Le stanze fenomeniche di Laura Grisi

Serena Carbone

Come in una cosmogonia pagana, nelle opere di Laura Grisi, acqua, terra e aria si combinano per costruire un universo il cui linguaggio tende all'infinito.

L'artista – morta nel settembre dello scorso anno, ma la cui data di nascita non è nota – attraversa la seconda metà del Novecento, e i confini di quell'Europa nella quale era cresciuta si dilatano fino a comprendere gli Stati Uniti, Le Ande, il Sud America, l’Africa, la Polinesia. Nata a Rodi, infatti, frequenta prima l’Ecole des Beaux Arts di Parigi, poi la Scuola d’Arte di Roma e nel momento in cui incontra e sposa il documentarista Folco Quilici, quando non è in viaggio, vive tra la capitale e New York. Negli anni Sessanta tiene le sue prime mostre in gallerie italiane come Il Segno, l’Ariete e La Tartaruga, arriva quindi il riconoscimento all'estero, prima in Germania e poi negli Stati Uniti alla corte di Leo Castelli; partecipa alla Quadriennale di Roma (1965, 1973, 1986),  alla Biennale di Venezia (1966, 1986), alla mostra Contemporanea al parcheggio di Villa Borghese (1974), e oggi le sue opere si trovano al MOMA, al Brooklyn Museum, al Van Abbemuseum, alla GAM di Torino, alla GNAM di Roma. Nonostante questo, dagli anni Novanta in poi, il suo nome è caduto nell'ombra. E così ancora una volta la Galleria P420 di Bologna spazzola contro pelo la storia dell'arte e porta alla luce un'artista che con la sua ricerca abbraccia le atmosfere pop degli anni Sessanta dirigendosi poi nel corso del tempo verso linguaggi più performarivi in cui esplora lo spazio per ricercarne una possibile misurazione o piuttosto un'ipotesi di infinito. L'architettura non invasiva della galleria accoglie una decina di opere che si collocano al suo interno con ampio respiro, con rigore e compostezza come se imponessero, ora, a noi, di misurarne l'atmosfera. E seppur l'infinito suggerito dalla poetica lascia adito all'immaginazione di vagare pur di colmare il vuoto che intorno alla sua idea si crea, le opere incanalano lo sguardo verso un approccio di tipo matematico in cui il calcolo e le sue variabili divengono elementi per relazionarsi all'infinito stesso. E il numero si fa gesto, e il calcolo probabilità estenuante al limite dell'impossibile. Come si misura la natura? Come si esprime il suo respiro? La sua linfa? Il suo humus?

«Non mi interessavano quadri o sculture che contenessero l’aria, la terra o l’acqua. Non volevo che l’aria, la terra o l’acqua diventassero oggetti. Volevo ricreare l’esperienza dei fenomeni naturali», così si legge nel catalogo a cura di Germano Celant dedicato a Laura Grisi e pubblicato nel 1989. Nonostante infatti – e per necessità – le opere acquistino una dimensione fisica, la componente primitiva, ancestrale, quasi animista emanata ne sopprime il peso e conduce lentamente verso altre strade: e così dal più concreto periodo pop, in cui alla pittura su tela si affiancano pannelli mobili, strutture in legno, trasparenze in plexiglass e luci al neon, come nelle opere in mostra Seascape (1966) e Sunset Light (1967), si passa tra il 1968/69 all'ineffabile, al contingente, all'atmosferico e nascono: Wind Room, Rain Room, Air Room, Antinebbia, Refraction, Drops of Water, Stars, Rainbow, opere in cui l'elemento tecnologico si combina perfettamente con quello naturalistico. E avviene la definitiva consacrazione dello spazio in quanto durata, durata infinita, in cui l'artista si immerge per tentarne la paziente misurazione e probabilmente conoscenza, come nel video The measuring of Time, dove una singola sequenza a spirale la mostra nel deserto intenta a contare uno per uno i granelli di sabbia.

Se delle stanze fenomeniche rimane la memoria fotografica impressa nei cataloghi del tempo, in mostra vi sono opere successive come Pebbles (1973), in cui Laura Grisi esplora e fotografa tutte le combinazioni possibili (120) di piccole cinque pietre e Blu Triangles (1981), dove una colomba percorre uno spazio blu che assomiglia tanto a quello di un cielo, ma il suo volo è frammentato, impedito da dei limiti, delle linee che si iscrivono in quello che in matematica chiamano il triangolo  di Sierpiński: esso viene generato per sottrazione, attraverso una successione illimitata di rimozioni  che illustrano un procedimento che non avrà mai fine, perché infinito.

Laura Grisi

HYPOTHESIS ON INFINITY

P420, Bologna

7 aprile - 2 giugno 2018

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