La psiche-mondo

Foto di Maria Teresa Carbone

Ludovico Pratesi

Ci vogliono parecchi luoghi dentro di sé per avere qualche speranza di essere se stessi”, scriveva Jean-Bertrand Pontalis nel suo L’amore degli inizi. Insieme ai Quaderni di Malte Laurids Brigge di Rainer Maria Rilke sono questi i testi ispiratori di Mindscapes, il libro scritto da Vittorio Lingiardi come un viaggio all’interno dell’ambiente naturale inteso come paesaggio elettivo: un luogo che cerchiamo nel mondo per dare forma e immagine a qualcosa che è già dentro di noi. Un percorso inteso soprattutto come esperienza di attraversamento tra suggestioni diverse, nella definizione di una geografia che unisce la storia e l’arte, la letteratura e la poesia, la psicanalisi e le scienze cognitive. Un brillante e colto esempio di scrittura dal forte carattere evocativo, in grado di far risuonare corde profonde grazie a una narrazione lineare e mai pedante, che accompagna il lettore in un originale percorso multidisciplinare, animato da una sapiente ed equilibrata miscela di parole ed immagini. Fin dal primo capitolo, La fioritura umana, Lingiardi afferma il suo desiderio di analizzare il rapporto personale e intimo che ognuno di noi crea con il paesaggio, visto da un punto di vista psicanalitico, usando un neologismo di Andrea Zanzotto, “paesaggire” quale fonte possibile del suo mindscape: la relazione profonda tra psiche e paesaggio. Che si sviluppa fin dalla prima infanzia, grazie all’ambiente che circonda il bambino, dove vengono scelti gli oggetti evocativi e trasformativi, capaci di dare forma alla nostra personalità, secondo l’analista Christopher Bollas.

Nell’attraversare il paesaggio si sviluppano relazioni diverse, che permettono ai registi di interpretarlo e agli artisti di rimodellarlo in forme simboliche, come nel caso di due capolavori della Land art, il Grande Cretto di Alberto Burri e Spiral Jetty di Robert Smithson . Uno dei più intensi capitoli del libro è il quarto, Tasche piene di farfalle, dove l’autore analizza il paesaggio domestico, partendo dalle collezioni di oggetti naturali di Emily Dickinson, poetessa giardiniera amante dei fiori, lette in parallelo alle nature morte di Filippo de Pisis, il marchesino pittore che “aveva le tasche piene di farfalle” e collezionava oggetti inutili che portava sempre con sé, quasi a voler ricostruire un paesaggio dell’anima legato alla sua prima infanzia. Il collezionista ha un rapporto con gli oggetti che acquista per ricreare l’ambiente sicuro della casa natale, come alcuni casi psicanalitici hanno confermato, soprattutto nel momento in cui quella casa l’abbandoniamo e dobbiamo ricomporre altrove un paesaggio rassicurante e sicuro. Che può assomigliare al volto della propria madre, suggerisce Roland Barthes, il quale analizza il rapporto tra desiderio e paesaggio prediletto, il luogo dove vorremmo vivere perché lo sentiamo in consonanza con la nostra anima. Non sempre però in modo positivo: “i luoghi dell’infanzia possono rappresentare un Eden perduto ma anche un paesaggio che porta i segni dei conflitti e delle paure che la vita continua a riproporre”, sottolinea Lingiardi.

Nel suo svolgersi il libro analizza diverse tematiche, con la stessa puntuale e articolata dimensione narrativa. Il settimo capitolo è dedicato all’Amor loci, focalizzato sull’importanza del paesaggio nella vita di Sigmund Freud, in relazione ai suoi numerosi viaggi alla ricerca di una classicità perduta: un itinerario che si conduce attraverso “territori psichici” come Roma, l’Italia, la Grecia e l’antico Egitto. Freud visita la città eterna ben sette volte, e da lì volge lo sguardo verso Atene, dove subisce una crisi di “derealizzazione”: un senso di irrealtà che lo stordisce e sottolinea la forza psichica del paesaggio. E letteraria, nell’abbinare scrittori a città. Paul Bowles a Tangeri, Pier Paolo Pasolini a Sana’a, Bruce Chatwin a Timbuctù: addirittura Henry Melville conia l’aggettivo “patagonico” per indicare il suo legame con la Patagonia.

Anche molti artisti contemporanei hanno col paesaggio una relazione forte: le walking lines di Richard Long sono frutto del rapporto del corpo dell’artista con la terra sulla quale cammina, mentre i boschi impenetrabili dipinti da Anselm Kiefer sono espressione della mitologia germanica. Il paesaggio come giardino ci introduce nel territorio intimo della natura addomesticata, dove il giardiniere costruisce, con tenacia e pazienza, il suo paesaggio ideale, una sorta di Eden fatto in casa tra suggestioni poetiche e artistiche, in un ideale punto di incontro tra Emily Dickinson e Claude Monet. L’itinerario si conclude in maniera puntuale con i paesaggi invisibili, creati dalla nostalgia, che per Lingiardi costituiscono “il legame con un paesaggio perduto, che non possediamo più”. La Berlino di Walter Benjamin, la Istanbul di Orhan Pamuk, l’Antartide di Daniele Del Giudice: sono i luoghi che Antonella Tarpino definisce “paesaggi fragili”, in bilico tra passato e futuro, natura e memoria. “Il paesaggio è la nostra psiche nel mondo”, conclude Lingiardi prima di prendere congedo con il lettore con un’intensa poesia di Giorgio Caproni, Disdetta.

Vittorio Lingiardi

Mindscapes. Psiche nel paesaggio

Cortina, 2017, 262 pp., € 16

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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