La rivoluzione è un’apocalisse? – Intervista a Pamela Diamante

Michela Casavola

Alcuni mesi fa hai vinto una residenza in Iran, un Paese controverso, che in questo momento è sotto l’attenzione di tutto il mondo anche in riferimento alla lunga e tormentata guerra civile in Siria – alludo al recente attacco militare voluto dagli Usa insieme a Francia e Inghilterra in conseguenza dell’ipotetico utilizzo di armi chimiche da parte del presidente Assad con l’appoggio di Iran e Russia. Cosa ti ha lasciato l’esperienza iraniana e come ha influito sul tuo lavoro?

 La mia esperienza a Teheran è avvenuta lo scorso novembre, in occasione del programma di scambio artistico tra Italia e Iran promosso da VIAFARINI.

Inizialmente è stato molto difficile capire il senso delle contraddizioni che caratterizzano la vita nascosta degli iraniani: i piccoli atti di resistenza contro la teocrazia islamica; non parlo di tutto il popolo iraniano ovviamente ma solo di quelle persone che sperano ancora che il vento possa accarezzare i capelli delle donne e che, pur rispettando i propri martiri, non aspirano alla morte ma alla vita.

A tal proposito un’esperienza significativa è stata la visita al paradiso-cimitero Behesht-e Zahralo, luogo dove il fondatore della Repubblica Islamica, Khomeini, nel 1979 fece il suo primo discorso pubblico onorando i combattenti morti in nome della rivoluzione, martiri a cui si sono susseguiti i ragazzi caduti in guerra contro l’Iraq (1990-98) e gli attuali combattenti in Siria, i cui volti sono impressi in ogni angolo della città, usati a favore della propaganda del regime, che trasformano il tessuto urbano in un enorme cimitero a cielo aperto dal fortissimo impatto psicologico.

Le sensazioni vissute in questo contesto mi hanno spinta a formulare una nuova versione di “the apocalypse is a revolution”, un lavoro realizzato in passato, in cui la stessa frase diventa uno spot, fruibile su un supporto a Led tipicamente usato nelle insegne pubblicitarie. Se niente è più rivoluzionario dell’apocalisse, forse anche la rivoluzione stessa è di per sé un’apocalisse…così nel lavoro-insegna realizzato in Iran, apocalisse e rivoluzione diventano due facce della stessa medaglia.

Parlando di catastrofi, spesso causate dall’avidità dell’uomo, dalla guerra, e dalle politiche sociali spregiudicate, conseguenza d’interessi più economici che religiosi, mi vengono in mente diversi temi che da tempo affronti nella tua ricerca artistica come appunto la rivoluzione e l’apocalisse, per esempio gli sconvolgimenti naturali e gli orizzonti tecnologici. Quanto la tua ricerca intorno ai disastri ambientali è stata ulteriormente stimolata dall’esperienza vissuta in Iran?

Essendo in piena rielaborazione del concetto di apocalisse – incominciai a maturare l’idea di un nuovo lavoro, L’estetica dell’apocalisse – una serie fotografica composta da dittici. La prima foto, è l’immagine di un’opera appartenente ad un altro artista che ha delle fortissime assonanze visive ed estetiche con la seconda foto che scaricata dal web, rappresenta una catastrofe realmente avvenuta. La prima associazione che ho visualizzato è stata per esempio la tavola a-a’: l’elicottero di Paola Pivi ribaltato in una piazza pubblica, rimanda all’immagine di un’imbarcazione in perfetto equilibrio sopra una palazzina in Giappone dopo lo Tsunami. Le assonanze tra i disastri ambientali e le opere d’arte sono sconvolgenti, tanto da sembrare un unico lavoro, e destabilizzano la comprensione dello spettatore rispetto all’opera-evento.

Questo “catastrofico” archivio visivo deriva dalla realizzazione dei lavori 2015 e 2016, video in cui vi è una cronologia dei disastri ambientali e tecnologici avvenuti nel mondo nell’arco di questi due anni.

 Quanto c’è di reale nell’informazione che ci arriva, veicolata dal web e dai mass media, rispetto alla verità percepita direttamente con i propri occhi?   

Questo è un discorso molto complesso, che spesso affronto nei miei lavori, difficile da esternare in una sola risposta. Posso dirti che l’Iran non è solo quello che ci raccontano o quello che ho potuto vedere io direttamente, ma tanto altro. È un paese ricco di un’infinità di storie e luoghi incredibili che bisognerebbe conoscere, estremamente affascinante, e per comprenderlo c’è bisogno di sospendere quei finti parametri nozionistici attraverso i quali ci rapportiamo alla realtà e con cui strutturiamo nozione dopo nozione i nostri pregiudizi. Dopotutto, ciò vale anche per quello che viviamo direttamente e indirettamente in questo mondo.

Non è la prima volta che ti trovi in una terra di conflitti e controversie politiche, sociali e religiose. Nella tua vita “pre-artistica” hai intrapreso una carriera militare durata cinque anni nell’esercito italiano, che ti ha portato anche in Bosnia ed Erzegovina per una missione di pace. Puoi raccontarci brevemente questa esperienza. Quali possono essere le affinità con la residenza in Iran, se ce ne sono state?

Grazie alla mia esperienza nell’esercito, a 18 anni sono stata a Sarajevo per una missione umanitaria, non conoscevo la sua reale storia, a parte quella raccontatami per l’indottrinamento militare, ma i campi minati, i cimiteri dislocati dappertutto in città e i fori dei proiettili sulle facciate delle palazzine si raccontavano da soli, eppure è stato l’unico luogo in cui ho percepito un’energia di rinascita, voglia di riappropriazione della propria vita e della propria terra.

Anche in Iran ho ritrovato questa energia propositiva dietro le privazioni e gli obblighi. Durante la residenza ho approfondito la storia del movimento Onda Verde, fautore dei moti di protesta contro la rielezione del presidente Mahmud Ahmadinejad nel 2009: per la prima volta dopo la rivoluzione islamica la gente si riversava per le strade di Teheran: studenti, intellettuali, artisti, attivisti di qualsiasi estrazione sociale, protestavano  uniti superando la paura. Chi ha vissuto questo momento racconta che si sentiva nell’aria una grande energia. Ecco forse l’affinità di questi paesi sta proprio nel coraggio di ribellarsi, la risposta invece è stata una spietata repressione dei responsabili, giustiziati in piazza e sepolti in cimiteri comuni. E allora mi sono chiesta se non fossero proprio questi i veri martiri della Repubblica Islamica, invece che quelli morti in nome dello Stato!!?

Una risposta a “La rivoluzione è un’apocalisse? – Intervista a Pamela Diamante”

  1. Complimenti a Michela e soprattutto a Pamela. Un sodalizio vincente e molto stimolante per il lettore di Michela ed il fruitore delle opere di Pamela. Avanti così!
    Cristiano

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