Malcolm Lowry, una scrittura dell’annientamento

Filippo Polenchi

Torna in libreria Sotto il vulcano, di Malcolm Lowry, con la nuova traduzione di Marco Rossari. E il traduttore ha il merito di spolverare la vecchia versione (quella di Giorgio Monicelli uscita presso la stessa Feltrinelli, nella collana “I narratori” nel ’61), donarle ritmo, sveltezza, rendere meglio gli sdruccioli dell’ebbrezza, via via più completa, più obliosa.

Parlare di certi grandi libri è difficile. Meglio, forse, prendere una via lievemente inclinata. La via oltre il confine, quella che ha preso anche Kurtz.

Reso folle dalla tenebra dell’onnipotenza, il commerciante di Cuore di tenebra mette in scena un teatro delle possibilità nel suo avamposto. Di notte si celebrano cruenti e nuovi Misteri di Eleusi. I sacrifici, gli abomini non sono che lo spettacolo tragico di una terra consacrata all’annientamento del sé. Kurtz si dissolve nella boscaglia, constata l’orribile vanità del tutto, con la sua querela terminale. Il nulla ha obliterato il senso, ogni senso: così tutto è possibile, letteralmente. E si fanno ecatombi in questo regno del terrore ch’è il rovescio dell’euforia tecnologica ottocentesca.

Oltre il confine. A metà degli anni Trenta Malcolm Lowry è in Messico, a Cuernavaca, la città che trasfigurata diviene Quauhnahuac. Qui, con la prima moglie, assiste alla morte di un indio, investito sulla strada carraia, tenuto a distanza dai soccorsi degli sconosciuti (secondo una legge del luogo atroce e iniqua, per la quale chi interferisce con un sinistro stradale diviene complice dell’incidente). Scrive un racconto su questo episodio, che poi diverrà il primo nucleo di Sotto il vulcano.

Ma non è questo il punto. Il punto è che subito dopo il fattaccio Lowry litiga ferocemente con la moglie: lei parte, lui – già piegato dagli eccessi alcolici, irrequieto fino alla violenza – rimane a sbronzarsi oltre confine. Di là dalla frontiera insomma. Lowry – come il suo Geoffrey Firmin, il Console britannico di Quauhnahuac sul cui ultimo simbolico giorno, il Giorno dei Morti del 1938 (bellissime le descrizioni carnascialesche), si gioca tutto il potente requiem di Sotto il vulcano – è un gringo inadatto alla vita pratica, ricchissimo, morso dal demone dell’infelicità. A questo punto della sua vita, e della Storia, Lowry è uno dei tanti occidentali che si consegnano all’esilio e all’oblio – qui rappresentato dall’alcol – perché incapace di affrontare la catastrofe storica imminente. Firmin e Yvonne, Hugh e Laruelle (il primo è il fratellastro di Firmin, il secondo un regista francese che rivive l’intera vicenda a un anno esatto dalla sua conclusione – ed entrambi hanno avuto una breve storia d’amore con Yvonne) sono narcisisti e indifesi. Disperati. Il fallimento è un destino per questa gente, ma anziché sparire nella dimenticanza affondano con più ingordigia i canini nella polpa succosa e apparentemente accessibile, cioè disposta agli eccessi, del Messico oltreconfine; come dei Kurtz edonisti utilizzano il Sud americano come una colonia personale, come il loro giardino dei sogni. Le cose andranno male per tutti.

Ce ne sono stati così tanti di questi incauti occidentali, turisti di facili prede che hanno fatto una brutta fine oltre il confine. Per certi versi Sotto il vulcano anticipa le scorribande della Beat Generation. Odissee scapigliate di là dalla frontiera, dove è forse possibile ricreare una comunione con Dio, almeno con un dio naturale, ma dove soprattutto è possibile vivere nel regno dei Kurtz: lontano dallo sguardo dell’Altro, finalmente fuggiaschi, in una verde clandestinità, alla ricerca di ebbrezze supreme (per Lowry il mescal, per i Beatnik lo yageè e altri funghi allucinogeni).

Firmin – come William S. Burroughs, che a Città del Messico uccise la moglie in un gioco assurdo ed etilico – è tutt’altro che una vittima inconsapevole. Il Console è roso da un’incapacità di amare, di poter vivere in comunione con qualcosa e qualcuno. Si è detto che Sotto il vulcano, citando una lettera dell’autore, è una «Divina Commedia ubriaca» e, più precisamente, la cantica infernale della Commedia dantesca. In questo mondo irredento Firmin non può ricevere l’amore di Yvonne, che dopo averlo abbandonato un anno prima ritorna disposta a dargli di nuovo amore e comprensione, ma questa volta è lui che non può seguire alcun richiamo che non quello della propria autodistruzione: «allora quello che vuoi, Geoffrey Firmin, se non altro come antidoto a queste allucinazioni di routine, è, ebbene sì, nient’altro che bere». Nient’altro che bere. Un programma semplice.

Ma come per la letteratura medievale, nella quale dietro ogni amore umano si nasconde l’amore per Dio e ogni racconto d’amore è il racconto dell’amore per Dio, così qui al centro della frattura amorosa c’è una rottura tipicamente modernista, quella tra parola e cosa. Firmin si dedica coscienziosamente all’alcol oltreconfine perché sa di non essere più amato – e non solo da Yvonne – ma dal Creato. Lui che ha abitato il Giardino dell’Eden, lui che è stato il preferito, l’uomo della conoscenza, ora sa di non ricoprire più quel ruolo. Com’è triste sapere di essere stati messi da parte. I personaggi di Sotto il vulcano soffrono di questo narcisismo cosmico (non a caso è ricco il parterre di mestieri dello «spettacolo» col regista Laruelle, l’attrice Yvonne, il musicista Hugh).

La caduta di Firmin non è dalle luci della ribalta, ma da una posizione di privilegio: divino e storico. Tutto il mondo vive quel Giorno dei Morti del 1938: tutto il mondo occidentale scopre tragicamente che quel supposto Giardino dell’Eden non è che un luogo dove la vita conta poco, dove si muore intoccati e perduti all’ombra del Popocatepetl.

Malcolm Lowry

Sotto il vulcano

traduzione di Marco Rossari

Feltrinelli, 2018, 432 pp., € 18

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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