Spiegare il calcio con lo struttural-marxismo

Luca Benvenga

A poche settimane dall'inizio del mondiale di calcio nella Russia anti-europeista, esperti, analisti, commentatori e osservatori, sposteranno con un po' di timore la loro attenzione sui gruppi organizzati di tifosi e sull'esaltazione dello scontro tra frange opposte, una logica inveterata che enfatizza il carattere tanto di durezza quanto, a detta dei più, di “de-civilizzazione” degli attori sociali, espressione di una cultura violenta e di uno stile di vita maschio e industriale.

Negli ultimi cinquant'anni la questione delle tifoserie nel calcio è stata al centro dell'interesse di un numero impressionante di lavori teorici e ricerche empiriche sul mondo del tifo, in particolar modo in ambito britannico. Entrando nel merito della letteratura anglosassone, tra gli epigoni di un filone di studi che coniugasse lo spettacolo di massa per antonomasia alle turbolenze e intemperanze delle fasce popolari, entra di diritto John Clarke, autore di importanti contributi[1] tesi a studiare il gioco del calcio e il problema della violenza negli stadi in relazione ai valori e ai comportamenti fondanti la cultura della classe operaia inglese (prestanza fisica, virilità, sentimento di appartenenza), inserendosi, con una lettura deterministica delle pratiche e dei fenomeni sociali, in una cornice teorica di chiara ispirazione marxista.

Attraverso un'analisi comportamentale in cui si privilegia la dimensione collettiva e di classe dell'agire, l'autore nei suoi scritti approfondisce il rapporto tra egemonia, ordine sociale e subalternità, cogliendo i principi di questo sport e i suoi interpreti a partire dall'epoca vittoriana. Muovendo da una prospettiva storica e sociologica, Clarke passa in rassegna atteggiamenti e scenari socioculturali attraversando epoche differenti, mettendo sotto la lente conoscitiva, oltre all'evoluzione che ha investito lo sport del calcio in termini strutturali e più propriamente di partecipazione agli eventi, la tesi della violenza come pretesto idoneo per una crescente preoccupazione di gruppi di giovani intorno ad una particolare concezione della mascolinità, riaffermando in questa direzione i valori di una classe e il senso di territorialità con la riappropriazione dei campi, in una logica tutta operaia di “presa” simbolica di uno spazio (come lo street corner, o la piazza del quartiere, per citare degli altri esempi) che si sviluppa per antitesi e contrapposizione (“questa la mia zona, quella la tua”) .

Secondo il ricercatore inglese il progressivo cambiamento che interesserà il gioco del calcio nel secondo dopoguerra, rappresenta per i figli della working class britannica il pretesto per l'esplosione di un sentimento di frustrazione e di un generale malcontento nei confronti della società: il “football hooliganism” si afferma così in nome di una volontà di esprimere una refrattarietà all'imposizione di un modello-calcio che si sposta coattivamente verso la professionalizzazione (cura della tattica, metodi scientifici di allenamento), la commercializzazione (tribune, strutture bar, aree ristoro e social club per i tifosi) e la spettacolarizzazione (presenza di cheer-leaders o il lancio dei palloncini nel pre-match).

Una possibile lettura di questa “rabbia formalizzata” è da interpretare come tentativo di recupero delle radici culturali, oramai erose, dello sport popolare per eccellenza quale è il calcio, storicamente connesso in un rapporto costitutivo con le trasformazioni che hanno caratterizzato la sfera economica e politica delle società occidentali. È la crisi occupazionale degli anni Sessanta e Settanta, come ci spiega ancora Clarke, che segnerà di elementi sempre più conflittuali la sfera comportamentale di vasti settori di forza lavoro, giovani polarizzati nelle periferie che si troveranno a valorizzare la marginalità e ad esprimere la propria fisicità e mascolinità aggregandosi nelle curve degli stadi, con l'inverarsi della dissoluzione del contesto sociale e produttivo all'interno del quale si riproduceva in passato lo scontro di classe.

Tenuto conto di quanto evidenziato, l'attualizzazione di questi ragionamenti, e ancor di più dell'intero impianto teorico cui Clarke fa ampio riferimento, si ritiene sia centrale per rintracciare quegli elementi che ci consentano di sviluppare un approccio strutturalista allo studio del tifo organizzato, identificando quelle caratteristiche e quei meccanismi che risultano fondamentali per le espressioni legate alle dinamiche calcistiche, per meglio comprendere se la radicalità ultras ed il suo raggio d'azione sia solo l'effetto di una percezione mediatica e/o collettiva, amplificata dalla comunicazione e/o da ricorrenti situazioni di ansietà sociale che ne semplificano il processo euristico e lo orientano verso la mera perpetuazione della violenza indiscriminata, o un fatto reale e dinamico che presenta, nei suoi snodi contemporanei, delle nuove e interessanti caratteristiche con dei contenuti extra, risultato di una battaglia simbolica condotta da chi conosce a sufficienza i rapporti di forza e si svincola dall'immobilismo che schiaccia il soggetto ragionante, quale garanzia delle minacce ambientali che lentamente si storicizzano.

Oggi molti ultras si spostano nel calcio di provincia come risposta allo star system, luogo ideale nel quale esprimere la propria identità sociale e politica al di fuori di un sistematico controllo istituzionale, una reazione strutturata e senza dubbio partecipativa e mutualistica (con una forte componente di classe), che ripropone riattualizzandoli i valori condivisi da molti settori di uomini e donne che vivono la dimensione allargata della vita, quello spirito di solidarietà sorretto da una sorta di militantismo del terzo settore (quello del no-profit), che ridimensiona l'incisività della pratica “dura” della sfera comportamentale, alimenta il senso di autorità (in un preciso contesto territoriale stando a quanto scritto in precedenza riprendendo John Clarke) di frange di più o meno “giovani associati”, in grado soprattutto di sottrarsi all'ordine repressivo che da più di un decennio disciplina gli atteggiamenti collettivi negli stadi di tutta Europa, e che dati alla mano ha disincentivato la violenza nei pressi degli impianti sportivi (ma l'ha pilotata in più dei casi in altre aree dell'urbe, o quanto meno spostato il luogo del conflitto).

È questa sfida al potere che si origina nella categoria di spazio (ovvero quello di accaparrarsi le risorse oggettive per una esplosione di soggettività) e del consumo individuale di un bene di lusso che oggigiorno urge di profonda interpretazione, per meglio indagare il salto di qualità e l'anticipazione dei tempi che percorre una parte del il tifo organizzato (anche quello che in passato ha agito violenza), coloro che scelgono l'azionariato popolare in tempi di crisi e di austerità, che si rifugiano nei campi di provincia convinti che il cambiamento, declinato in fattori sociali, passi dal proprio quartiere, dalla propria cittadina, ideatori di un paradigma culturale che risulta essere determinato da uno scarto tra regime di desideri e pratiche di autonomia e libertà.

L'opposizione ritualistica (fatta di simbolismi, slogan, coreografie) in questo nuovo universo del pallone lontano dalle luci della ribalta, non si esaurisce nella sola cornice della partita di calcio (A. Del Lago, 1990), ma le sue fondamenta sono da rintracciare in una arena essenzialmente politica basata su un principio di cooperatività tra Nord e Sud senza campanilismi, di alleanze ideologiche (quella antifascista), che denotano una ferrea volontà di perpetuazione di un movimento di resistenza declinato nell'invarianza filosofica dei soggetti agenti, tanto in un passato meno recente, quanto in un presente pieno zeppo di spunti di riflessione e di belle speranze.

[1] “Football Hooliganism and the Skinhead”, Stencilled Occasional Paper, CCCS, University of Birmingham, 1973. “Football and working class fans: Tradition and Change”, in R. Ingham (Ed.), Football hooliganism, London, Inter-Action, 1978.

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