William Guerrieri, i corpi dei lavoratori

Mattia Solari

La ricerca fotografica di William Guerrieri (Rubiera, 1952) si focalizza sulla memoria collettiva espressa nell’architettura e sull’identità degli spazi pubblici. Guerrieri è stato tra i primi fotografi italiani, dagli inizi degli anni Novanta, a dedicarsi alla ricognizione dei non-luoghi. Nella sua pratica, il fotografo emiliano usa lo scatto come indagine, documento antropologico e culturale dei luoghi che condensano storie e vicende politiche. Laureatosi in pedagogia, giunge tardivamente alla pratica artistica, grazie soprattutto all’incontro con Franco Vaccari, suo professore alle superiori. Condivide con Guido Guidi e altri fotografi italiani, il progetto Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea, associazione che promuove la ricerca fotografica sul territorio emiliano dal 1990.

Con la mostra “Bodies of Work” in corso al Centro Culturale Candiani di Mestre, Guerrieri ritorna a Marghera dove, già nel 1997, aveva condotto un’indagine sui processi di deindustrializzazione. Percorre le tracce della scomparsa degli operai e della fuga delle imprese verso lidi meno regolamentati e manodopera più a buon mercato, documentando il conseguente svuotamento dei corpi dalla fabbrica.

In questa mostra presenta una riflessione aggiornata sulle attuali condizioni del lavoro. In occasione del centenario della fondazione di Marghera - progettata come espansione urbanistico-industriale nel 1917 - Guerrieri torna a indagare il lavoro nella sua “ineluttabile dimensione fisica” e mostra l’evaporazione degli operai dovuta alla crisi, all’automazione e alla delocalizzazione imprenditoriale. Le foto ritraggono i processi produttivi divenuti sempre più tecnologici e la fisiologia del lavoro precario. Dei bacini navali Fincantieri e di alcuni reparti di progettazione degli impianti SAIPEM (società per la produzione di macchinari per l’estrazione di prodotti petroliferi) Guerrieri restituisce la scarna presenza dei lavoratori in processi tecnologici complessi ed evoluti, ma soprattutto ne descrive il vuoto.

La mostra si divide in quattro sezioni: la prima è il work in progress con foto dei test che vengono effettuati nei laboratori SAIPEM sulle macchine; la seconda ritrae braccia e mani sui mouse intente nella progettazione di componenti e programmi per macchinari. La terza si sofferma su dettagli e presenze di lavoratori nei dintorni dei cantieri navali; la quarta propone un video 3D con le componenti progettate nei laboratori SAIPEM. In apertura, una foto programmatica delinea già il tenore della mostra. Guerrieri sceglie il ritratto di una receptionist di cui non vediamo le mani, è un corpo che fa tutt’uno con il bancone dove svolge il suo impiego, fuso in un’unica presenza dallo sguardo assorto, alienato, come la barista al Folies-Bergére di Manet. Queste foto non estetizzano né spettacolarizzano, nonostante la loro armonia formale. Sono in bilico fra indice e icona, documentano le condizioni e le azioni del lavoro contemporaneo a Marghera, mostrando sic et simpliciter il contesto attuale. Che le condizioni siano cambiate, e che il lavoro si sia fatto immateriale e astratto, è ormai noto a tutti; quella che tuttavia ancora scarseggia è la consapevolezza delle trasformazioni psicofisiche e sociali che ciò ha comportato. I corpi sono il fil rouge che attraversa la mostra e su cui il fotografo ricerca le tracce di tali cambiamenti; Guerrieri riprende la biopolitica foucaultiana sia nel testo introduttivo sia nelle premesse concettuali delle foto. “Bodies of Work” riflette sull’uso, sulla fenomenologia dei corpi e su come essi oggi siano complementari, quando non fagocitati dalle macchine o dai programmi che le regolano.

Bodies of Work

Centro Candiani, Mestre

sino al 24 giugno 2018

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