Turnaturi, slanci amorosi e falsi movimenti

Simona Argentieri

Non bisogna lasciarsi trarre in inganno dal titolo, apparentemente romantico, 'rosa'. Non c'è infatti niente di 'sentimentale' in questo saggio sullo statuto attuale dell'amore nel nostro paese. D'altronde conosciamo bene Gabriella Turnaturi, sociologa attenta della modernità, le cui corde sono piuttosto quelle dell'ironia, dell'analisi acuta – sia pure di piacevolissima lettura – di argomenti scomodi come quelli del tradimento e della vergogna. Ne è una precisa testimonianza la copertina del libro, che riproduce l'immagine di un cuore inciso sulla corteccia di un albero, una tradizione ingenua con la quale un tempo si riteneva di affidare ai secoli la testimonianza della durata della propria passione. Ma oramai gli alberi sono piuttosto il simbolo estremo della precarietà.

Cosa si può dunque dire oggi sull'amore? Secondo l'autrice, "il paesaggio amoroso italiano sprigiona un eccesso di calore, una miscela di emozioni" (altro che le "intimità fredde" della quali parla Eva Illouz), perché tutto si chiede all'amore: riscatto sociale, gratificazione emotiva, dominio dell'altro ma al tempo stesso possibilità di affidamento all'altro. Insomma, è l'unica esperienza accessibile a tutti, l'unico "bene democratico". E aggiungo per parte mia che all'amore chiediamo anche la conferma della nostra identità, il sostegno narcisistico, il luogo di proiezione di parti scomode di sé … Mentre il piacere – quello sessuale come quello di stare insieme – è invece in fondo alla lista.

A conferma delle intuizioni della Turnaturi, posso dire che secondo la mia esperienza non c'è persona nevrotica, disastrata, dissennata che non possa avere – o simulare – una relazione di coppia, se solo lo vuole. Tale stato non può essere considerato di per sé un criterio di sanità mentale, perché troppe volte dietro l'apparenza adulta si celano altri ben più arcaici bisogni. Per me, nella dimensione clinica, è un segnale ben più indicativo se una persona ha o non ha amici.

Il paradosso è che a fronte di così esorbitanti richieste e aspettative, le scelte di coppia siano poi così incaute; e che a così basilari richieste al partner corrisponda così poca cura del rapporto. Il turbinio delle relazioni, del prendersi e lasciarsi – falso movimento della coazione a ripetere – deriva da motivazioni inconsce, incontrollabili e misteriose, ma tutt'altro che cieche: ri-trovare un oggetto perduto, un complemento narcisistico di sé, in una alchìmia di collusioni, incastri, repliche di illusioni. Problemi di sempre, ma più evidenti oggi perché siamo più liberi di seguire gli impulsi, meno condizionati dalle regole sociali; e infatti si riscontrano a vasto raggio nei giovani e nei vecchi, negli omosessuali e negli eterosessuali, a ogni livello della società. Puntualmente, l'autrice segnala infatti come tanto slancio amoroso produca poi frustrazione, gelosia, delusione, risentimento e soprattutto tanta rabbia.

È in ragione di tutto questo che a mio avviso non si deve avere troppa pietà per le storie infelici, per coloro che patiscono per amori geograficamente lontani, impossibili, non corrisposti. Tali sventure discendono troppo spesso dalla nostra pigrizia emotiva, dall'avarizia affettiva, dall'egocentrismo che si cela dietro la lamentazione per la solitudine; sono insomma l'alibi per la nostra incapacità di amare.

Gabriella Turnaturi non si limita a stigmatizzare le piccole, anonime infelicità quotidiane. Nel capitolo "Ciò che amore non è" si confronta anche con le violenze, gli assassinii, le prevaricazioni che giorno dopo giorno vengono perpetrati – soprattutto sulle donne – e poi 'spiegati' e nobilitati da chi li infligge come conseguenze dell'amore.

Ma è giusto ricordare che c'è anche un altro capitolo bello e confortante: "In nome della legge. Il diritto all'amore", che è anche l'occasione di rendere omaggio a un caro e prezioso amico da poco scomparso, Stefano Rodotà. Qui si parla con legittimo orgoglio delle conquiste civili fatte in questi ultimi decenni sul piano dei diritti (divorzio, aborto, abolizione del 'matrimonio riparatore' e del reato di adulterio, nuovo diritto di famiglia, unioni civili omo ed etero, testamento biologico …) come premessa necessaria al potersi amare davvero. È un percorso faticoso ma ben avviato, che potrà ancora dare buoni frutti se – aggiungo, ma so che Gabriella Turnaturi è d'accordo e anche Stefano Rodotà lo era – manterremo viva l'attenzione a non confondere ogni desiderio con un diritto.

Questo piccolo libro esente da ogni retorica, con succinta bibliografia e nessun inchino accademico, nato dalla curiosità e dalla disponibilità all'ascolto, senza pregiudizi ma anche senza indulgenza, ha meritato recentemente il prestigioso premio "Elsa Morante" per la saggistica.

A prova di tali qualità di delicato equilibrio mi piace concludere con l'interrogativo finale (severo) e la risposta (molto umana) che l'autrice ci propone: "Se l'amore contemporaneo è davvero così liquido, perché ogni delusione, ogni abbandono, ogni tradimento vengono vissuti come esperienza tragica e dolorosa? […] Forse perché in nessun altro tipo di relazione ci si mette così in gioco, forse perché anche nell'era della flessibilità ogni volta ci si illude che quell'amore si sottrarrà a ogni omologazione, affermerà la sua unicità e la sua eccezionalità".

 

Gabriella Turnaturi

Non resta che l'amore - Paesaggi sentimentali italiani

Il Mulino, 2018

pagine 120, euro 12

 

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