…

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Aristide Maselli

C’è una pubblicità televisiva di qualche anno fa che mi torna in mente ogni volta che penso a Wittgenstein. È la pubblicità di una merendina, ma all’inizio si vedono solo due camionisti affaticati e sudati nel deserto; si fermano a un passaggio a livello, ma il treno non arriva, allora scendono per vedere che succede, il paesaggio è da allucinazione, sui binari passa un pinguino che fa andare un carrello. “Squeck squeck!”, fa il pinguino – “Squeck squeck!”, risponde pronto uno dei due umani. I quali poi si guardano, deducono di aver bisogno di una pausa rinfrescante, e aprono la cella frigo del camion, ristorandosi con lo snack di cui è inutile vi dica il nome, a questo punto. Snebbiata la mente, un camionista fa all’altro, quello che aveva risposto al pinguino: “Ma che vi siete detti?”. E lui: “Squeck squeck!”.

La frase di Wittgenstein è quella famosa: “Se un leone potesse parlare, non lo capiremmo”. Ora io non voglio fare la fine di quelli che su Amazon lasciano una stella a Joyce perché non sa usare le virgole, però mi pare che stavolta il grandissimo pensatore tedesco abbia toppato. Non lo capiremmo? E certo! È esattamente questo il motivo per cui non può parlare. Il leone non parla, ruggisce. Proprio come il pinguino fa squeck (almeno quello della pubblicità). E dietro il ruggito non ci sono delle parole che non riescono a uscire: perciò fanno ridere e un po’ pena quei “traduttori” dal linguaggio dei cani o dei gatti che ogni tanto saltano fuori. Quando il pinguino dice squeck, quello che vuole dire è precisamente: squeck.

Anche Carl Safina, a un certo punto di Al di là delle parole, cita la famosa frase di Wittgenstein. È quando, nelle oltre 600 pagine in cui consiste il libro, fa un breve interludio metodologico sugli errori e gli equivoci in cui cadono sia filosofi sia scienziati che parlano di animali. Di animali parla Safina: Al di là delle parole è la prima uscita della collana Animalia inaugurata da Adelphi; sono come s’è detto 600 e più pagine, ma definirle scorrevoli sarebbe poco. Entusiasmanti, coinvolgenti come un documentario cinematografico, anzi di più, come una esperienza vissuta in prima persona. Al di là delle parole è un’opera seminale: divulgativa e rigorosa al tempo stesso; potrebbe diventare per la comprensione degli animali quello che Armi acciaio malattie di Jareed Diamond è stato per le civiltà umane: un paradigma, una pietra miliare, un testo sacro.

Stavo per scrivere, poco sopra, “civiltà animali”. E se mi sono trattenuto non è perché non lo pensi. Il problema, argomenta Safina all’inizio, è proprio che per secoli gli umani hanno antropomorfizzato, proiettato sé stessi sugli animali: bisognosi di simboli, hanno creato stereotipi (la volpe furba, l’asino sciocco…). La rivoluzione scientifica ha fatto giustamente strame di tutto ciò, ma per cadere nell’eccesso opposto: solo quel che è analizzabile e dimostrabile oggettivamente può essere detto, altrimenti si pecca, si antropomorfizza. Sono autorizzato a dire che quando torno a casa il mio cane corre verso di me e mi salta addosso leccandomi la faccia, ma guai ad affermare che “mi fa le feste” perché “è contento di vedermi”. Feste? Contento? Atteggiamento antiscientifico. Ma così ci perdiamo qualcosa; anzi, tutto.

Il fatto è che siamo tutti parenti: questa non è un’affermazione mistica, olistica, è scienza. Se andiamo abbastanza indietro, troviamo un antenato comune tra me e uno scimpanzé (7 milioni di anni), tra me e un gorilla (12 milioni), ma anche tra me e un verme nematode. Più si risale all’indietro e maggiore è stata la differenziazione che ne è seguita, quindi meno sono le cose che si condividono, a livello genetico e biologico. Ma quelle che restano in comune sono le più profonde, quelle legate alla sopravvivenza: spinta a riprodursi, a fuggire dai predatori, a prevalere sui competitori e a collaborare con i pari. Quelle che noi traduciamo come paura, rabbia, amore… le cosiddette emozioni umane. Solo umane?

Ma il punto non è neanche questo. Certo è però che noi siamo un po’ fissati con questa cosa de “l’uomo è l’unico animale che”. Che…? Che comunica? Che costruisce oggetti? Che tramanda conoscenze? Ognuna di queste convinzioni è stata, prima o poi, smontata. Ci sono delle scimmie antropomorfe in Giappone che sono state osservate costruire oggetti di pietra, e insegnare ai propri piccoli a farlo; mentre tribù della stessa specie a qualche chilometro di distanza non facevano né l’una né l’altra cosa. Questo vuol dire consapevolezza delle cose, intenzionalità degli atti, trasmissione di conoscenza; vuol dire cultura. Molte persone, qui in Italia, hanno osservato questo altro fatto: corvi che scuotono gli alberi in prossimità dei semafori, facendo cadere sulla strada asfaltata le noci, e lo fanno quando le auto si stoppano al rosso; quando scatta il verde si fermano, le macchine passano e schiacciano i gusci dei frutti; al rosso successivo gli uccelli banchettano. Anche questo non può che essere un comportamento appreso: da troppo poco tempo ci sono auto e semafori.

Io quoque, aficionado di paleoantropologia, pensavo a un certo punto di aver trovato “ciò che rende umano l’uomo”: avevo letto del ritrovamento di un fossile umano, non so più quante centinaia di migliaia di anni fa, che non aveva i denti; che non li aveva avuti da anni, nel momento in cui era morto. Il che significava solo una cosa: era stato per anni nutrito dagli altri, come facciamo noi con i nonni a cui prepariamo le pappine – normale forse qui e ora, e manco sempre, ma non per degli scimmioni preistorici. Eppure, anche questa unicità doveva cadere: ho appreso, grazie a Safina, che nel parco naturale di Samburu in Kenya alcuni elefanti sono stati osservati tenere dei comportamenti analoghi: accudire degli infermi, nutrirli, e addirittura vegliare i morti.

È semplice: quando diciamo “unici”, riferendoci a noi stessi, intendiamo “i migliori”. Abbiamo solo sostituito la creazione con l’evoluzione, il padreterno con lo zio Darwin, ma ci crediamo sempre in cima. Unici lo siamo, nel senso di diversi da tutti gli altri. Ma tutte le specie lo sono. Gli elefanti riconoscono centinaia loro simili, anche a distanza di anni: questo non solo conferma la loro proverbiale memoria, ma dice di più; dice che sono degli individui. I delfini negli anni sviluppano la capacità di emettere una serie di suoni (molti dei quali al di là della portata del nostro udito), molteplici e ben differenziati tra loro. Il fatto che non sappiamo a cosa servano non vuol dire che non servano a qualcosa, anzi tutto lascia supporre che abbiamo un significato. Ma non solo: ogni delfino nei primi anni di vita crea la propria personale sequenza di suoni, e questa una volta che si è cristallizzata viene usata dai membri del suo gruppo per richiamarne l’attenzione; ognuno sa bene qual è la sua, e si gira solo quando viene chiamato. È solo per pigrizia (o paura?) che non definiamo questa cosa per quello che a tutti gli effetti è: un nome.

I lupi vivono in famiglie allargate dalle strutture sociali talmente complesse e raffinate – basate su rapporti di forza, di parentela, di coppia – che basta l’uccisione da parte di un umano di una sola bestia per rompere l’equilibrio e mandare in malora un branco intero. Le orche – le cosiddette orche assassine, nessuna delle quali in libertà ha mai ucciso un umano, mentre molti ne hanno salvati – vivono anch’esse in famiglie, e poi in sovrastrutture più ampie composte da numerose famiglie, che si fa fatica a non definire nazioni. Gli esempi che Safina cita sono innumerevoli, e deliziosi: è una delle cose che rendono Al di là delle parole un atlante di meraviglie, che si vorrebbe infinito.

Sì d’accordo, ma al di là delle chiacchiere e dei sofismi, siamo sempre noi esseri umani i più… chiaro, no? Abbiamo creato tutto questo: i fucili per sterminare i lupi e le riserve naturali per proteggerli, gli strumenti per intagliare con raffinatezza le zanne di elefante e i mercati in cui i manufatti d’avorio vengono venduti, il computer su cui sto scrivendo questo pezzo e il telefonino su cui lo stai leggendo. Nessuno ha combinato quello che abbiamo fatto noi, nel bene e nel male. Ok. Ma a volte siamo davvero stupidi. Il lupo è intelligente: il lupo sa che basta un sottile ma profondo corso d’acqua per metterlo al sicuro da un suo simile che lo insegue; sono lontani solo pochi metri ma lui non si muove. Però se c’è un essere umano, anche molto più distante, il lupo scappa, e scappa: sa per esperienza che l’uomo è in grado di uccidere anche a grande distanza. Come ha fatto? A un bambino, per fargli capire il concetto di fucile, glielo devi spiegare per bene. Il lupo ha messo in correlazione causa ed effetto; come cavolo ha fatto?

L’orca è intelligente: riesce a capire che due uomini in barca si sono persi nella nebbia, e li scorta fino alla loro isola (anche qui: come ha fatto non tanto a trovare la strada in mare aperto, ma a sapere che quella era casa loro?). L’uomo invece: cattura un’orca che è abituata a percorrere 100 chilometri al giorno, e la mette in una vasca poco più grande di lei; le dà da mangiare del pesce, ma quando lei lo rifiuta perché la sua sotto-specie si ciba solo di mammiferi, non capisce e fa le ipotesi più strampalate; se poi con lei c’è un cucciolo, non trova di meglio da fare che separarlo dalla madre, per proteggerlo.

Teoria della mente: un altro grande mito. Neuroni specchio: idem. Perlomeno in certi casi, gli animali sembrano capire noi molti meglio di quanto noi capiamo loro. E poi: noi siamo animali razionali, gli altri puro istinto, irrazionalità. Certo certo: intanto chi è l’unico animale capace di comportamenti completamente irragionevoli e slegati dalla realtà materiale, dai fatti?

Infine, e torniamo sempre lì: l’uomo è la misura di tutte le cose. Anche tutti questi episodi e storie meravigliose che narra Safina, ci piacciono e ci stupiscono perché? Perché ci mostrano quanto siano incredibili e perfetti gli animali nel loro ambiente naturale? O perché quando si esprimono al loro meglio “sembrano quasi umani”? Mi viene in mente la frase di un famoso etnobotanico, a proposito delle più recenti scoperte sul comportamento delle piante: le quali si muovono – anche se molto lentamente – si scambiano informazioni tramite messaggi chimici e addirittura nutrimenti attraverso il terreno, e insomma fanno delle cose, non si limitano a essere, a vegetare, come si dice. Fantastico! Quindi le piante sono fantastiche quanto più si avvicinano agli animali, agli uomini? È davvero questa la loro qualità? Perché le piante sono meravigliose? Rispose Tim Plowman: They can eat light! E questo è.

Carl Safina

Al di là delle parole

Adelphi

traduzione di Isabella C. Bloom

pp. 687, euro 34

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie o su ibs.it.

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