“Io Svetlana soldato disciplinato che difende la sua patria”: Zinc di Eimuntas Nekrošius

V. V.

Nella teatrografia del regista lituano Eimuntas Nekrošius l’universo di riferimento è costellato prevalentemente dai classici della letteratura, Shakespeare, Dostoevskij, Gogol, Kafka, Cechov. Tuttavia non mancano spettacoli ispirati alle opere di autori contemporanei, ad esempio Pirosmani Pirosmani, Qvadratas, e questo ultimo, Zinc, che ha debuttato a Vilnius allo State Youth Teatras nel novembre del 2017. Le fonti di Zinc sono infatti i due libri della scrittrice bielorussa, nobel per la letteratura nel 2015, Svetlana Aleksievič, Ragazzi di zinco e Preghiera per Černobyl’, rispettivamente del 1989 e del 1997.

Se in Pirosmani, e ne Il Naso di Gogol , tema ricorrente è l’artista come vittima sacrificale della società, in Bado meistras, 2016 (da Franz Kafka trad it. Il digiunatore) che sarà presentato il 10 maggio a Roma nell’ambito del FLUX. Lithuanian Culture Festival, Nekrošius trasferisce la paradossale situazione del digiunatore nel territorio dell’arte dove egli è un eroe, un artista (interpretato dalla favolosa attrice Viktorija Kuodytė ) disperato, incompreso, sfruttato dal suo agente e, come nei freak show, maltrattato. In questi spettacoli la critica alla società, aldilà dei toni aggressivi e testimoniali dei più giovani registi lituani, fa appello a valori universali poco vivi nella società lituana postsovietica. In Zinc il racconto riguarda fatti vissuti di recente, che disegnano la storia degli ultimi decenni del 900, la guera che l’URSS ha combattuto in Afganhistan e l’esplosione dei reattori a Černobyl’. Coerentemente con il racconto della scrittrice, il cui metodo si basa sulla raccolta di testimonianze dirette di persone testimoni dei fatti, le quali raccontano le loro storie, emozioni, sentimenti che i mass media ignorano e che il potere politico ha interesse a nascondere, anche lo spettacolo ha un andamento di esposizione diretta. I due romanzi sono racconti corali collettivi, intessuti di più voci; nello spettacolo le figure di madri e soldati, fuoriescono dal coro che osserva, ascolta e reagisce, si posizionano in ribalta frontalmente e spalancano degli squarci sui trauma e le sofferenze vissute. Le madri raccontano del fascino che esercita la guerra sul giovane che parte spinto da amore patriottico: Non vi è nulla di più terrificante dell’amore”, dice una madre.Dovevo convincermi io stessa che mio figlio aveva potuto davvero ammazzare un uomo. Li ho interrogati a lungo e ho capito: sì, aveva potuto. La questione della morte, dell’uccidere un uomo non suscitava in loro particolari sentimenti, di quelli che si incontrano abitualmente in un uomo normale, che non ha mai visto il sangue. Parlavano dell’Afghanistan come di un lavoro in cui si doveva ammazzare. In seguito mi è capitato di incontrare dei ragazzi anche loro reduci dall’Afghanistan i quali erano andati in Armenia dopo il terremoto, con le squadre di soccorso. Volevo sapere se avevano avuto paura, che cosa provavano alla vista della morte, questa per me era ormai diventata una specie di idea fissa. No, non avevano paura di niente e anche il sentimento della pietà si era affievolito. Membra strappate… Corpi schiacciati… Crani, ossa… Intere scolaresche sepolte dai crolli… Bambini seduti ai loro banchi a un tratto finiti sotto terra. Ma quelli ricordavano e raccontavano altre cose(Svetlana Aleksievič, Ragazzi di zinco).

La seconda parte dello spettacolo mette in scena Preghiera per Černobyl’: 485 villaggi bruciati e 8553 esseri umani inviati nei villaggi per ripulire il territorio dai gas nocivi. Un soldato testimonia: “Naturalmente il partito comandava e bisognava obbedire, andare nella zona rossa senza protezioni. I contadini dovevano abbandonare le loro terre, i raccolti distrutti, le mucche munte ma il latte versato. Qualche anziano si aggrappava all’uscio di casa e rifiutava di andarsene. I contadini non capivano perché, ad esempio non permettessimo loro di prendere un secchio, una brocca, una sega o una scure dal loro cortile. O di mietere il raccolto. Come lo spiegavamo ai contadini? Le patate… I contadini hanno fatto crescere gli amati tuberi, li hanno raccolti di nascosto, ma adesso li devono sotterrare. I primi a morire sono i pompieri intervenuti sul reattore. Tutti nel giro di una settimana tra sofferenze atroci. Male equipaggiati e forniti di dosimetri inadeguti perché l’indicatore andava subito a fondo scala mentre le radiazioni erano centinaia di volte maggiori” (Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl’).

Senza schematismi, la drammaturgia di Zinc si sviluppa su un ritmo fatto di assoli in primo piano e di movimenti e azioni collettive che provengono dal fondo e al fondo tornano. I fatti tragici che lo spettacolo racconta si stagliano in una dimensione che si compone di colori caldi e vivaci, di una drammaturgia sonora che fornisce spessore plastico alla scena, densità spaziale e profondità di campo alle figure e agli oggetti. Il prologo sembra leggersi come omaggio al teatro russo delle avanguardie, il proferire di Svetlana alle invenzioni paralinguistiche dello Zaum di Chlebnikov e le acrobazie dei clown al montaggio delle attrazioni di Ejzenštejn. Una scena che richiama le sequenze in movimento al ralenti di Bill Viola e le composizioni plastiche di Bob Wilson, come la bellissima immagine dell’attrice in nero – la protagonista scrittice - che trascina un enorme registratore a bobina che è oggetto inseparabile in cui Svetlana imprigiona le voci delle persone che incontra e che a volte autonomamente si anima, con passo elegante e slanciato come una cronofotografia di Étienne-Jules Marey. In questo spettacolo gli orrori che Svetlana denuncia è come se navigassero in uno spazio da favola dove a elefanti di legno viene ordinato di mettersi in cammino, mentre un uomo con un sassofono suona un motivo romantico famosissimo da destra e da sinistra rimbalza in scena un altro essere avvolto in un paracadute bianco, mentre sul fondo si dispiegano carte geografiche Non mancano le apparizioni sorprendenti come la figura dell’uomo con l’impermeabile foderato di libri. I suoni restituiscono l’impronta degli ambienti e degli avvenimenti con le scosse elettriche che danno la sensazione della catastrofe (Kabul 1983): aerei che rombano, collidono, sganciano bombe, suoni minacciosi che accompagnano la partenza del soldato in una terra sconosciuta fatta di montagne, neve, deserti di sabbia, cammelli. Una marcia funebre accompagna il corpo di un soldato morto, iteratamente trascinato in ribalta, mentre un rumore assordante viene prodotto scuotendo una lastra di lamiera energicamente, a ogni entrata di un cadavere in primo piano.

L’esemplarità di questo spettacolo che parla frontalmente agli spettatori di avvenimenti politici del recente passato, avvenuti in zone geografiche più vicine alla Lituania che a noi, risiede nel fatto che pur trattando materiale documentario, non persegue la strada del reality trend intrapresa dai Rimini Protokoll, per citare il gruppo più rappresentativo di questa tendenza. La tradizione poetica, fantastica, metaforica che al teatro di Nekrošius arriva dalle avanguardie russe è viva e lavora per riconfigurare ciò che lo scrittore etnografo/ricercatore sul campo e il regista hanno prelevato dal mondo reale, senza rinunciare al lavoro di composizione drammaturgica. Si ripristina così un rapporto fra teatro e società che è vitale, a patto che non azzeri il teatro e i suoi codici, in qual caso anche la relazione con la società ne risulterebbe semplificata e impoverita. La specificità disciplinare del teatro che questo spettacolo esalta e non narcotizza, non va contro il presente modellizzato dai media, ma è una forma a suo modo di resistenza al presente, nel senso che scava dentro il presente, lo mina, lo mette a rischio.

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