Bianciardi, ritratto spietato dell’Italia del boom

Luciano Bianciardi (Agenzia: farabola) (NomeArchivio: 17525701.JPG)

Matteo Moca

C'è un momento nella vita di Bianciardi che segna lo spartiacque decisivo della sua esistenza e che investe con grande forza anche la sua scrittura: è il 4 maggio del 1954 e nella miniera di Ribolla, intorno alle 8 di mattina, esplode il pozzo Camorra provocando una strage. Muoiono 43 minatori ed emerge immediatamente come l'incidente sia certo frutto della follia capitalista della ditta che gestisce la miniera, la Montecatini, futura Montedison, («che qui è proprietaria – scrive Bianciardi – oltre che della miniera, anche degli impianti, delle strade, delle case, e dell’aria»), contro cui lo scrittore, al tempo insegnante e bibliotecario, più volte nel corso degli anni si era già scagliato inorridito per il trattamento riservato agli operai. A partire da questa tragedia, Bianciardi scriverà insieme al suo collega Carlo Cassola, un libro indimenticabile, I minatori della Maremma, in cui si respira un vivo interesse per l'aspetto umano delle lotte sindacali, un'interrogazione mai arrendevole sulle condizioni dei minatori e sugli infortuni che ciclicamente li affossano: «Io sono con loro, i badilanti e i minatori della mia terra, e ne sono orgoglioso; se in qualche modo la mia poca cultura può giovare al loro lavoro, alla loro esistenza, stimerò buona questa cultura, perché mi permette di restituire, almeno in parte, lavoro che è stato speso anche per me». Il libro è arricchito dall'inserimento, in appendice, dei ritratti di diciassette minatori, frutto dell'inchiesta portata avanti insieme a Cassola per la Toscana. Ma l'avvenimento di Ribolla lasciò in Bianciardi un segno indelebile che non si fermò al libro I minatori della Maremma, un misto di rabbia e delusione che mai riuscì a mitigare o superare. Dopo l'inchiesta sui minatori infatti, Bianciardi scrisse tre romanzi che formano un unicum all'interno della sua opera, delle narrazioni che si muovono tra l'autobiografia, il romanzo e il pamphlet, libri di non facile classificazione che sono altresì una testimonianza forte e cosciente dell'Italia del suo tempo. Si tratta di Il lavoro culturale, edito nel 1957, L'integrazione nel 1960 e La vita agra nel 1962, tutti popolati da personaggi che sono veri e propri alter-ego dell'autore: il tema della strage di Ribolla si mantiene sempre sotto le tracce della narrazione, facendo sentire il suo peso nei comportamenti dei protagonisti, e tornando ad esplodere nuovamente e con grande forza con l'ultimo dei tre romanzi, La vita agra, dove Luciano, il protagonista, arriva a Milano per vendicare i minatori morti in Maremma, con l'intenzione di far esplodere il Torracchione, sede della Montecatini.

La scrittura più grande di Bianciardi, si muove quindi tra il 1957 e il 1962, anni in cui si assiste a una trasformazione massiccia ed inesorabile dell'Italia, nella mentalità, nei costumi e nei consumi dei suoi abitanti, con una nuova e ancor più potente centralità della borghesia industriale settentrionale che vede nel Sud solo il luogo in cui attingere per la manodopera. Neanche dieci anni dunque, considerando anche l'inchiesta maremmana, che costituiscono il lasso di tempo che a Bianciardi serve per scrivere i suoi capolavori, ma che soprattutto servono per costruire un ritratto impietoso e veritiero dell'Italia che si muove attorno a lui. Se dunque si volesse studiare parte della storia del secondo Novecento italiano attraverso la letteratura, le pagine di Bianciardi costituirebbero un immancabile punto di riferimento, non perché non ne esistano altri, si pensi, per esempio, a Volponi, ma perché la sua riflessione è diretta, di un'individualità che si trasforma in conoscenza collettiva, con una capacità chiarificatrice che aiuta a decodificare il muovere impetuoso degli usi e mentalità italiane. Ciò che poi costituisce la grandezza esorbitante di questi testi è la il resoconto della necessità di una resistenza nel momento in cui la politica iniziava a staccarsi dal popolo: «E la lotta politica, cioè la lotta per la conquista e la conservazione del potere, non è ormai più – apparenze a parte – fra stato e stato, tra fazione e fazione, ma interna allo stato, interna alla fazione»: solo attraverso una coscienza forte è possibile entrare a far parte della Storia che cerca sempre più di escludere.

Esce adesso per Il Saggiatore Il cattivo profeta, un poderoso volume, curato da Luciana Bianciardi, che raccoglie tutta l'opera dello scrittore e restituisce al lettore la complessità di un autore e di un pensiero certo minoritario e controcorrente, non privo di idiosincrasie ed eccessi, ma comunque tesoro importante, unico, all'interno della letteratura italiana. Si può adesso scoprire o riscoprire anche la sua attività di pubblicista (con articoli vertiginosi per la loro capacità analitica sull'illustrazione dei meccanismi che muovono i sentimenti degli italiani) e i suoi romanzi minori (la serie idealmente legata agli anni del Risorgimento con quel piccolo gioiello per ragazzi Daghela avanti un passo!), elementi che certo apportano sostanza importante alla sua opera generale. Nella prefazione di Matteo Marchesini che arricchisce il volume, vengono messi in luce i caratteri più importanti di Bianciardi, incrociando con grande perizia gli eventi autobiografici con le opere, e non poteva essere altrimenti visto quanto detto precedentemente, e tratteggiando così un importante e sentito ritratto dello scrittore.

Una delle eredità più importanti di Bianciardi è senza dubbio la forza politica delle sue parole e dei gesti dei suoi protagonisti: in La vita agra si rintraccia l'anarchismo, ma il suo sguardo è più profondo e lungimirante, un sogno che si sgretolerà con il passare degli anni e che contribuirà a lasciarlo solo, in preda alla dipendenza dall'alcol, fino alla morte. Il sogno era quello di una società che nella sua interezza potesse respirare il progresso, non restringendolo quindi solo ad un gruppo di accigliati dirigenti, con gli intellettuali capaci di agire dentro la società in questo senso e non dall'alto di vacui piedistalli, in grado di diffondere tramite il loro «lavoro culturale» gli ideali di una cultura democratica ed estranea da isterici narcisimi.

Luciano Bianciardi

Il cattivo profeta

a cura di Luciana Bianciardi

prefazione di Matteo Marchesini

Il Saggiatore

pp 1482, euro 62

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