Davide Orecchio, tempo fuori luogo

Filippo Polenchi

Dopo la prima apparizione nel 2012 (per l’editore romano Gaffi, che coraggiosamente pubblicò il libro di questo scrittore-storico, allora esordiente e reduce da una ridda d’incomprensibili, ma in realtà tristemente comprensibili, rifiuti editoriali) tornano in libreria le Città distrutte di Davide Orecchio, stavolta per il Saggiatore (con una postfazione di Goffredo Fofi). Sei biografie infedeli recita il sottotitolo.

Libro felicissimo, straordinario, lirico, melodrammatico, Città distrutte a distanza di sei anni irradia ancora più luce, perché ora più di allora è evidente che la Storia, lungi dal suo presunto e prematuro esaurimento, si è riattivata, spazzando via bellamente ogni cascame postmoderno. In breve: il tappo è saltato, di nuovo. Ora più di prima l’urgenza storica nel presente macchia col suo pigmento purpureo il tessuto omogeneo dei giorni. Non a caso il terzo, grande libro di Davide Orecchio sarà dedicato proprio a un’altra frattura della Storia: la Rivoluzione d’Ottobre (Mio padre la rivoluzione, minimum fax 2017).

Uno dei luoghi simbolici di questo presente, Aleppo, come novella Sarajevo – ma destinata a moltiplicarsi e rifrangersi in molti altri crateri che si aprono qua e là nel globo – è letteralmente una città distrutta. Si legge nel racconto Betta Rauch: «Spesso dici che sono un rudere con un tono che mi fa impressione. Io spero di no. Certo, sono una città distrutta. Se Dio vuole, la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite». Rovine e ricostruzione.

La scrittura di ciascuna vita – affidata all’irresistibile miscela di documenti editi, materiali inediti, materiali di finzione, citazioni da testi inesistenti, sentieri che si biforcano – paga un debito con l’arte di Borges. E proprio dall’Argentina partono i racconti del libro, con la biografia di Éster Terracina, rivoluzionaria imprigionata in un avello di dolore e tortura negli anni della dittatura di Videla. Seguono le storie del comunista molisano Eschilo Licursi, del regista russo Valentin Rankar, che in Un esilio allaccia e continuamente molla i fili della propria esistenza immaginata con quelli reali del grande Andreij Tarkovskij. Indossa la maschera fittizia di un giornalista ex-fascista e poi comunista, nei guai con la famiglia e col partito, il ritratto di Pietro Migliorisi, mentre in filigrana alla biografia di Betta Rauch si nasconde la madre dello scrittore (così come in Migliorisi c’era il padre). Chiude l’opera lo strazio avvilente di Kauder a Roma.

Che la rimodulazione postmoderna sia un vezzo presto lasciato alle spalle lo testimonia l’appetito erudito del lettore nel trovare l’inside joke in ciascun tableaux, acquolina che però si sfama subito – e giustamente. L’essenza lasciata a macerare sotto alla pirotecnia di una così profonda e profondamente umana conoscenza storica e culturale è molto più pervasiva e acuta. E a rilascio controllato, si direbbe in ambito medico.

Davide Orecchio lavora su una tastiera che gli permette di manipolare frammenti della Storia, schegge novecentesche, comporre i suoi racconti come fossero poemetti, con una versificazione libera – tanto libera che, appunto, il libro patì l’incomprensione dei molti abituati a ragionare per categorie di marketing editoriale – che si svela fin da subito la più funzionale a porre queste biografie di fronte al deragliamento del Tempo.

La miscela di Storia «ricostruita» e di suo sperpero, che solo un’attitudine lirica poteva estrarre dal corpo poliforme del Novecento, rimane il più struggente esito di un libro a suo modo perfetto. È di fronte a questo scasso, esistenziale e transbiografico, che si pone l’autore: «e mi chiedo quali regole nascoste ci costringano a naufragare, ad arenarci come relitti indipendentemente dalla nostra forza spirituale». Di quali forze soverchianti si parla in questo passo? Storiografia e tragedia si riflettono nel medesimo specchio.

Davide Orecchio muove le leve sul suo mixer temporale come lo storico che, studiando un microfilm, scorra avanti e indietro documenti ingranditi sul suo schermo: «Ho deciso di ammucchiare i misuratori del tempo come se fossero carte di un castello […] e devo fare in fretta prima che cada – sono passati altri otto anni!».

Lo struggimento che proviamo al cospetto delle storie strazianti di Éster Terracina o di Kauder/von Humboldt oppure la malinconia dilaniante per il destino tragico di Rankar [«Adesso (ma è un avverbio che fa proprio ridere se deve interpretare il tempo che – senza dubbio una congiura ai danni dell’umanità – rotola su se stesso e si mangia i giorni [...]). Adesso ma sarebbe più appropriato dopo, molto dopo, è passato un altro anno (un imballo di tessuto che si è svolto piano, con cattiveria, centellinando le ore)»] nasce dal senso imprecisato di spreco che subiamo di fronte a tutto questo. Lo scialo dei giorni, ch’è il nostro dissipamento, è la ragione della Storia.

Nulla rimane di questa «congiura ai danni dell’umananità» ch’è rappresentata dal Tempo, eppure qualche atto, perfino disperato, va tentato. Chi scrive interviene nella Storia, sventolando brividi metafisici da what if (cosa sarebbe accaduto se Tarkovskij a Roma non avesse mai girato un film, ma fosse rimasto ad «arenarsi» in un appartamento spoglio, avvelenato giorno dopo giorno da una solitudine immedicabile?), avvicinando così lo storico allo scrittore di fantascienza – non a caso il racconto iniziale di Mio padre la rivoluzione è un ritratto ucronico di Lev Trockij.

Davide Orecchio non rinuncia a manovrare il tempo, sebbene possa sembrare un’azione senza speranza. A leggerlo in senso spaziale, come un topografo, un urbanista. Il tempo è spazio: è la planimetria indispensabile da disegnarsi – per quanto irrimediabilmente semplificatoria – sulla quale l’autore di Città distrutte non rinuncia a ricostruire una città anche quando non rimangono che rovine e macerie.

Davide Orecchio

Città distrutte. Sei biografie infedeli

postfazione di Goffredo Fofi

il Saggiatore, 2018, 266 pp., € 20

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.