Olivo Barbieri, dal Mondo Fuori Fuoco a …

Manuela Gandini

Il vedere fa comprendere la mancanza di importanza di tutto”

Don Juan

Quando Carlos Castaneda (1925-1998) parte per il Messico incontra Don Juan – il brujo, stregone o uomo di conoscenza - che lo inizia ai segreti della percezione ridicolizzando e smontando il suo personaggio occidentale. Gli anni di apprendimento accanto a lui lo avvicinano a comprendere il concetto di vedere diverso dal guardare. “Il mondo, quando lo vedi, non è come tu pensi che sia. È un mondo fugace che si muove e cambia. (…) Noi uomini sappiamo ben poco del mondo. Un coyote ne sa molto più di noi. Un coyote non è quasi mai ingannato dalle apparenze del mondo”, proclama lo stregone (1).

E Genaro, l’altro brujo amico di Don Juan, afferma: “Che altro potrebbe avere un uomo oltre alla sua vita e alla sua morte?”.

L’arte si focalizza sul vedere. Si nutre e si imbeve di cronaca, quotidianità, letteratura e tecnologia. Sviluppa universi paralleli, riflette – come uno specchietto retrovisore – fatti umani, eventi epocali, comportamenti e trasformazioni sociali, poco prima che avvengano. Con anticipo produce immagini che successivamente si rivelano premonitrici. L’antropologo americano Joseph Campbell (1904-1987) affermò che i moderni sciamani sono gli artisti, in quanto capaci di mostrare ciò che ancora non è in quel momento visibile.

Nonostante l’abuso dell’immagine nella nostra epoca, l’arte non è stata spodestata del proprio potere evocativo e trasformativo. Sviluppa invece il compito di portare la coscienza collettiva e individuale a riflessioni che la cronaca (data la velocità, il controllo, la dozzinalità) non consente. Il mondo è zeppo di persone che guardano e non vedono. Alzate gli occhi dal vostro cellulare e, nella vettura del treno o sull’autobus, vedrete quasi tutti i viaggiatori attorno a voi concentrati sul proprio smartphone o tablet.

Lo spettacolo come la società moderna è allo stesso tempo unito e diviso. Come essa edifica la propria unità sul laceramento”, scrive Guy Debord (2)

Come appare un’area di servizio agli occhi di Edward Hopper? Un uomo calvo un po’ avanti con gli anni armeggia solitario con la sua pompa di benzina mentre attorno l’erba prende fuoco. Intanto Tom Joad, protagonista disperato di Furore (2), appena uscito di galera, viaggia con il suo furgone scassato e tutta la famiglia verso la California per un lavoro da reietti. Le strade sono invase da straccioni in cerca di fortuna durante la crisi americana degli anni Trenta. (3)

Vicino a San Francisco c’è una squallida e solitaria stazione di servizio. Jack Nicholson, aiutante del proprietario del locale, nel Postino suona sempre due volte (4) è pazzo per Cora, la moglie annoiata del gestore, interpretata da Jessica Lange. Avvolti dal fuoco della passione, i due decidono di far fuori il marito di lei riuscendo ad accopparlo solo la seconda volta. Scampati alla giustizia, Cora perde la vita in un incidente.

Sul display della nostra memoria legata al viaggio, ci appare l’insegna grondante della “Esso” dipinta da Mario Schifano.

Negli anni Sessanta, Ed Ruscha percorre avanti e indietro, da Los Angeles a Oklahoma City, la Route 66, per visitare la madre rimasta vedova. Le solitarie pompe di benzina, le gasoline station, s’imprimono nell’immaginario dell’artista che le trasforma in opere nude, spopolate, asettiche, con monumentali idee di prospettiva, futuro e progresso. “Io considero [le parole] come materiale visivo e le ho considerate come delle sculture, esse hanno un volume e uno spessore” ha detto Ruscha. Nel paesaggio deserto, come nella vita, le parole sono entità presenti, concetti concreti che sostituiscono gli oggetti stessi.

Olivo Barbieri compie un processo per certi versi simile ma inverso. Cattura Fast Food, Deli, Delicatessen, Burger King, nella loro vivacità pop, ma poi compie interventi di cancellazione delle icone: ingrigisce la ciambella (donut) sul tetto di un locale o riduce il White Center di Mark Rothko a un hamburger. Barbieri – in mostra, a  cura di Achille Bonito Oliva, alla Galleria Mazzoli di Modena – ripercorre e impasta tra loro le forme dei monumenti orientali e occidentali. Piero Della Francesca contro un hamburger. Il Guercino contro le donuts. Se l’idea di occidente è ridotta alla Silicon Valley e gli Usa sono “culturalmente” una colonia dell’Italia, Barbieri cerca di tornare alla forma originale delle cose, togliendo tutto ciò che non serve. Perché il mondo è un enorme deposito di cose diventate ormai invisibili.

Ha rifotografato, dalla medesima angolazione, la stazione di rifornimento californiana di un famoso dipinto di Ed Ruscha, Norms on fire, senza decontestualizzare niente ma proponendolo come un rendering architettonico. Siamo oltre gli anni 2000.

Questo breve viaggio sul vedere si conclude con una citazione di Alessandro Bergonzoni sull’intellettuale no profet: “Lungi da me ogni risentito nervosismo se qualcuno sostiene il poco impegno, voglio ribadire che sono molti gli autori o gli artisti che “pensano” il presente, non per ammalarlo di cronaca ma per espanderlo”. (5)

  1. Joseph Beuys nella performance I like America and America likes me (1974) incontrò un coyote, lo conobbe e imparò a vedere.
  2. Guy Debord, La società dello spettacolo, Stampa Alternativa, 1977.

  3. John Steinbeck, Furore, Bompiani.

  4. Il postino suona sempre due volte è tratto dall’omonimo romanzo di James M. Cain del 1934, Adelphi

  5. Alessandro Bergonzoni “L’intellettuale è ‘no profet’”, “L’Espresso”, n. 15. 8 aprile 2018.

 

Olivo Barbieri, American Monument and Monument, a cura di Achille Bonito Oliva, Galleria Emilio Mazzoli, Modena, sino al 26 maggio.

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