Matt Mullican, la vastità della vita è uno choc

Francesca Pasini

La vita è un grande anello di appunti, libri, foto, scrivanie, vestiti, librerie, letti, oggetti. Una specie di massa “organica” che sostiene, e a volte appesantisce l’esistenza. Ma è difficile avere una visione d’insieme di questo “deposito anulare”. Attraverso il varco dei ricordi affiorano particolari che promuovono il contatto con la totalità della vita vissuta fino a quel momento, ma allo stesso tempo la isolano in un punto. C’è una linea nei nostri eventi? Si può riconoscere? Si può imparare? Inseguiamo queste risposte come bolle che sorvolano le esperienze.

Matt Mullican sfida quest’attitudine e presenta una visione totale del suo “deposito anulare”. Questa è la grande sorpresa quando si entra all’Hangar Bicocca di Milano.

È quasi imbarazzante perché è un’esigenza irrealizzabile. Siamo tutti influenzabili dall’urto di un oggetto dimenticato in un cassetto che ci riporta la vita trascorsa, ma è difficile, e non sempre desiderabile, tenere insieme tutte le esperienze vissute. La grandiosa riunione di opere suggerisce l’idea che la sincronia sia sempre attiva e che dimenticare sia una scelta. È vero, spesso fatti gravi e perfino gioiosi vengono dimenticati per una specie di resistenza alla loro elaborazione.

Matt Mullican sembra invece dirci che l’estensione della vita che ognuno si crea non è dimenticabile. Tra una singola opera e lo spazio fisico in cui la vediamo non può esserci interruzione. È un dialogo costante, al quale Mullican non vuole rinunciare.

La dimensione dell’Hangar Bicocca gli permette di disporre tutte le opere necessarie per creare la visione della sua vita fino ad oggi. Innumerevoli reperti personali e intellettuali si tramutano in circa 5000 opere. Quello che conta è però la visione d’insieme di queste “stanze” della sua poetica. Non a tutti è data l’opportunità di aprire la propria vita agli altri, e non tutti sono interessati a farlo. Anche una singola opera d’arte sintetizza questa percezione, ma qui c’è qualcosa di più che riguarda il nostro tempo.

All’esigenza di dilatazione delle nuove tecnologie, Mullican sembra rispondere risistemando nella rete della comunicazione interna le intuizioni, i flash della memoria, i messaggi parziali. Quindi, The Feeling of Things, a cura di Roberta Tenconi (fino al 16 settembre), non è una retrospettiva, ma la rappresentazione dell’anello della sua vita, che all’Hangar trova il luogo ideale.

Con un gesto forte e molto simbolico accende tutte le luci: la struttura industriale in piena vista e il nero delle pareti perdono peso, la vastità dell’edificio si tramuta nella vastità simbolica di ogni vita.

Questo è lo choc che si prova entrando in mostra.

Non è una semplice autobiografia, anche se moltissimi sono i riferimenti, ma la messa in figura dell’equilibrio tra il suo linguaggio artistico e la molteplicità di figure che entrano in contatto con la vita personale.

Si accede dalla Piazza in cui sono appesi degli stendardi con la simbologia grafica che caratterizza il lavoro di Mullican, e da qui ci si avvia alla struttura architettonica, delimitata da muri alti un metro, secondo un disegno formato da due mezze lune (una a inizio e una alla fine) e una zona quadrangolare al centro. È simile a un campo da calcio, da tennis, da videogioco, ma è anche un labirinto aperto.

Le cinque aree, determinate dal profilo dei muri, hanno diversi colori: rosso per la soggettività e la psiche; nero per la comunicazione e il linguaggio; giallo per arte-scienza-cultura; blu per la vita quotidiana e la città; verde per il mondo naturale. All’interno di queste suddivisioni Mullican compone la propria cosmologia individuale che ha il suo incipit nelle domande che da bambino rivolgeva ai suoi genitori. “Dov’ero prima di nascere, perché le cose accadono in un certo modo? E la morte? È il destino a determinarle - questa era una delle risposte - e quando il destino avrebbe incontrato la mia morte, avrebbero deciso insieme dove sarei andato: in paradiso oppure giù all’inferno”.

Le figure sul concetto d’inizio e fine, elaborato nel 1973, si trovano nell’area nera, e sono: Untitled (Birth to Death List), un’anonima figura femminile dalla sua nascita alla morte, ripetuta in oltre 200 brevi enunciati; a cui seguono Choosing My Parents, 1973, Untitled (Detail of Fates Control Panel), 1973, Overall Chart, 1975. Ha ridisegnato migliaia di volte questi temi, come succede con le domande esistenziali. Sempre nell’area nera, riunisce la serie Untitled (Stick Figure), 1974: è il ritratto del compagno immaginario Glen riprodotto su centinaia di fogli, l’incessante ripetizione e il grado zero di astrazione alludono al mistero dell’essenza umana incarnata. Glen è “parente” di That Person (area rossa - psiche), che a partire dagli anni ’90 accompagna, come un alter ego, senza età e definizione sessuata, le performance in stato di ipnosi dell’artista. Una pratica che Mullican abbina all’enigma dell’individuazione di sé e dell’arte e che tuttora segna la sua creazione, tant’è che il 26 maggio all’Hangar realizza una performance in stato d’ipnosi all’interno dello spazio della mostra “The Feeling of Things”.

Sono chiavi per seguire la cosmologia individuale e la gamma di visioni di sé e del mondo di Mullican e di ognuno. La partizione di questo campo da gioco/labirinto, facilita, infatti, la relazione tra i diversi temi e tra i visitatori. È spontaneo appoggiarsi al muro per guardare oltre il confine, o parlare con chi si trova dall’altra parte. Senza questi confini, senza i colori delle singole aree, probabilmente avremmo avuto l’idea di un flusso, mentre qui assistiamo al movimento non lineare degli incontri. Mullican predispone i limiti necessari per assorbire il passaggio da una figura all’altra e le loro innumerevoli varianti. Il sistema di esposizione si avvale di tavoli, sopra i quali dispone i suoi lavori, i suoi reperti, le sue sculture di vetro trasparente, sintesi della perfezione e della fragilità della forma. L’altra modalità è una serie bullettinboards, cioè piani inclinati e accoppiati in modo da creare dei corridoi percorribili, dove si trovano innumerevoli fotografie di ambienti quotidiani (stanze, letti, librerie, scrivanie), e delle sue esperienze d’ipnosi. Nell’area verde espone a diverse fonti di luce una serie cartoncini colorati, diventa “tangibile” l’influenza della luce nella fisionomia del colore Light Patterns (1972). La relatività dell’esperienza dipende dalla posizione psicologica in cui ci troviamo: è questa che illumina la comprensione.

L’ancoraggio alle cose che si depositano nell’anello dell’esistenza è esplicito. Dalle sculture deformate di due vecchi telefoni si passa agli splendidi light box con immagini virtuali della città, disposti come un panorama sul confine dell’area blu, Untitled (1989). La moltitudine di figure diventa la moltitudine individuale della vita, che Mullican inserisce nell’utopia della compresenza di molteplici direzioni, con la coda dell’occhio ci colleghiamo, infatti, in modi sempre diversi a ciò che è fuori dall’area in cui ci troviamo. Una specie di grandiosa lettura simultanea di un articolatissimo testo visivo.

Una buona risposta alle stereotipate critiche sulla virtualità delle relazioni. Le città virtuali di Mullican ci parlano di una pittura a computer che, traduce la virtualità dell’immagine in percezione razionale ed emotiva. Trasfigurare il reale con i linguaggi contemporanei è sempre stato il compito dell’arte: oggi, il computer è un linguaggio di tutti, è quindi compito di tutti indagare il rapporto tra reale e virtuale. Anche una mail ha effetti visionari ed emozionali. La bellezza delle città di Mullican non è solo dovuta alla maestria, ma soprattutto all’intuizione di quanto sia dilatabile il contatto tra i linguaggi che usiamo.

Usciti dal “campo da gioco”, ci s’immerge nell’enorme pozzo visivo illuminato a giorno del cubo finale. Le pareti sono totalmente ricoperte di rubbings, ovvero disegni e dipinti ottenuti per sfregamento, che Mullican collega alla forma primordiale di riproducibilità dell’immagine.

La mia prima suggestione è stata un’enorme rappresentazione piranesiana del mondo. Un sogno ad occhi aperti, in cui perdermi tra i colori e le figure che vanno dal pavimento al soffitto. Non è facile individuarle e forse è più forte il desiderio di assecondare l’immaginazione di inserirsi tra i rubbings.

Al centro, a terra, su 49 tavoli bassi, in modo da poterli guardare dall’alto e ottenere un assaggio di visione d’insieme, ci sono i rilievi delle pagine della “New Edinburgh Encyclopedia”, 1825, posseduta da Mullican (Untitled - New Edinburgh Encyclopedia Project, 1991). Sono lastre di magnesio che assumono il valore metaforico della sistematizzazione della conoscenza. È una tensione universale, ma vederle completamente squadernate e in rilievo mi ha fatto venire in mente la ricerca della linea dell’esistenza che non risponde mai solo alla precisione calligrafica. La fisicità della scrittura e dei disegni impressi a rilievo sulle lastre di magnesio dialoga con lo sfregamento dei dipinti, e continua a farmi alzare e abbassare gli occhi. Leggendo la pubblicazione della mostra scopro che tra le fotografie delle prime performance in stato di trance (area nera) ce n’è una che testimonia il suo viaggio mentale dentro una stampa di Piranesi. La mia prima reazione era giusta? O nella stratificazione delle culture Piranesi è di per sé un linguaggio? Valgono ambedue le risposte.

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