Affamati sono i dannati

Foto di Maria Teresa Carbone

Valerio De Simone

Fu in un grande magazzino americano, nel corso di un fallimentare tentativo di comprarmi una gonna di cotone [...] che mi sentii dire che i miei fianchi erano troppo larghi per la taglia quarantadue. Ebbi allora la penosa occasione di sperimentare come l’immagine di bellezza dell’Occidente possa ferire fisicamente una donna, e umiliarla tanto quanto il velo imposto da una polizia statale in regimi estremisti quali l’Iran, l’Afghanistan o l’Arabia Saudita”. Così la sociologa marocchina Fatema Mernissi (1940-2015) in L’Harem e l’Occidente (Giunti, 2000) smascherava l’ipocrisia dietro l’assunto secondo il quale le donne occidentali sono più libere ed emancipate rispetto alle orientali. Tale tesi diviene uno dei cardini strutturali di Fame. Storia del mio corpo (Einaudi, 2018), autobiografia firmata da Roxane Gay. Alla base della scrittura vi è il celebre slogan femminista “il personale è politico”: la vita della autrice viene sezionata in tanti piccoli capitoli nei quali utilizza uno stile coinvolgente, ma che, al contempo, sembra distanziarsi dai fatti che narra, quasi fosse una terza persona ad averli vissuti rimandando, in un certo modo, alle tesi sul teatro di Bertolt Brecht.

Questa – scrive Gay - non è la storia di un trionfo, ma è una storia che chiede di essere raccontata e merita di essere sentita”. Infatti, come la stessa scrittrice raccomanda, non si deve pensare al suo libro come a un percorso in stile “Cenerentola” al cui termine l’eroina avrà superato l’obesità assumendo i canoni estetici occidentali. Se fossimo in un film, magari nel Breakfast Club di John Hughes (successivamente Ally Sheedy ha criticato la mutazione da dark gotica a principessina che il suo personaggio realizza), tale trasformazione avverrebbe alla fine. In Fame, invece, la mutazione sarà sostanzialmente mentale e solo in minor parte fisica. Roxane Gay focalizza la nascita del suo “corpo ribelle”, espressione da lei stessa utilizzata, come conseguenza di una violenza subita in pubertà: uno stupro di gruppo ordito e guidato dal suo fidanzatino dell’epoca. La reazione dell’allora giovane è quella di mutare il suo corpo in un’armatura, rendendolo così un carapace in grado di proteggerla da ogni possibile attacco esterno.

Lo stupro, tema che ha interessato diverse opere della Gay come l’antologia da lei curata Not That Bad: Dispatches from Rape Culture (Harper Collins, 2018), viene mostrato nella sua più cupa e cruda completezza: non solo la violenza fisica e mentale, ma anche il trauma e la paura del giudizio che lascia dentro chi l’ha subito, tale da non riuscire a confessarla ai familiari per anni. L’abuso sessuale e il coraggio di raccontarlo riporta alla mente numerose opere di autrici che hanno scelto, attraverso il racconto, di riscattarsi. Virginie Despentes, Dorothy Allison (minimum Fax ha pubblicato recentemente il suo romanzo più famoso La bastarda della Carolina) e Sapphire sono alcune delle autrici che hanno rotto il silenzio infrangendo numerosi tabù, dimostrando così una grande forza e capacità narrative eccellenti. In particolar modo, Fame. Storia del mio corpo presenta molte similitudini con l’opera King Kong Girl (Einaudi, 2007) di Despentes, non solo per il tema affrontato, ma anche per la struttura narrativa. Se il testo si apre come una tradizionale autobiografia, verso la metà fanno la loro comparsa altre tipologie di scrittura: il pamphlet politico e il saggio universitario.

Dunque il corpo e il sovrappeso della protagonista sono il filo di Arianna che salda l’opera fornendole un obbiettivo militante. Questa indagine-riflessione sul suo corpo è filtrata dalla lente del femminismo, come lei stessa sosterrà: “il mio corpo e l’esperienza di muovermi nel mondo dentro questo corpo hanno plasmato il mio femminismo in modi inaspettati”. Gay, bisessuale dichiarata, non è la prima ad affrontare la questione del sovrappeso in ottica femminista, si pensi a Susie Orbach che nella seconda metà degli anni Settanta pubblicò Fat is a Feminist Issue (Berkley Publishing Corporation, 1978), tentando di aprire alla rivalutazione dei corpi e allo smantellamento dei canoni tradizionali di bellezza. Anche Naomi Wolf, in Il mito della Bellezza (opera fuori catalogo da anni ritenuta, insieme a Contrattacco la guerra non dichiarata alle donne di Susan Faludi, fondativa della terza ondata femminista) dedicava un complesso e ricco capitolo alla relazione corpo-cibo evidenziando come le donne siano oggetto di un sistema mediatico volto a ridurne l’autostima per soggiogarle.

Altro aspetto che l’autrice pone come aspetto fondamentale della sua identità è l’essere “nera”, più precisamente figlia di immigrati haitiani, elemento che, insieme al suo peso e al suo genere, la portano a essere screditata. Scrive a tal proposito: “siccome ero una studentessa nera di una famiglia ragionevolmente benestante e venivo niente po’ po’ di meno che dal Nebraska, i compagni bianchi non sapevano cosa farsene di me. Ero un’anomalia, non corrispondevo alla loro idea preconcetta di persona di colore”. Gay così in questo efficace passaggio svela come l’identità nera per i bianchi sia strettamente legata all’appartenenza a una classe sociale povera. Dunque lei diviene un qualcosa di non identificabile e come tale lasciata a margini della gerarchia scolastica.

Pur presentando una critica dura della società americana – le cui basi affondano nel razzismo, nel classismo e nel sessismo – questo non la fa mai chiudere con la cultura mainstream. La prova è la sua passione per la serie di romanzi adolescenziali firmati da Francine Pascal Sweet Valley High (in Italia edita da Mondadori e dalla quale fu tratta una omonima serie televisiva) che le forniscono la possibilità di sognare un altro mondo possibile nel quale ottenere un riscatto.

L’interessarsi a fenomeni culturali “pop” (insieme alla poetessa Yona Harvey ha scritto World of Wakanda, spin off del fumetto Black Panther) è stato al centro della sua prima raccolti di saggi Bad Feminist (Constable & Robinson, 2014) che l’ha consacrata internazionalmente, ancora inedita in Italia. Qui prende alcuni casi di studio da eventi quotidiani e da opere letterarie, cinematografiche e televisive ritenute da una parte del mondo accademico ancora di serie B (si pensi alla sua minuziosa analisi della saga degli Hunger Games). Infatti Gay, che insegna presso Purdue University e firma editoriali per The New York Times, The Guardian tradotti da Internazionale, è dotata di una forza dirompente e sovversiva. A tal proposito si ricorda l’emblematico scontro con la femminista bell hooks, figura di spicco del pensiero radicale americano, sulla figura di Beyoncé oppure il suo editoriale Io non Sono Charlie, quindi sono una terrorista?, nel quale attacca una retorica politicamente corretta apparsa su molte testate e che nascondeva una strisciante islamofobia.

Dunque, Fame è un testo duro e terrorizzante, ma che, come le migliori fiabe, fornisce un bagliore di positività e di riscossa, necessarie a chiunque voglia riscattarsi e al contempo porsi come soggetto critico, ma non dogmatico, della società occidentale.

Roxane Gay

Fame. Storia del mio corpo

traduzione di Alessandra Montrucchio

Einaudi

pp. 267, euro 17,50

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

2 risposte a “Affamati sono i dannati”

  1. Paragonare i condizionamenti estetici subiti dalle donne nella cultura occidentale( ma anche dagli uomini e non solo in Occidente) all’obbligo del vel e alle discriminazioni patite dalle donne nei paesi di ciltura musulmani è una stupidaggine tanto quanto parlare di “donne” genericamente prescindendo dalla loro appartenenzadalla sociale. Su queste stupidaggini sono state costruite folgoranti o modeste carriere accademiche, tuttavia prima di riperpetuarle sarebbe il caso di una pausa di riflessione.

  2. Complimenti per la recensione soprattutto per aver aperto con Fatema Mernissi, in un momento storico in cui l’islamofobia sia una norma a cui tutti ci dobbiamo attenere.

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