1945, un mezzogiorno di fuoco in Ungheria

Michele Emmer

Una giornata assolata, in una campagna desolata, una piccola stazione. Il capotreno sta aspettando che arrivi il treno. Con lui aspettano in tre.  Si sente il fischio, il rumore del treno a vapore che si avvicina.

Ma non siamo a Hadleyville nel territorio del Nuovo Messico nel 1898. Piccolo paese in cui tutti gli abitanti stanno aspettando che arrivi il treno, anzi che si senta il fischio del treno che arriva. Con il treno arriverà un bandito condannato e graziato, alla stazione lo attendono tre banditi che vogliono vendicarsi dello sceriffo che aveva fatto arrestare il bandito che sta ritornando. Il treno arriva nel film High Noon (titolo originale, Mezzogiorno di fuoco in italiano), a mezzogiorno appunto, un ruolo importante lo hanno gli orologi, e il film fa salire man mano la tensione in attesa dell’evento. E i cittadini della città reagiscono in modi diversi, uniti nel non voler rischiare e unirsi allo sceriffo. Compresa la moglie quacchera. Protagonisti di questo capolavoro assoluto Gary Cooper e Grace Kelly, regista Fred Zinneman, scritto da John W. Cunninghan e Carl Foreman, anche produttore ma il suo nome non compare perché era nella lista nera della MPAA, Motion Picture Association of America, dove è stato inserito inserito dopo il 1950. La lista completa si trova in rete ed è interminabile. Val la pena leggerla.

Il film è del 1952. Gary Cooper morì il 13 maggio 1961. Quella sera a Roma, Luciano Emmer ed io andammo a vedere per la terza volta (per me almeno) quel film che era proiettato al cinema Quattro Fontane per omaggio a Cooper.

Il film di cui si sta parlando è invece un film del 2017. Non vi sono dubbi che a quel film di Zinneman, a quell’attesa nel sole di mezzogiorno del treno che arriva fischiando, si è ispirato il regista Ferenk Török per l’inizio del suo ultimo film,  intitolato 1945. Sono passati 50 anni dall’epoca in cui era ambientato High Noon. E siamo in una piccola stazione in Ungheria alla fine della seconda guerra mondiale. Il treno arriva all’inizio del film, e stanno aspettandolo tre soldati sovietici, dei ragazzi, in una jeep.  Il treno arriva fischiando, i tre giovani soldati sono lì solo per routine. Devono controllare chi arriva in quella piccola città dell’Ungheria.  A parte il capo stazione di quella piccola e abbandonata stazione, ci sono due persone che attendono, con un carro. Il treno arriva sbuffando, il sole è alto, il bianco e nero del film, altra cosa in comune con High Noon, è scintillante, il tempo atmosferico immutabile nel film western (e questo non lo è un western?) qui cambia, si aspetta, si profila una tempesta, che arriverà ad un certo punto e bagnerà tutto e tutti. Ma alla fine del film.

Chi scende dal treno? Due personaggi, due ebrei, si riconoscono subito da come sono vestiti. Non diranno molte parole, anzi praticamente non parlano. Malgrado in tanti si aspettino che dicano qualcosa. E cominciano a camminare. Erano forse attesi, aspettati, temuti. Da chi? Da tutti, perché a poco a poco, man mano che avanzano, gli abitanti, il poliziotto, il notaio, vera autorità del paese, si pongono delle domande. Che cosa hanno nelle due casse che trasportano?  Profumi per far concorrenza al negozio del notaio? Dove si fermeranno?  Accuseranno qualcuno? Perché qualcuno ha commesso qualcosa di grave, denunciando degli ebrei del tutto innocenti. La tram del film è prevedibile, come lo era quella di High Noon. Ma molte volte in un bel film che la trama sia prevedibile è un dettaglio trascurabile, anzi rende ancora più avvincente il film, non siamo distratti dalla trama, non abbiamo l’ansia di sapere come va a finire. Lo sappiamo. E allora questo fatto toglie suspence al film? Anzi l’ aumenta, è quello che fanno i personaggi, come reagiscono, come si comportano in quella luce bianco e nera accecante. E ci sarà al ritorno, a piedi, la tempesta. E la vita ricomincia come prima? Certo la paura dei diversi che arrivano, che non vogliono spiegare, che non vogliono che nessuno capisca, o semplicemente non se ne curano, che sanno loro soli che cosa vogliono e siamo sicuri che faranno quello per cui sono venuti, anche se il paese al contrario del film con Gary Cooper riesce a mobilitarsi, per difendersi. Ma da cosa si vogliono difendere?

Dal nuovo, dall’incerto, insomma chi sono quelle due persone? Una maledizione? Due angeli vendicatori?  È banale dire che ovviamente la risposta non c’è perché la risposta sono i volti, le facce, le espressioni, la campagna, il camminare da soli nella tempesta, per riprendere un treno per andare via, ovviamente nella Ungheria del 1945. Altri tempi.  Una parentesi, una piccola giornata di paura per chi temeva di dover pagare, di dover rendere conto. E lo hanno dovuto fare in realtà, con la vita sconvolta del paese proprio perché non è successo nulla. Insomma un bel film. Visto a Roma in un piccolo Cineclub, l’Apollo 11. Non è certo una storia che può interessare chi va al cinema. Forse se lo facevano interpretare a un sosia di Gary Cooper con il cappotto nero e il capello nero in testa. E con la pistola e un bel duello. Viva il cinema!

 

1945

diretto, scritto e prodotto  da Ferenc Török con l’aiuto di  Gábor T. Szántó

interpretato da Péter Rudolf, Tamás Szabó, Kimmel, Dóra Sztarenk, Bence Tasnádi

musica di Tibor  Szemzö

produzione Katapult film

Ungheria, 91 m. (2017).

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