Avviso ai naviganti

In occasione di CANZONIERE, la poesia riprende fiato – happening di poesia con musica e fumetti live che si terrà giovedì 10 maggio al Teatro Tor Bella Monaca di Roma per presentare l'omonima collana di poesia con musica e poetry comics edita da Squi[libri] – proponiamo un testo di Gabriele Frasca e Lello Voce che insieme a Frank Nemola e a Claudio Calia dirigono la nuova iniziativa editoriale.

Gabriele Frasca e Lello Voce

O voi che siete in piccioletta barca...

Chiglia

La poesia non è un genere letterario ma un medium, perché come aveva ben visto Giambattista Vico (e come poi hanno confermato gli studi di Marcel Jousse) quello che noi chiamiamo linguaggio, il gesto buccale che si sostituisce all’imitazione simbolica con tutto il corpo, nasce metrico, vale a dire già organizzato per il canto comunitario, dal momento che il suo scopo non era quello di favorire la comunicazione ma d’informare letteralmente il corpo che l’avrebbe contenuto. In questo senso il linguaggio diviene il tratto specie-specifico del processo di ominazione, il congegno sociale che consente il transito dell’informazione vivente che collega ogni singolo individuo, non al branco del presente contingente, ma alla sua comunità di vivi e di morti. Quella che noi chiamiamo poesia è dunque il medium delle prime culture orali, in realtà sin da subito audiovisive, che grazie a un linguaggio fortemente ritmato e memorizzabile, e all’ausilio delle immagini (delle posture del corpo e poi delle loro “impronte” nelle cosiddette pitture rupestri) stoccavano e tramandavano i pacchetti d’informazione necessari alla comunità (e all’intera specie) per sopravvivere. La poesia, insomma, è nata prima dei poeti. E per fortuna.

Carena

Per liberare il linguaggio dalla sua funzione rigidamente informativa, e rendere possibile una comunicazione più o meno rapida e dunque superficiale, la specie ha dovuto ricorrere alla prima vera e propria esternalizzazione del suo patrimonio d’informazione vivente. Tutta la storia dei media è del resto un continuo tentativo di liberazione del cervello umano dal peso della conservazione vigile, e dunque un progressivo processo di alienazione dell’informazione nelle vasche di decantazione di supporti memoriali sempre più scorporati e silenti (se non altro fino al successivo ripristino dell’interfaccia). Gli aedi, i griot, i bardi, i cantori nascono insomma come prima forma di liberazione dalla memoria sempre a giorno, e dunque come i depositari costantemente in atto di un’informazione che negli altri individui della comunità giace piuttosto in uno strato meno vigile di coscienza. Il loro canto pertanto, che non giunge comunque mai nuovo, occorre a suscitare un’informazione strategicamente tenuta latente, per consentire di mantenere disponibile a ogni evento la soglia d’attenzione cui concorrono i sensi.

Opera morta

La poesia diventa mera delibazione di stati d’animo (che si sottraggono alla vita), col rischio di ridursi, come diceva padre Jousse, a un “gargarismo estetico”, solo nella fase successiva dell’esternalizzazione dell’informazione vivente, e dunque con la nascita e la diffusione del nuovo medium della scrittura. Ma il rapporto col nuovo mezzo sarà per la poesia sempre conflittuale, o quanto meno dialettico (quanto può esserlo una guerra di posizione). Se dunque la memoria diventa con la scrittura patrimonio di una casta, perché l’informazione stessa per tornare a essere disponibile abbisogna di un’interpretazione, la poesia con la sua più immediata fruibilità, che consente di attecchire più liberamente alla memoria, finisce facilmente col presentarsi come una sorta di controcanto al discorso comunitario oramai altamente burocratizzato. Il valore d’uso della poesia, in ogni caso, resta comunque più rilevante del suo valore di scambio. La poesia, a dirla parafrasando Filliou, è lì per dimostrare che la vita è più importante della poesia.

Fiocco

La poesia è dunque l’unica arte che nei secoli ha mutato il suo medium di espressione, passando dall’oralità del suono articolato, in assenza o in presenza del testo scritto, alla lettura silenziosa della pagina, che non è mai riuscita però a contenere del tutto la sua tendenza connaturata ad allocarsi nel corpo come una sorta di brusio. Quanto all’oggi, appare del tutto evidente che la brutale accelerazione che connota le strutture e le dinamiche sociali, culturali e antropologiche della contemporaneità, muta forzatamente (e forzosamente) i rapporti tra scritto e orale. Lo scambio d’informazioni culturali avviene attraverso strumenti sempre più multimediali, grazie ai quali si sostanzia un cambio di paradigma nel quale non solo si passa di nuovo dallo scritto all’orale, ma mutano anche i metodi e gli strumenti stessi della scrittura e della lettura silenziosa: la dettatura si sostituisce alla scrittura, l’endiadi occhio-orecchio al silenzioso lavoro della retina che decifra segni codificati, il suono rimanda all’immagine, che esplica il linguaggio con il feticcio di una realtà che copre il reale, mentre lo scritto offre ormai soltanto le notazioni ermeneutiche, i confini di un contesto. La scrittura vola via verso il fondo di quello strano rotolo ipertecnologico che è la home di ogni social, s’accelera a sua volta, integrando icone, abolendo vocali, si volatilizza mentre le parole restano a vibrare, a fare suono, sospese in un’epochè perenne, a mezz’aria, incise dalle punte del silicio in bit e beat. Scripta volant, verba manent. È grande la confusione sotto il cielo, ma la poesia continua a puntare direttamente sul corpo, e torna a danzare come facevano gli aedi, sempre pronta alla nuova mutazione.

Cassero

La sua natura essenzialmente linguistica, cioè il suo essere basata sul medium che più di ogni altro ci rende umani, fa della poesia un’arte amichevole, anzi la più amichevole fra tutte: per questo essa ha sempre teso a fondersi con altre arti e con altri sistemi di comunicazione, a partire da quelli iconici delle pitture rupestri. Non esiste comunicazione umana, lo ricordava Giorgio Raimondo Cardona, che non sia di suo audiovisiva. La poesia è dunque costituzionalmente “liquida”: dalla lingua che articola la voce cola sulla pagina, e dalla pagina, dopo averla inzuppata, gocciola di nuovo sino alle orecchie (e agli occhi) del mondo. Il suo essere liquida le permette da sempre di mescolarsi e fondersi alle altre arti. Per questo ancora oggi la poesia si presenta pluriversa. Solca indifferentemente vari supporti (aurali, visivi, multimediali), ma la sua identità è linguistica; se è orale, rimanda allo scritto che la precede, se è scritta, rimanda all’oralità che vi è necessariamente immaginata e incorporata. La poesia che nasce musica, con la musica torna oggi a temperarsi, non per esserne accompagnata, né per ornare di contenuti una melodia puramente sonora, ma precisamente per dare voce a quella parte “analfabeta” che sta in ogni linguaggio e che l’alfabeto non può significare. Per esprimere, moltiplicandolo per armoniche acustiche, tutto il potenziale sonoro della lingua che la scrittura inevitabilmente silenzia. Ma la scelta di un medium non è oggi, in sé, una scelta di poetica, poiché è antropologicamente e strutturalmente condizionata, ed è dunque relativamente indipendente dalle forme della scrittura.

Sàrtie (manovre dormienti)

Se la poesia è il medium della cultura orale, ha più volte ricordato Paul Zumthor, non può che vivere della sua stessa esecuzione. Ciò che la poesia inquadra è innanzi tutto il corpo stesso che la ospita senza mai contenerla per intero. È per questo che il corpo dell’esecutore, il modo in cui respira e si modella, non s’identifica con la statua dell’autore. La poesia che vive dell’esecuzione, per quanto ne abbia, non ha bisogno di autori. Come tutto ciò che ha a che fare con la cultura orale, non c’è autorialità che non dilegui nel passaggio di bocca in bocca. L’esecutore è una stazione ricevente in cui s’incarna, nel solo istante dell’esecuzione, la comunità di vivi e di morti che riacquista voce nell’atto della poesia. Se i cosiddetti lettori non sanno farsi esecutori, liberandosi dalla soggezione all’autore, la poesia nemmeno si palesa.

Albero di maestra

La grande civiltà della scrittura occidentale, prima chirografica poi definitivamente tipografica, ha sempre riconosciuto nel libro il luogo di contenimento dell’esecuzione poetica, come per addomesticare la poesia a un destino di casta che non ha nulla a che fare con la sua intima vocazione comunitaria. La poesia, per quanto sappia serpeggiare solitaria, nasce per convocare. Ciò che non si è compreso dell’a volte tanto temuto “io lirico”, è che si tratta di un pronome di prima persona plurale. Ecco perché quello stesso “io” può diventare, opportunamente surriscaldato, una maschera teatrale, e ficcarci quanti ne siamo in un viaggio a rischio stesso della morte. Che poi è quello che non a caso si compie nella Commedia di Dante. Ed ecco perché quell’opera che si prefiggeva di essere addirittura di grazia poteva finire, come ci ricorda una nota novella del Sacchetti, con l’essere cantata dal primo fabbro in cerca del ritmo giusto per il proprio lavoro. Lasciate pure che il personaggio-Dante della novella in questione s’infuri e metta a soqquadro l’intera bottega, condizionato com’è dal suo modesto autore, che votato com’era alla mercatura, quasi intravede il lento processo da cui nel giro di quattro secoli emergerà il copyright. Ma la questione a ben vedere resta un’altra, e ci ricorda che si ha voglia di coricarla sulla pagina, e di mettervi a guardia legioni di commentatori (più o meno di pietra) e custodi della lezione giusta! La poesia si attacca alla memoria per guizzare nella viva voce. Per questo a ogni nuova esecuzione si contrappone alla sua stessa lettera. Più quel fabbro storpiava le parole di Dante, più la poesia della Commedia tornava a essere viva. Quando nasce il mito notarile delle “ultime volontà dell’autore”, si condanna a morte ciò che di per sé non può morire. L’informazione, se è tale, lo è solo se vivente. E ciò che vive, non s’irrigidisce in un suo diritto, ma traligna e transita.

Albero di trinchetto

Registrare un’esecuzione poetica non equivale pertanto a consegnarla ghiacciata una volta per tutte nella sua forma “definitiva”. Come c’insegna un secolo e mezzo (quasi) di grammofonia, registrare un canto non equivale a mantenerlo immutabile, anzi. Lo sarà per la macchina che continuerà a riprodurlo, stupidamente e fin quando non s’incepperà; ma non per il primo ascoltatore in transito. Chiunque abbocchi anche per un solo istante a un testo performato, magari per canticchiarlo fra sé e sé, come il fabbro di Sacchetti finirà inevitabilmente col farlo proprio e storpiarlo, il che vorrà dire col metterci del suo. Non si aggiungono parole a caso quando si “arrangia” in proprio una canzone. Perché in verità si entra così facendo nel campo sempre rigoglioso della psicopatologia della vita quotidiana. Appropriarsi distrattamente di parole in vario modo eseguite, equivale sempre a perseguire la feconda strada dei lapsus, dei giochi di parole più o meno involontari e del pun. S’impara sul proprio desiderio più da quanto s’infetta l’altrui, che da una presunta dichiarazione esplicita di ciò che in altre circostanze nemmeno avremmo ritenuto degno di articolare con la nostra voce.

Strallo

La poesia sosta sempre dunque in bilico fra la memorabilità imperativa e quella molteplicità di piccoli tradimenti che fa di ogni transito incompiuto un’informazione vivente. Le linee metrico-melodiche cospirano senz’altro per la memoria, e sono queste che imbragano il medium della poesia. Ma un medium esiste solo in quanto si pone in mezzo fra un corpo e l’altro, scivolando dall’uno all’altro. E quando si finisce in un corpo, è sempre difficile resistere al processo di assimilazione. Il che vuole anche dire un’altra cosa: non esiste un soggetto nella poesia (su questo insisteva il tanto sbandierato a vuoto ritornello di Rimbaud). Esistono invece i soggetti alla poesia, sospesi fra la necessità di ricordare e quella di proseguire la linea delirante della vita.

Bompresso

La poesia è tutto ciò che torna fluido nel momento stesso in cui cerca di consolidarsi come un monumento. Per questo non finisce nella tomba del suo sempre sommo poeta, e sopravvive. Persino in quella di Dante, siatene certi, altro che miseri resti! Non c’è mai stato nulla. Il che vuole anche dire che fortunatamente non si fa in tempo a creare un canone, che la poesia è già schizzata altrove. Le vasche di raffreddamento delle aule universitarie distilleranno pure i più o meno nobili tormenti degli studiosi, ma la poesia circola dove s’adultera il mondo

L'illustrazione è tratta da un poetry comics di Claudio Calia, dedicato al Naufragio del Deutschland di Gerald M. Hopkins.

2 risposte a “Avviso ai naviganti”

  1. Questo è un manifesto molto bello, che condivido in toto, cui aderisco con convinzione. E sono molto contenta di far parte di un “gruppo” di poeti che da moltissimi anni medita, scrive e agisce nell’ordine di idee dell’anonimia dell’autore, della via tradizionale della poesia – come sostanza di quest’arte linguistica e come sua natura di medium -, del rapporto dell’arte liquida della poesia con le altre arti e quindi del suo significato profondo di arte performativa, che non è letteratura e non è teatro ma, appunto, quella cosa fra letteratura e teatro, fra corpo scritto e corpo orale, che fa della lingua un ritmo sonoro. L’appuntamento al Teatro di tor Bella Monaca è dunque un punto di arrivo, un approdo di questa nave varia e fluttuante nello vasto mar dell’essere, e dovrà essere un punto di partenza. Non solo artistico, anche ideologico, formale. Vorrei che si potesse, una volta accreditata definitivamente la natura orale della poesia, cominciare a creare delle poetiche innovative. Vorrei che a partire da questo ri-inizio si potesse cessare di dover dire “la poesia” e cominciare ad esperire i modi più varii nell’ambito perfomativo. Sperimentare nuovi approcci nel rapporto, vecchio come il mondo, fra poesia e musica, per fare un solo esempio, che per me è anche il più importante, e non solo in merito alla mia ricerca. Vorrei si potesse cessare di dover definire “la poesia” e ricominciare – da questo approdo – a navigare verso nuovi approdi sperimentali, distinguendo e svecchiando. Per continuare veramente a stare nel solco della tradizione.

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