Cattivo umore. Le performances interspecifiche di Kroot Juurak

Emilio Maggio

Ho dato un nome al mio dolore e lo chiamo “cane” – esso è tanto fedele, tanto invadente e spudorato, tanto capace di svagare, tanto assennato come ogni altro cane, e io posso apostrofarlo e sfogare su di lui i miei malumori: come altri fanno coi loro cani, servitori e donne

Friedrich Nietzsche, La gaia scienza

Per Kroot Juurak, artista estone dedita alla ricerca e alla documentazione performativa, il concetto di autodomesticazione implica l’esposizione delle dinamiche relazionali in quel campo di attività che siamo abituati a percepire come spettacolo. La messa in scena della fragilità del performer rimette in questione il ruolo dell’attore e la stessa funzione dell’arte. Il portato biografico e il vissuto di colui che si esibisce davanti a un pubblico, generalmente costituito da estranei, non dovrebbe trascurare l’umore e lo stato d’animo che il performer è solito rimuovere nel momento in cui dà vita alla recita del mondo.

Per la Juurak fondamentale sembra essere proprio il ruolo dell’attore che nel campo della scena rimette in gioco la sua persona e quello del pubblico che nel campo di programmazione della società dello spettacolo allo stesso tempo cerca di evitare un suo coinvolgimento diretto come soggetto partecipe seppure pretendendolo come spettatore. Nei lavori presentati in alcune recenti manifestazioni la performer concede al pubblico la sua ovvietà di persona, l’immagine cioè di un soggetto che si smaterializza all’interno di un allestimento artistico e si ricompone come corpo frustrato dall’inquietudine nel dover interpretare una parte.

La sua opera può consistere nella messa in scena del suo cattivo umore in grado di diffondersi come un virus all’interno della sala espositiva – generalmente non convenzionale – contagiando così lo sguardo del pubblico che assiste alla performance, oppure il conflitto e la non autonomia dell’artista all’interno di quello che si costituisce come campo di elaborazione ideologico del regime estetico. Il suo ultimo lavoro, Bad Mood, tenutosi al Mambo, Museo d’Arte Moderna di Bologna dal 18 al 21 aprile all’interno della settima edizione di Live Arts Week nello spazio dedicato alla Settimana della Performance, è parte di un’esibizione risalente al 2013 negli spazi dell’ Appel Arts Center di Amsterdam, 3 artists walk in a bar, in cui la performer estone esponeva al pubblico la sua condizione di passive aggressive state, il suo stato d’animo insofferente ai condizionamenti di un’arte produttiva di valori e contenuti edificanti.

In questo senso Bad Mood ripropone la condizione costante a cui è sottoposto l’artista di una performance, il dover essere cioè produttore di senso. Il lavoro concettuale di Juurak è dettato dalla volontà di esprimere non un messaggio quanto piuttosto uno stato d’animo. «Bad Mood manifests through my personal presence or absence», afferma la performer, alludendo ad uno spazio mentale che fa deragliare tutti quegli spazi fisici che costituiscono il sistema della rappresentazione teatrale e artistica e tutti quegli ambiti e dispositivi utilizzati per promuovere l’Arte come intrattenimento (media, internet, musei, stampa, visite guidate). E ancora: «Bad Mood has no fisical form, and cannot be visually documented, it transits itself primarily through word of mouth and can be documented in writing. The visitor would be informed of the presence of the work either with a note on the exhibition sheet, in the catalogue or verbally, such as through a rumor». È per questo che l’esibizione dello stato d’animo contraddice la stessa idea di performance, dettata generalmente dalla consuetudine a evocare e fornire un messaggio di positività, parametro dell’attuale sistema capitalista che, più che essere il risultato di norme gerarchiche produttive e riproduttive di relazioni sociali, sembra essere piuttosto il risultato di umori positivi messi a profitto (penso positivo è il claim che accomuna la gestione aziendale e il mainstream/pop nostrano). Non è allora casuale che una parte estremamente interessante dell’opera della Juurak è dedicata alla creazione di situazioni di collaborazione performativa con animali domestici in eventi che intendono in qualche modo rimettere in discussione il ruolo e la specificità dell’attore e del pubblico.

I suoi spettacoli interspecifici, elaborati ed eseguiti insieme ad Alex Bailey, ex calciatore della squadra inglese dell’Aston Villa, sono cioè concepiti per un pubblico composto di umani e non umani. Conseguentemente l’idea di performance acquisisce significati solitamente trascurati sia dal teatro come istituzione sia da quello performativo legato alle gallerie d’arte. Le performance for pets si traducono in interventi artistici rivolti ad animali domestici dove le situazioni messe in scena avvengono in seguito al grado di coinvolgimento che si manifesta tra attori e pubblico animale. In questi eventi, per lo più allestiti in appartamenti o all’interno di spazi scenici eterodossi rispetto al teatro tradizionale, non solo si rimette in discussione lo statuto dell’arte e il suo regime estetico, ma si produce un vero e proprio cortocircuito tra performer, pubblico non umano e i proprietari degli animali. La correlazione tra l’insensatezza di un’esibizione umorale come Bad Mood e l’inutilità delle performance for pets sta tutta nel riconoscimento della gioiosa inoperosità come tratto comune della vita animale/umana, quella vita per cui si vive.

Quello che noi spettatori siamo abituati passivamente a percepire come allestimento coreografico o rappresentazione teatrale diventa un’operazione il cui scopo non è più quello di fornire messaggi da interpretare, bensì realizzare comportamenti non conformi ai modelli rappresentativi usuali. I pets infatti non fanno distinzioni tra danza, teatro e arte; essi prediligono l’esperienza del teatro, la sua natura rimossa, che consiste nell’esplicitazione dell’osceno, cioè la fuoriuscita dalla routine quotidiana, dalle abitudini e dalla noia che gli imponiamo in quanto loro proprietari. Kroot Juurak e Alex Bayley diventano così dei co-operatori di un allestimento ludico in cui gli animali passano dall’indifferenza alla curiosità, dalla diffidenza al divertimento. Le modalità performative dei due opera/attori si adeguano ai caratteri e alla specifica reattività degli animali a cui le performance sono rivolte. Per questo vengono adottate tecniche di mimica posturale e gestuale che tendono a imitare il corpo e la voce dei non umani. Il gattonare, l’annusare , l’abbaiare, il fare le fusa o l’abbandonarsi alla posizione supina con gambe e braccia alzate come manifestazione di gioia sono pratiche animalesche concepite per suscitare la curiosità degli animali coinvolti, il cui interesse sembra essere decisamente superiore a quello del pubblico umano. Riprendendo le parole dell’artista estone «la performance è in questo caso qualcosa che sta accadendo, è già in atto; mi interessa una performance che sia più un “essere” che un “fare” o un “agire”». Permettere un’esperienza teatrale e di arte contemporanea agli animali domestici ci fornisce la possibilità di rammemorare e di rivivere la nostra esperienza di animali umani. Riacquistiamo così la facoltà di dormire (Sleeping Workshop) e di ridere (Animal Jokes).

Gli animali domestici e i randagi metropolitani ci insegnano nuove modalità affettive, culturali e sociali, come lo spirito di adattamento a contesti che privilegiano lo spazio privato piuttosto che quello pubblico oppure ci invitano a sfidare quei confini, quei muri, quelle barriere che costituiscono le strutture architettoniche includenti/escludenti delle cosiddette comunità civili. Inoltre gli animali domestici/urbani forniscono esemplari espedienti di sopravvivenza e di relazioni inedite per la stessa comunità degli umani. Nella dimensione illogica e priva di punti di riferimento di Kroot Juurak il disorientamento - dello spettatore umano, del cane e/o del gatto e dello stesso artista – è il nodo dirimente di tutte le sue performance. Lo spazio scenico assume così la misura dell’affetto, emancipandosi dalle proprietà vincolanti dello spettacolo e contribuendo all’esplorazione del suo potenziale politico. Il dormire in contesti inusuali come le sale espositive di un museo (Sleeping Performance) o offrire il proprio nome come spazio da affittare ad altri artisti (KroOt) è il modo per affermare un teatro libero dai condizionamenti della rappresentatività artistica e mediale ufficiale e soprattutto in grado di ridare linfa al connubio arte/vita che aveva segnato le espressioni delle avanguardie storiche e della controcultura tra gli anni ’60 e ’70.

La metodologia sovversiva della performer è fortemente influenzata dall’espediente del “what if” da cui prende ispirazione una vastissima produzione letteraria fantascientifica. Cosa succederebbe se gli animali divenissero spettatori, cioè passassero da meri oggetti di diletto spettacolare (dal circo allo zoo al cinema agli attuali dispositivi audiovisivi in verità poco è cambiato) a soggetti attivamente partecipi di un evento artistico?

Il progetto (Performance for pets) è nato qualche anno fa per rispondere alla questione della responsabilità degli artisti. Abbiamo cercato di paragonare tutti i vari tipi di espressioni artistiche nel mondo con i vari tipi di animali domestici”.

Per concludere si può affermare che le collaborazioni interspecifiche della Juurak sono una risposta critica e di critica alla crisi dell’arte (del resto crisi e critica condividono lo stesso etimo), una reazione alla trasformazione del pensiero critico in pensiero del lutto e un modo per promuovere “atti estetici intesi come configurazione dell’esperienza, capaci dunque di far sorgere nuovi modi di sentire e di indurre nuove forme di soggettività politica.” (Rancière,7)

Per visionare le performance interspecifiche di Kroot Juurak rimando al sito www.performanceforpets.net/info/

Per le interviste e le dichiarazioni, cfr https://kr66t.wordpress.com e Alias, supplemento del quotidiano il manifesto, 14 aprile 2018.

Bibliografia: Jacques Rancière, La partizione del sensibile, DeriveApprodi 2016.

Massimo Filippi, Questioni di specie, Eleuthera 2017

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