La ricerca impossibile

Emiliano De Vito

La ricerca del leone di Russell Hoban, apparso in Italia nel 1976 presso Adelphi nella collana “Narrativa contemporanea”, ritorna in veste economica dopo un lungo letargo, che potrebbe piuttosto somigliare, per il lettore che intenda l’ora della leggibilità, a una quiescenza ricolma di attese. Il romanzo potrebbe infatti contribuire a dissipare alcuni degli equivoci più perniciosi affastellatisi – con sorprendente rapidità negli ultimi tempi – intorno a un tema che, se non eterno, è certamente una vecchia ruggine: la ricerca. Poiché ciò che occorre domandarsi di fronte a quest’opera non è tanto cosa sia il leone (la risposta potrebbe trovarsi già nel passo biblico in esergo) ma cosa sia ricerca.

Nato nel 1925 a Lansdale, in Pennsylvania, trasferitosi a Londra nel 1969, Hoban, illustratore e autore di libri per l’infanzia, pubblica per Jonathan Cape, nel 1973, The Lion of Boaz-Jachin and Jachin-Boaz, questo il titolo originale del «suo primo romanzo per adulti». (Così le bandelle di sovracoperta della prima edizione.) È la storia di una quête. O, meglio, di una duplice ricerca, una ricerca a due fuochi, ellittica. Essa tuttavia circoscrive un unico luogo, un unico tempo, che ha nome «leone». Il leone è il luogo immaginale e reale per il quale Jachin-Boaz e Boaz-Jachin, il padre e il figlio, si separano, comunicano e in parte si sovrappongono.

La vicenda ha intimamente a che fare con la forza delle immagini. Le mappe che confeziona JB non sono semplici cartine geografiche o topografiche, ma qualcosa di simile a una crestomazia di immagini, a un atlante figurativo che potrebbe animarsi come certi découpages per l’infanzia, o come certi ambienti dei Quay, con il cui mondo poetico Hoban condivide non pochi temi, oltre ad avere in comune con essi alcune circostanze biografiche e geografiche. (I gemelli Quay nascono in Pennsylvania, a Norristown, nel 1947, studiano, come Hoban anni prima, presso il College of Art di Philadelphia, e si trasferiscono a Londra nel 1969, esattamente nello stesso anno di Hoban.)

I libri di Hoban muovono dalla ricorrente visitazione di un’immagine e si sviluppano variandone alcuni dettagli. «I get obsessed with images» – così egli descriveva il momento genetico fondamentale della propria scrittura aprendo la lezione tenuta presso la San Diego State University il 17 ottobre del 1990. Quale sia l’immagine intorno a cui si avvolge la duplice ricerca dei due protagonisti del romanzo, è presto detto: un bassorilievo raffigurante la caccia al leone presso le rovine di un non meglio precisato Palazzo del Leone, situato in un deserto mediorientale. Questa immagine si impone all’immaginazione dello scrittore variando alcuni particolari di celeberrime rappresentazioni della caccia al leone, lungo una linea iconografica che muove dai bassorilievi assiri raffiguranti il re Assurbanipal su un carro nell’atto di scoccare una freccia al Leeuwenjacht di Rubens del 1621.

Degno di nota è che uno dei pazienti del manicomio, in cui JB si vede costretto a trascorrere alcune settimane, lamenti «the problem of image accumulation» in una lettera indirizzata alla redazione della principale testata giornalistica della città. Il paziente, che, in particolare, avrebbe un problema con il moltiplicarsi dei «volti», è anche una delle persone in grado di vedere il leone di JB. Non è un caso che in un mondo dove i leoni sono estinti uno degli individui in grado di vederli lamenti «il problema dell’accumulo di immagini». Decisivo è che la ricerca di JB termini con un olocausto di immagini: davanti al leone, egli dà fuoco alla mappa che avrebbe dovuto registrare la ricerca del leone. Mentre la ricerca di BJ inizia con un rito sacrificale speculare («I offered the drawings… I burned the drawings…»). Egli brucia i propri disegni – riproduzioni e variazioni della caccia al leone – davanti al bassorilievo del palazzo in rovina.

Dall’offerta, dal sacrificio delle immagini si delinea uno «spazio vuoto». Il vuoto qui in questione segna con una cesura l’inizio della ricerca, il delinearsi dello spazio interiore di una conoscenza non voluta. Ciò che si cerca non è ciò che si vuole. Ciò che si cerca è ciò che ci viene comandato di cercare. Proviene dal di fuori, come un’ingiunzione, ma non è un dovere imposto. Non proviene dall’interno, come una nostra esigenza. Ma nell’interno produce effetti irreversibili. Hoban ne parla come dell’affiorare di un «empty space». Ma non bisogna confondere causa e sintomo. Lo spazio vuoto di Hoban è solo un sintomo. La risposta a una non del tutto esplicata ingiunzione.

Il romanzo di Hoban narra il passaggio, o, se si vuole, la caduta, di JB da uomo di scienza (la scienza delle mappe) a cercatore di verità. JB possiede «an aura of seeking and finding», esercita una «cartographical seduction». Ma la curva della sua vita va dall’allestimento di mappe all’esperienza effettiva dello spazio-tempo del cercare. E questa ricerca diviene effettiva poiché è accesa da ciò che si annuncia, fin dal principio, impossibile da trovare: il leone.

È giusto il momento di ricordare l’assunto iniziale che definisce i confini del mondo narrato da Hoban, ovvero la completa estinzione della specie leonina: «There were no lions any more», questo l’incipit che dà le coordinate di quel mondo. Ma il leone hobaniano è un che né completamente immaginario né integralmente empirico – si manifesta a più persone e, come fosse di carne, di carne si nutre, attacca, colpisce, ferisce, fa sanguinare; al contempo esso è una visione personale, individuale, che si delinea per le strade deserte del crepuscolo mattutino e si dissolve alla luce diurna. Come la montagna per Le Mont Analogue – il racconto veridico di René Daumal che non poche volte questo romanzo di Hoban ci riporta alla mente – così il leone è qui la porta visibile dell’invisibile.

Il leone – inutile tergiversare – è la verità che interroga l’individuo con brutale franchezza in certi momenti della vita, e con la sua interrogazione più che ridestare un’esigenza o indurre a cercare, ingiunge di farlo, incalzando verso e attraverso ciò che non si vuole conoscere. «He cursed his new knowledge», dice Hoban di BJ. La sua è ora «unwanted knowledge», conoscenza non voluta, inintenzionale.

Il leone è il comando della verità. Ciò davanti a cui non si può mentire. Ciò che ingiunge la più violenta sincerità. Ogni ricerca sincera è fattispecie della quaestio veritatis. Il leone è la forma sotto cui la verità, in quanto ingiunzione alla ricerca e non mera esigenza cognitiva, si mostra ai due protagonisti del romanzo di Hoban, si interpone tra essi, per metterli finalmente in comunicazione come padre e figlio, come parti complementari e essenziali di un unico essere, un essere ellittico, bifocale, che i loro nomi stessi adombrano. Di questi nomi, non veri e propri nomi ma cifre di una funzione teologica, diremo soltanto che, come si rileva al primo sguardo, si corrispondono specularmente e riprendono i nomi delle due colonne del Tempio di Salomone, che, interpretate cabalisticamente, possono essere a loro volta ricondotte alla seconda triade dell’albero sefirotico, e precisamente alle due forze complementari e opposte della Grazia, Chessed, e del Rigore, Din, che comunicano nell’elemento mediano della Bellezza, Tif’ereth, elemento che il leone di Hoban, espressione di uno splendore terrifico, incarna alla perfezione, se visto alla luce dell’esergo (Gb 10, 16).

JB abbandona il «collezionare sapere» (così Walter Benjamin definì una volta per tutte l’operazione dello studio), e con questo abbandono egli dà ipso facto l’abbrivio alla ricerca. La verità infatti – in questo ci conforta ancora una volta Benjamin, che non esitò a definire la sua opera più perfetta una «ricerca» che ha per oggetto le idee, cioè gli elementi costitutivi di quell’«essere senza intenzione» che è la verità – la verità, dicevamo, può essere solo cercata, non anche studiata, benché la ricerca pervenga alla verità, se mai vi perviene, naufragando, non approdando. (Vale la pena ricordare che L’Impossible, l’imbarcazione diretta al Monte Analogo, più che approdarvi vi fa naufragio.) Per questo la ricerca destinata a spegnersi nella verità non va confusa con il suo concetto deteriore, il neokantiano “compito infinito”; ma per questo stesso motivo, ovvero perché solo nella propria estinzione eventualmente trova, ogni ricerca genuina resta impossibile.

La legge fondamentale della ricerca si enuncia come segue: «Tutto ciò che si trova è ogni volta perso nuovamente, e nulla di ciò che si trova viene mai più perso» («Everything that is found is always lost again, and nothing that is found is ever lost again»). Il senso della ricerca per Hoban è senz’altro racchiuso in questo motto, un ritornello che rintocca in diversi punti nodali del suo romanzo, una formula oracolare in cui la prima parte cancella la seconda, la seconda la prima. L’incompatibilità tra le due proposizioni è il sintomo più eloquente che ci troviamo qui in un dominio diverso da quello della logica; più precisamente riconosciamo in questo enunciato la cifra espressiva riconducibile al dominio che con la logica è in più grave e cruento conflitto: non il regno dell’illogico e dell’irrazionale, come si potrebbe credere, bensì quello della dialettica. Secondo la dialettica si esprimono le immagini e i loro enigmi.

Russell Hoban

La ricerca del leone

traduzione di Adriana Motti

Adelphi 2017

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.