Istanbul, Devrim ve Evrim

Antonello Tolve

Capitale culturale della Turchia e meta turistica per un popolo che ama perdersi tra odori o colori accattivanti, Istanbul è il baluardo felice di un progetto multiculturale sempre più aperto al dialogo internazionale, al confronto, al rapporto di partecipazione con realtà brillanti e esclusive. Da una angolazione più strettamente legata all’arte contemporanea, la percezione che si avverte a pelle è quella di una crescita, di una evoluzione (“evrim”, appunto), di una espansione che vuole creare e promuovere ponti, aprire brecce con le maggiori realtà museali del mondo. Ne è esempio lampante l’intesa pentagonale che lega, dal 2011, l’Istanbul Modern al MAXXI, al MoMA/MoMA PS1 di NY, al Constructo di Santiago del Cile e al MMCA National Museum of Modern and Contemporary Art di Seul.

Nonostante i gravi problemi che hanno posto la nazione sotto i riflettori planetari a partire dalle proteste del Gezi Park (2013), nonostante la presenza costante dell’esercito in città e nonostante i programmi involutivi della politica di Erdoğan ai quali si sono sommati l’allarmante gentrificazione di quartieri come Tophane (è in fase di riqualificazione il liman) e, nel 2016, annus horribilis, una serie di spiacevoli eventi terroristici tesi a minare l’indotto turistico (l’edizione 2016 della Istanbul’s Art International Fair è stata cancellata e se nel 2014 un euro valeva 2,8 lire, oggi un euro vale 4,5 lire), Istanbul tiene alta la sua bandiera di “capitale tra i due mondi” e continua a proporre importanti rassegne, schemi all’avanguardia, mostre di primo piano.

Grazie a una politica di sviluppo culturale avviata sin dai primi anni Ottanta dalle principali banche del Paese (Akbank, Garanti e Yapı Kredi) che assieme a una serie di gruppi industriali hanno caldeggiato e “nutrito” lo sviluppo delle arti, sono nati infatti importanti centri culturali, musei, eventi che fanno di Istanbul un polo irrinunciabile dell’arte, della letteratura, della musica, della cultura. Con esposizioni sempre più accattivanti e aperte al dialogo internazionale – il SSM | Sakıp Sabancı Müzesi ha ospitato, di recente, la prima personale di Ai Weiwei in Turchia – la megalopoli presenta dunque un volto luminoso che non solo lascia fiutare, tra i venti, una continua rivoluzione (“devrim”) intellettuale in atto, ma vanta anche la costruzione di piattaforme creative e riflessive legate al presente, alle presenze dell’arte e ai temi più scottanti dell’attualità.

Se da una parte gli artisti, viaggiatori instancabili, promuovono il loro lavoro nel mondo e entrano in palinsesti di spessore per aprirsi una breccia nel mercato planetario (tra i nomi che lavorano in Europa e negli States sfilano ad esempio Harun Antakyalı, Sercan Apaydın, Eylül Aslan, Burçak Bingöl, Alper Bıçaklıoğlu, Canan, Murat Germen, Gözde Ilkin, Ali Kazma, Erkan Özgen e Cengiz Tekin), dall’altra i curatori – “commissari”, secondo l’indicazione di Michaud – mostrano grande padronanza e professionalità. Legati alle istituzioni (l’Arter ha come Chief Curator Emre Baykal affiancato da Selen Ansen, Eda Berkmen, Başak Doğa Temür) o battitori liberi come Ceren Erdem (di stanza anche a New York), i non molti curatori turchi sono figure determinanti, esperti che disegnano itinerari, che costruiscono dibattiti e saggi visivi, che seguono da vicino il termometro del contemporaneo e spingono l’acceleratore, assieme a mercanti e amanti dell’arte, sulla pista di eventi centripeti e centrifughi.

Dotata di importanti istituzioni museali come l’Istanbul Modern, lo Sakıp Sabancı Müzesi, l’Alan, l’Arter, il Pera Müzesi e il DEPO, Istanbul offre (e non dimentichiamo l’importanza di riviste comeExhibist Magazine, fondata da Anna Zizlsperger e Erhan Patat o Warhola Magazine di Efe Korkut Kurt, fondatore tra l’altro dell’Alan) un dinamismo eccezionale assecondato dai suoi abitanti desiderosi di guardare, scoprire, approfondire partendo dalle opere di artisti che rileggono il quotidiano e mostrano oggetti con valore etico, estetico, politico. Il tutto corredato naturalmente da una costellazione di gallerie (Galeri Nev, Pi Artworks, artSümer, Mixer e Sanatorium hanno aperto nel settembre 2017 i loro nuovi spazi a Mumhane Caddesi, quartiere Karaköy) che modellano “distretti culturali” e che creano avamposti operosi, vitali.

A chiudere il cerchio, anche se il cerchio non si chiude ma si apre come un abbraccio desideroso di estendersi il più possibile alle altrui culture, sono la Biennale di Istanbul (giunta nel 2017 alla sua quindicesima edizione) e Contemporary Istanbul, la fiera d’arte contemporanea prevista il prossimo 20(-23) settembre. Energica, vivace, decisamente aperta alla pluralità e alla complicità, Istanbul vive tuttavia i propri problemi che hanno “un volto” e “un nome” dal quale è difficile scampare perché colpisce quotidianamente ogni comparto della vita pubblica e privata, perché arresta la forza progressista e innovatrice, perché svilisce il lavoro di chi ha voglia di crescere e far crescere il proprio paese sotto il segno dell’arte. Molti intellettuali lasciano il paese con dispiacere (bisogna ricordare che lo scrittore e giornalista Ahmet Hüsrev Altan è stato arrestato nel settembre 2016), altri ritornano con una stretta cintura di sicurezza che li porta a una inevitabile chiusura, altri ancora progettano instancabilmente (e con ottimismo) il futuro. L’anno scorso è nato anche il Mahalla Festival per riflettere su una “cultura in transizione”, sullo stare insieme, sull’apertura totale all’alterità, su una storia culturale che ha a che fare con la posizione geografica e filosofica della Turchia, in bilico tra due continenti, tra due civiltà. «Qui, per sopravvivere, soprattutto in quest’ultimo anno così spaventoso sul piano della politica, devi imparare a essere ottimista» ha avvisato Orhan Pamuk il 9 settembre 2017. «L’ottimismo talvolta può non essere razionale, può non essere empirico, ma si basa sul forte desiderio di continuare a vivere in questo Paese».

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