Alessandra Carnaroli, una scrittura del trauma

Giovanna Frene

Nel suo studio La costruzione del male (2003, il Mulino 2006), il sociologo Jeffrey C. Alexander afferma che “gli eventi non sono intrinsecamente traumatici”, perché “il trauma è un’attribuzione socialmente mediata”: che può avvenire in tempo reale oppure come profezia o anche, dopo l’evento, come “ricostruzione formulata a posteriori”. La grande novità – limiti connessi – di questa impostazione risiede in quella che lo stesso studioso definisce come “la spirale della significazione”, che ha come centro l’idea di credenza, laddove i fenomeni sono percepiti come traumatici in virtù del fatto che “si crede che questi fenomeni abbiano avuto, in modo immediato e dannoso, effetti sull’identità collettiva”.

Sulla base di queste premesse teoriche, la semiologa Patrizia Violi ha recentemente pubblicato un testo, Paesaggi della memoria. Il trauma, lo spazio, la storia (il Mulino 2014), a cui viene quasi spontaneo accostare, su una scala del tutto inedita, il nuovo libro di poesie di Alessandra Carnaroli, Ex-voto. Si trova qui messa in atto già nella forma-libro, prima ancora che dai testi poetici, quell’idea di “circolarità e influenza dei vari piani memoriali” (Violi) che fa cortocircuitare la normale percezione della realtà: inteso come “sito del trauma”, questo libro di poesie – che si apre da cima a fondo come le ante di un polittico continuo, ricco di iscrizioni, preghiere, disegni, segni –, rinvia sia “alla memoria delle vittime e dei sopravvissuti”, sia al deposito della “memoria pubblica” cosiddetta accreditata (ma con un raggio spazio-temporale minimo), sia alla “memoria culturale” di quelle forme molteplici enunciative che la memoria individuale assume nelle diverse “arene culturali” (Aleida Assman in Cultural Memory and Historical Consciousness, a cura di David Midgley e Christian Emden, Peter Lang 2004).

A proposito del precedente Primine (Edizioni del verri 2017), Andrea Cortellessa aveva parlato dello “stadio (ormai) selvaggio” raggiunto dalla riduzione linguistica operata da Carnaroli nei suoi testi; è solo con “un’abrasione pressoché totale della memoria colta” che il “linguaggio del trauma” può farsi palese e intelligibile, nel suo essere incarnato in una “parola dislessica”. Se possibile questa catabasi linguistica è stata portata, con Ex-voto, a uno stadio estremo, non più valicabile: perché è diventata una discesa agli inferi letterale, fisica; perché non è valicabile a ritroso il muro della morte, il trauma primo e ultimo, o forse il motore di tutti i traumi, il monolite nero che fa convergere tutti i corpi vivi, in carne o ossa, in un’unica massa inerte, di terra e liquidi; perché il trauma della malattia rivela tutte le incongruenze, le crepe e le fallacie dei corridoi lustri e sfarzosi dei nosocomi della società contemporanea, la cui razionalità illuminista crolla in un attimo sotto la spinta della più antica delle superstizioni, quella religiosa, per cui di fronte alla morte l’uomo moderno balbetta la sua ancestrale richiesta di grazia al dio, tanto quanto l’uomo primitivo, ma con l’aggravante di ritenersi più evoluto; perché in quel tempo compresso che è il trauma originario della morte, anche il tempo storico viene di colpo annichilito, e l’uomo scopre di aver da sempre generato solo vuote strutture di progresso (non ultimi una scienza medica ipersviluppata e l’apparato sociale del tutto virtuale di Internet).

Già nell’antichità classica (ma non solo), con la formula ex voto suscepto si indicava un oggetto dato in voto alla divinità, per chiedere una grazia o per ringraziare della richiesta esaudita; in epoca cristiana, la formula era spesso incisa su oggetti (riproduzioni di parti anatomiche, tavolette dipinte, strumenti medici assortiti) posti nelle chiese con la stessa finalità degli ex voto pagani. A questo apparato la tecnologia odierna forse ha tolto l’aspetto esoterico, lasciando però la superstizione; e oggi non solo è facile trovare fotografie dei fedeli, attaccate col nastro adesivo o infilate in fessure del marmo, sulle tombe dei santi, ma anche post-it con richieste scritte a mano appiccicati a statue di santi nelle corsie di ospedali ultramoderni, e finanche gruppi in Facebook dove condividere richieste di grazia, preghiere, notizie, sviluppi di malattie, vicende umane, credenze, dolori, gioie, consigli per il lavoro, indicazioni per i numeri del Lotto.

È tutto questo ciò che compone e che è la forma-libro di Ex voto: un vero e proprio sito del trauma, si diceva, dove i segni, linguistici e grafici, portano l’ustione viva del contatto con la morte e la malattia, e lo traducono qui per la prima volta in un senso antropologicamente, e quindi linguisticamente, primitivo. Perfino la negoziazione tra le varie parti in gioco nella semantizzazione del trauma malattia/morte sembra venire ridotta a un alfabeto minimo di senso, perché la spiritualità e l’etica, che in altre epoche era sottesa a questi argomenti, è ridotta nella contemporaneità all’estetica e al materialismo. È chiara la poesia in esergo: nell’affermare che questa “è una poesia brutale / nelle sottili connessioni / tra bene, bene / e male / capillare, dunque / se s’intende sangue”, sposta l’asse della significazione al bene e al male corporali, tanto è vero che la vita stessa sulla terra è concepita come stazionamento ospedaliero, e le gesta umane come disfatte (“su questa / rete metallica detta / terra / dove si registrano / bestemmie e demolizioni: / grandi imprese dunque / le nostre / rese:”).

Ridotto alla pura superficie della carne in deperimento e prossimo alla morte (non a caso abbondano i termini medici, o colloquialmente paramedici, che denotano lo stato di malattia – “ciste”, “pus infetto”, “nodulomaligno”, “decomposizione delle ghiandole”, “retro-nucale”, “esami rettali”, “melanoma”, “anticorpi”, “sondino”, “recidiva”, “pazienti lungo-degenti”, “decubito”, “malattia genetica”, “metastasi” –, impastati nell’ancestralità delle preghiere al dio, ai santi, alla madonna), il corpo emerge allora come luogo di un trauma inesprimibile, per chi lo vive in prima persona, perché il dolore non è dicibile, decifrabile, semantizzabile.

È il corpo stesso che parla il suo linguaggio sieroso e puzzolente, in decomposizione, e a scrivere in prima persona nel sito-libro – a formarlo cioè con i suoi risvolti espressionisti di disegni infantili, ingenue crudeltà, credenze paradossali, confusione di piani semantici, slittamenti inconsci dal serio al faceto, tragedie sfiorate e comicità involontarie –, sono i malati ma anche i testimoni, diretti e indiretti. I quali, dissolta qualsiasi possibilità di etica, negoziano per erigere una struttura traumatica senza vie d’uscita: pregano per la salvezza corporale per rimanere poi in vita nel male che è il corpo. Non si parla quasi mai, in effetti, di una morte davvero accaduta; ma la si prospetta continuamente: come un punto d’arrivo il più possibile rimosso dalle cure, forzate, queste, come l’alimentazione che l’uomo infligge agli animali (si veda tutta l’importante sezione Gavage). In questa inedita catena alimentare tutta antropomorfa, tipica della postmodernità, tutto deve risultare utile, anche gli oggetti medici ormai abbandonati (pannoloni, carrozzelle, respiratori), dopo la morte del paziente. Perché non cessi in nessun istante la catena di sant’Antonio che tiene viva l’orrida speranza di continuare a morire, ma non ora: sempre dopo aver creduto di essere davvero vissuti.

Alessandra Carnaroli

Ex-voto

Oèdipus, 2017, 68 pp., € 12,50

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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