Luigi Ottani, il filo spinato è sempre reciproco

Francesca Pasini

Nella casa in campagna dei miei nonni, c’era l’ordine di chiudere, subito prima del buio, tutte le persiane, proprio tutte, anche al secondo piano. Da bambina, aveva attivato il cortocircuito tra la paura del buio e la guerra, credevo che stesse per arrivare non che era finita. Incideva anche la “paura dei comunisti” che nel Veneto degli anni cinquanta aveva un certo appeal. Avevo sistemato tutto nella notte.

Da allora, abbino l’immaginazione del pericolo alla notte.

Le tragedie di oggi avvengono alla luce del sole, in ogni senso. Le fotografie di Luigi Ottani mi hanno colpito anche per questo. Recentemente esposte alla Galleria San Fedele di Milano in una mostra curata da Manuela Gandini, si possono trovare anche in un volume uscito nel 2016 per Piemme e intitolato Dal libro dell’esodo, a cura di Roberta Biagiarelli, con interventi di Paolo Rumiz, Cécile Kyenge, Ismail Fayad, Michele Nardelli. Sono state scattate tra il 20 e il 27 agosto 2015, quando i profughi siriani erano in attesa di passare il confine tra Idomeni (Grecia) e Gevglelija (Macedonia), diretti prevalentemente in Germania. Sono fotografie alla luce del sole, in cui la drammaticità di questa fuga, non è così lontana dalla presenza quotidiana, sotto casa, di migranti di vario tipo.

La luce del giorno evidenzia un dramma non separabile dalla coscienza.

Non sono ritratti esterni, ma accanto, in mezzo a questa massa di persone. Un bianco e nero, meno contrastato attraverso tonalità leggermente seppiate, restituisce il riverbero del sole, il calore, la confusione in cui sono immersi volti, sacchi di plastica, stampelle, rotaie, tende super provvisorie, bottiglie d’acqua. Bambini, bambine, uomini, donne, giovani, vecchi, insomma una comunità. Siamo abituati a queste immagini? No. In genere in primo piano ci sono l’eccezionalità, la meccanica del trasporto dal barcone alla motovedetta. Anche allora, spesso, il mare brilla sotto il sole, ma il repertorio di cronaca dei telegiornali sfoca il rapporto simbolico tra giorno e quotidianità dell’evento. La tragedia è visibile, ma il passaggio da una notizia all’altra permette di non sentirci lì, in quel momento, come, invece, succede con le fotografie che, oltre alla documentazione, vogliono esporsi all’emozione di chi guarda.

Luigi Ottani sceglie di essere lì e di portarci con lui. È un racconto di fronte al quale non sappiamo come comportarci, proprio perché in primo piano non c’è il dramma della fuga da un pericolo imprevisto, ma la dimensione traumatica di un evento continuo, non allontanabile vuoi nella notte della ragione, vuoi nel pericolo imprevedibile. Un dramma che si ripete come il passaggio dalla notte al giorno.

Un giovane padre ha lo sguardo perso in un dolore indecifrabile, mentre la bambina che tiene in braccio, di forse due anni, guarda sorridente dentro la macchina. “Ce la farò a salvarle il sorriso?” Questa è la domanda nei suoi occhi appannati. Un ragazzetto con occhi sorridenti tiene in braccio un gattino impaurito, ma che accetta questa posizione. Un uomo tiene sulle spalle un bambino di fronte alla madre, che gli tocca le dita per rassicurarlo. Nessuno incrocia lo sguardo con la macchina fotografica. È un dialogo intimo tra loro. Una bambina di spalle, in calzoncini corti, cammina da sola, con passo deciso lungo le rotaie. Tutto il suo bagaglio è una bottiglia d’acqua sotto braccio. Da una lunga fila lungo il binario, sotto un cielo di nuvole in movimento, si volta improvvisamente un bambino con occhi terrorizzati, sull’orlo del pianto. Davanti alla stazione di Gevglelija, una massa di persone sedute in attesa: gambe, braccia incrociate, schiene, facce, occhi si mescolano in un corpo laocoontico. Altri sono seduti lungo i muretti dei binari. Si sente il calore del sole, l’impossibilità di protezione. Alcuni corpi a figura intera, e altri di cui si vedono solo le gambe e il busto, fanno da quinta scenica a una bellissima bambina con una giacca a vento da adulti che le arriva fino ai piedi, si porta una mano alla bocca e ride contenta. Gli adulti non ridono mai, camminano, trascinano bambini stanchi, zaini e poco altro. Rotaie, rotaie, rotaie. Sono il segno della distanza dalle case lasciate e da quelle da trovare. È un viaggio non calcolabile.

Mentre sto scrivendo, sento le notizie alla televisione su alcuni migranti che stanno tentando di passare il confine al Monginevro partendo da Bardonecchia. Non ci sono foto, solo le voci delle associazioni che raccontano il rischio, il freddo, la neve. Il passaggio è fattibile solo di notte. Le persone non si vedono, ci dicono però che sono bagnate, infreddolite e che spesso non ce la fanno, tornano indietro e vengono raccolte nello scantinato della chiesa. Le foto di Ottani diventano il pendant reale di questi rifugiati senza volto.

Di nuovo il clima è il punto di rischio, da un lato il caldo e le rotaie interminabili; dall’altro la neve e il bosco invisibile.

Le foto di Ottani nella loro dolcezza e verità propongono una relazione con chi ha bisogno di aiuto. Come fare? Se sono descritti nei talk show lo choc del faccia a faccia si allenta. È una notizia tragica, ma possiamo accorparla a un problema generale.

Leggendo romanzi e storie sulle retate degli ebrei nel nazismo, mi sono spesso chiesta se me ne sarei accorta. Ottani mi aiuta ad accorgermene anche senza essere presente. E dice anche che non bastano i buoni sentimenti per accogliere il diverso, qualunque sia. A volte non sappiamo sostenere interruzioni di solidarietà dentro le nostre famiglie. Come possiamo capire chi ha cultura e convinzioni che non conosciamo direttamente? Basta la commozione davanti al dolore degli altri? Non credo.

Le invasioni barbariche alla fine dell’Impero Romano hanno contribuito allo sviluppo dell’arte paleocristiana e alto medievale. Oggi lo sappiamo, ma quando sei in mezzo al guado, non è detto che tu riconosca i rami galleggianti con i quali costruire il ponte che ti porta sull’altra sponda.

Io, oggi, mi sento come una delle bottiglie d’acqua fotografate da Ottani: dietro di loro un carro armato e dei soldati; davanti, un filo spinato dietro al quale c’è una fila ininterrotta di migranti. Appare la contraddizione tra protezione e rifiuto.

Purtroppo oltre al dolore degli altri c’è sempre anche la paura del diverso, e ogni filo spinato rappresenta la reciprocità di questi due sentimenti. Grazie Ottani.

Dal libro dell’esodo, a cura di Roberta Biagiarelli, foto Luigi Ottani, con interventi Paolo Rumiz, Cécile Kyenge, Ismail Fayad, Michele Nardelli (Piemme Edizioni).

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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