Alfadisco # 5 – aprile 2018

Paolo Carradori

FRANCO D’ANDREA OCTET

INTERVALS I” (Parco Della Musica Records)

Ancora un lavoro sulla memoria quest’ultima perla di Franco D’Andrea. Piano solo, trio, quartetto, ora ottetto, con qualunque soluzione la folgorazione delle origini in lui rimane indelebile. In “Intervals I” risalta in una strepitosa lettura ellingtoniana, un capolavoro di equilibrio collettivo che nella narrazione cromatica del Duca sviluppa una musica elegante e pulsante. D’Andrea tratta colorismi, esotismi e aspetti ritmici (jungle e mood) come elementi malleabili, distribuendoli in stratificazioni, incastri dove le voci si fondono in un contesto orchestrale di notevole dinamismo. Gestisce l’ampia formazione come i tasti del suo pianoforte-orchestra dove scolpisce percorsi luminosi e stimoli che stanno tutti dentro la storia del jazz come fonte inesauribile. Un impianto classico che produce una musica modernissima. I musicisti, che il leader conosce bene, rispondono alla grande. L’inossidabile e impeccabile ritmica Mella-De Rossi, le ance stralunate di Ayassot, la vivace ironia del trombone di Ottolini che si incrocia con il limpido lirismo del clarinetto di D’Agaro, mentre la chitarra di Terragnoli e l’elettronica di Roccatagliati offrono quella ricerca sonora trasversale che dilata spazi e mente.

Franco D’Andrea piano – Andrea Ayassot alto and soprano sax-Daniele D’Agaro clarinet - Mauro Ottolini trombone-Enrico Terragnoli chitarra - Aldo Mella double bass - Zeno De Rossi drums - Luca Roccatagliati electronics

GIACINTO SCELSI

COLLECTION Vol.8” (Stradivarius)

Al di là delle note difficoltà di datazione tipiche della vicenda scelsiana, le quattro opere di questo ottavo volume fanno riferimento al periodo giovanile, indicativamente fino alla fine degli anni Trenta. Un periodo poco scandagliato forse perché ancora Scelsi non ha ben definita la propria strada creativa, frequenta il cosmopolitismo parigino per poi trasferirsi in Svizzera fino alla fine del secondo conflitto mondiale. Ma ad un attento ascolto, in particolare di Trio (per violino, violoncello e pianoforte) all’interno di forme riferibili alla tradizione tardoromantica si percepisce un anelito di rinnovamento nell’esaltazione dell’aspetto timbrico, sonoro e ritmico rispetto a quello formale. In Sonata (per violino e pianoforte) il violino risponde con svolazzi alla severità iniziale del pianoforte, in un dualismo, un’esplorazione delle risonanze che ritroveremo nello Scelsi maturo. Lascia perplessi la fragilità dello sviluppo melodico di Chemin du cœur (Lirica per violino e pianoforte) che evoca impressionismi francesi ma probabilmente prefigura l’aspetto meditativo di opere future. In fine Dialogo (per violoncello e pianoforte) a dispetto del titolo tende più a disegnare lontananze, ma senza spigoli, in una cantabilità inquietante.

Markus Däunert violino – Giovanni Gnocchi violoncello – Alessandro Stella pianoforte

HOBBY HORSE

HELM” (Auand)

Si potrebbe subito riflettere sull’uso evocativo dell’elmo, che spicca severo nella sua rozza, arcaica fattura dal booklet del cd, sulla sua tradizionale funzione difensiva. In questo caso come salvaguardia di un percorso unico, quello degli Hobby Horse, formazione che da anni infrange con rigore quasi feroce confini, stili, estetiche che si rifanno a jazz, free-improvvisation, rock, punk, elettronica. Tracce che vengono fagocitate, rielaborate, mischiate e restituite in una forma che le contiene tutte ma allontanate da una qualunque logica imitativa. “Helm” accentua la specificità di questa strada, complessa, inquieta, affascinante. Le ance di Kinzelman raccontano storie con accenti caldi e astratti, Rehmer disegna una trama di sottofondo scura e densa mentre Tamborrino lancia fuochi d’artificio con un drumming muscolare ma anche sofisticato nel sottolineare nel dettaglio i diversi ambienti sonori. Tutti, usando voce ed elettronica, ampliano poetiche e aspetti onirici. La doppia traccia finale, oltre 25’ di quasi silenzio, un fiume appena increspato solcato dalle provocazioni verbali di John Cooper Clarke, tunnel depurativo.

Dam Kinzelman tenor saxophone, clarinets, electronics, voice – Joe Rehmer basses, electronics, voice – Stefano Tamborrino drums, electronics, voice

                                        

CAMILLO TOGNI

WORKS FOR FLUTE” (Naxos)

COMPLETE PIANO MUSIC - 4” (Naxos)

Il quarto volume dedicato ai lavori per pianoforte (1940-44) evidenzia come il giovane Togni, rimasto stregato dall’ascolto di Schoenberg, viva una difficile stagione creativa sospesa tra l’adesione spontanea alla dodecafonia, come poetica introspettiva più che tecnica compositiva, ed una naturale tensione verso la costruzione melodica. Questa complessa fase dialettica sviluppa un rigore austero mai però chiuso su sé stesso, anzi già caratterizzato da vivaci aspetti espressivi e timbrici, probabilmente influenzati dalle frequentazioni con Benedetti Michelangeli. Gli otto brevi movimenti di Suite, Op.14 (1942) in un affascinante sviluppo dello spettro sonoro giocano su contrasti e aspetti ritmici, mentre i quattro tempi di Serenata No.2, Op.11 (1949) sono immersi in una ambientazione notturna e impressionista che Orvieto disegna con profonda tensione.

Works For Flute” indaga un Togni più maturo (1953-1982) che, conosciuto Gazzelloni a Darmstadt nel 1951, gli dedica Sonata for flute and piano op.35 (1953) e Fantasia concertante for flute and string orchestra (1957). Opere temporalmente vicine ma lontane nello sviluppo compositivo, la prima più aderente alla lezione schoenberghiana, la seconda più aperta stempera la serie in un ricco intreccio di variazioni. Di notevole interesse il vibrante dialogo flauto-chitarra di Five Pieces for flute and guitar (1975-76), fascinoso l’approccio melodico-rituale di Inno a Iside for solo flute (1979). Si può dire che se un tratto accomuna la raccolta questo può essere riferito alla rivitalizzazione del ruolo dell’interprete che nella Neue Musik rivendica un ruolo più diretto nel disegnare il senso musicale della composizione. Ruolo che Fabbriciani garantisce con il riconosciuto spumeggiante talento strumentale e interpretativo.

Roberto Fabbriciani flute, piccolo - Doroty Dorow soprano – Vincenzo Saldarelli guitar – Massimiliano Damerini piano – Carlo Alberti Neri piano – I Cameristi Lombardi (Mario Conter conductor) Aldo Orvieto piano

QUILIBRÌ

NOTE DEI TEMPI” (Auand)

Per chi ha seguito e segue il luminoso cammino progettuale di Franco D’Andrea, la figura di Andrea Ayace Ayassot, presente dagli anni Ottanta nelle varie formazioni del pianista meranese, assume i caratteri della fascinazione sia sul piano visuale che sonoro. Defilato, ascetico, misterioso, apparentemente più filosofo che sassofonista, le sue ance offrono sempre sorprese percorrendo percorsi obliqui, sognanti, fuori da ogni classificazione stilistica. Lo conferma ampiamente questo lavoro con il trio Quilibrì su sue composizioni (eccetto un omaggio a D’Andrea). La scelta di usare solo il soprano garantisce uniformità sonora, come un’avvincente voce narrante Ayassot ci racconta storie, personaggi e paesaggi dai sapori latini ma anche orientali. È come sfogliare un coloratissimo libro di favole, ogni pagina di “Note Dei Tempi” possiede un proprio ambiente che può essere melodico, poetico, distorto e inquieto in un micro-teatro di grande coerenza estetica dove la scrittura non risulta mai rigida ma sempre aperta ad escursioni libere. Il magico equilibrio delle undici brevi tracce è garantito dall’eleganza espressiva della chitarra classica di Degani, come dalla ricchezza ritmico-coloristica delle percussioni di Riaudo. Ma alla fine dell’ascolto la sensazione piacevole è che un alone di mistero aleggi ancora intorno al sassofonista.

Andrea Ayace Ayassot soprano sax – Enrico Degani classic guitar – Claudio Riaudo percussion

STEFANO BAGNOLI

RIMBAUD” (Tuk Music)

Da soli è sempre difficile comunque, ci si mette in gioco in modo totale, che lo faccia un batterista anche più raro, che il dedicatario sia poi un gigante della poesia, una sfida notevole. Stefano Bagnoli, musicista molto apprezzato tra jazz e collaborazioni trasversali, rimasto folgorato sulla strada della parola con “Rimbaud” mette a nudo la fascinazione verso la fragilità esistenziale, la genialità, la rabbia e l’impertinenza del grande francese. Sceglie la strada del multistrumentismo, accumulando molti materiali, idee, suoni e suggestioni. Forse anche troppi, la gestione risulta a tratti farraginosa, più descrittiva che profonda. Ma ciò che colpisce in questo lavoro è la sincera passione senza filtri del narratore, non poco di questi tempi dove tutto è programmato dagli algoritmi. Passione distribuita in tutte le tracce dove le scelte compositive, strumentali, i montaggi di suoni e ritmi, come la singolare visione, nelle note, di affiancare Rimbaud ai grandi del jazz, risultano coerenti, anche piacevoli. Paradossalmente la forza del cd risulta essere proprio la sua imperfezione, frutto di un urgente desiderio di raccontare come la poesia possa cambiare la vita. Anche quella dei batteristi.

STEFANO BAGNOLI drums, piano, vibraphone, double bass, keyboards, percussions and effects

SCHIAFFINI-PRATI-GEMMO-ARMAROLI

LUC FERRARI EXERCISES D’IMPROVISATION” (Dodicilune)

In fondo Giancarlo Schiaffini, da anni, ci racconta attraverso la musica e gli scritti che l’improvvisazione è un feticcio complicato da definire quanto affascinante da affrontare. Questo lavoro in quartetto su composizioni del 1977 di Luc Ferrari ne esplicita aspetti ancora più coinvolgenti. In questo caso la libertà d’improvvisazione è condizionata dall’ascolto del nastro magnetico che funziona non da neutro sottofondo ma come proposizione con la quale relazionarsi, al di là di convenzioni e stili. Ferrari indica che questa, la proposizione di carattere modale-tonale, non deve essere altro che un sostegno all’immaginazione collettiva. La condizione posta dal compositore costringe gli esecutori a buttare via aspirazioni leaderistiche e di guida, altrimenti nulla funzionerebbe. Invece qui tutto funziona alla grande, lo spazio mentale che il nastro stimola vede i quattro musicisti cercare, in una immersione dialogante diretta e totale nel suono, una visione collettiva della musica del tutto estranea a facili soluzioni, minimal, ambient o altro. Ma questa profonda condivisione dei musicisti necessita anche di un atteggiamento aperto di chi ascolta, Ferrari, come molti altri compositori contemporanei, ci richiede un ruolo attivo, la responsabilità di conferire esistenza, identità a suoni, emozioni che potrebbero volare via.

Giancarlo Schiaffini trombone – Walter Prati cello – Francesca Gemmo piano – Sergio Armaroli vibraphone

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