Il Teatro Immersivo dei Punchdrunk: lo spettatore tra partecipazione produttiva e narcisismo

Kabeiroi, Photo by Stephen Dobbie

Marilena Borriello

Tutti, probabilmente, concordiamo sul fatto che il teatro sia ‘immersivo’ e che il coinvolgimento dello spettatore sia una delle sue principali finalità, sin dai tempi dei ditirambi cantati e danzati durante i culti dionisiaci.

Tuttavia, nell’ultimo decennio, e in modo particolare in Inghilterra, il Teatro Immersivo (o Immersive Theatre) è diventato un vero e proprio genere teatrale. Tra i principali elementi che lo caratterizzano vi sono l’interattività e la partecipazione dello spettatore, l’uso di strumentazioni tecnologiche e digitali, la simultaneità delle scene e dunque il disinteresse per l’interpretazione filologica del testo drammatico, e infine la predilezione per luoghi non convenzionali, in cui l’abolizione della divisione tra platea e palcoscenico consente ai performer e spettatori di condividere il medesimo spazio. Le sue radici potrebbero essere individuate nell’Environmental Theatre e nel più recente Site-Specific Theatre, sino ad arrivare ai Punchdrunk, il gruppo inglese, ormai noto e riconosciuto internazionalmente, che ha contribuito in modo incisivo allo sviluppo di questo nuovo genere teatrale.

Il termine punch-drunk in inglese indica lo stato di stordimento del pugile dopo un incontro particolarmente cruento, lo stesso effetto che il gruppo londinese si prefigge di suscitare nello spettatore. Quest’ultimo infatti rappresenta il centro dell’attività artistica dei Punchdrunk; ogni performance è costruita con il fine di sorprendere lo spettatore, di coinvolgerlo fisicamente nella storia messa in scena, di proiettarlo in una dimensione surreale dandogli la libertà di muoversi nello spazio e di assistere alle scene che preferisce. Sin dagli esordi, le loro produzioni hanno riscontrato un grande interesse; in effetti trovare un biglietto per uno ‘spettacolo Punchdrunk’- che sia a New York, Londra o Shangai - può rivelarsi un’impresa ardua. Tuttavia, la centralità dello spettatore potrebbe far sollevare qualche obiezione ; questa ‘partecipazione produttiva’ potrebbe infatti trasformare lo spettatore in una sorta di prosumer (il termine, coniato dal sociologo Alvin Toffler, è la combinazione di ‘consumatore’ e ‘produttore’), favorendo così un approccio estetico narcisistico, una sorta di voracità delle sensazioni; il desiderio di provare emozioni uniche e intense potrebbe mettere in secondo piano l’importanza dell’esperienza stessa della performance.

Nel tentativo di chiarire alcuni di questi nodi e di comprendere degli aspetti generali del Teatro Immersivo, abbiamo chiesto ai Punchdrunk di rispondere a delle domande sul ruolo dello spettatore e di parlarci della loro ricerca artistica.

M.B. Le vostre performance, oltre che in teatri convenzionali, hanno avuto luogo in spazi non ortodossi, ad esempio in magazzini abbandonati (Faust, 2006–2007 e Sleep No More, 2003-2011 ; It Felt Like a Kiss, 2009, e The Drowned Man: A Hollywood Fable, 2013), festival (Woyzeck, 2004, e Marat-Sade, 2005), fabbriche dismesse (The Firebird Ball, 2005) e tunnel sotterranei (Tunnel 228, 2009 e And Darkness Descended, 2011). La messa in scena di testi classici in questi ambienti mostra delle similitudini con l’Environmenatal Theatre degli anni 60. Tuttavia, il vostro teatro è focalizzato sull’esperienza immersiva e sinestetica dello spettatore, che è poi l’epicentro del vostro lavoro. Infatti, come voi spesso dichiarate, un elemento centrale della vostra attività è l’emancipazione dello spettatore, affidargli cioè maggiore potere di azione (empowerement of the audience). Potreste spiegare cosa intendete e chiarire la vostra posizione rispetto al teatro tradizionale?

Sebbene i Punchdrunk siano stati ispirati dall’Environmental Theatre, con il nostro singolare approccio vogliamo generare nello spettatore una risposta fisica e intensa. Vogliamo che corpo e mente siano presenti in maniera totale e antitetica rispetto al teatro convenzionale. Affinché il teatro abbia un impatto, lo spettatore deve essere al centro della narrazione e avere potere sulla propria esperienza.

Le performance dei Punchdrunk, come Sleep No More (2003, 2011 e 2016) sono delle azioni teatrali simultanee in genere realizzate in spazi ampi, come ad esempio in magazzini di cinque piani. Questa configurazione spaziale inusuale consente allo spettatore di vagare liberamente, di assistere alle scene che preferisce, costruendo così un percorso narrativo del tutto personale e singolare. Questa ‘partecipazione produttiva’ implica un approccio non lineare e pertanto discontinuo alle vostre performance, che generalmente sono realizzate adattando testi densi e complessi come quelli di Shakespeare, Edgar Allan Poe e Goethe con riferimenti a Hitchcock e Kubrick. La libertà dello spettatore non rischia di mettere in secondo piano la bellezza dei testi che scegliete a la cura con cui li trattate?

Qualsiasi esperienza lo spettatore abbia durante le nostre performance è da ritenersi valida. L’approccio diventa non lineare solo se lo spettatore sceglie di prestare attenzione all’architettura dello spazio. Al contrario, se decide di seguire il performer, la storia, la narrativa della performance assume uno sviluppo lineare. Quello che è offerto allo spettatore è la possibilità di trovare la propria coerenza nella forma, di decidere se avere un’esperienza ‘episodica’ e dunque uniforme o surreale. I nostri progetti hanno una ricca stratificazione: oltre alla messa in scena dei testi, prestiamo molta attenzione all’uso di certi suoni, di particolari odori e di specifiche temperature. Sebbene i nostri lavori si ispirino a una serie di fonti teatrali, lasciamo che sia lo spettatore a scegliere da cosa farsi coinvolgere.

Nelle vostre performance, ‘l’impegno produttivo’ dello spettatore richiama le strutture economiche e politiche del Neoliberalismo; più efficiente sei, maggiore è la possibilità di trarre il massimo beneficio dall’evento performativo. La possibilità di costruire un ‘proprio percorso’ consente allo spettatore di vivere la performance nel modo che ritiene più opportuno, ma anche di cercare e scoprire situazioni generalmente non accessibili a tutti, come ad esempio un incontro intimo con un performer (one-on-one performance). Ne è prova il fatto che alcuni spettatori hanno creato dei blog per suggerire come usufruire al massimo della performance. Da questa prospettiva, lo spettatore sembra diventare una sorta di prosumer tanto da chiedersi se il desiderio per una esperienza singolare e fuori dal comune non rischi di incoraggiare un approccio narcisistico.

Il teatro convenzionale offre un tipo di esperienza democratica. I Punchdrunk, al contrario, incoraggiano le persone a prendere delle decisioni durante la performance.

Tuttavia, esiste una forte comunità attorno al nostro lavoro. In modo del tutto intenzionale di solito creiamo degli spazi comuni, come ad esempio il Manderley Bar in Sleep No More, perché vogliamo offrire allo spettatore un’occasione per confrontarsi con gli altri durante o dopo lo spettacolo, per condividere storie ed esperienze. L’interesse che le persone mostrano di avere nel nostro lavoro ci lusinga molto, e sebbene alcune di loro condividano dei segreti su internet, la maggior parte è attenta a preservare la magia di ciò che è stato visto, mostrando rispetto per gli altri.

Durante le vostre performance generalmente chiedete di indossare una maschera bianca. Si tratta di un elemento ricorrente nel vostro lavoro che incoraggia lo spettatore a sentirsi libero di agire in maniera diversa rispetto alla vita di tutti i giorni. Come in un gioco di ruolo, esso concede un senso di libertà e anonimità. L’uso della maschera sembra però implicare una certa uniformità, ripristinando un ordine gerarchico tra performer e spettatore – una condizione che, secondo Richard Schechner, l’Environmental Theatre doveva obliterare. L’appiattimento delle identità rende lo spettatore facilmente riconoscibile e pertanto manipolabile dai performer. L’uso della maschera vi permette di controllare e in parte di limitare la libertà di azione e partecipazione dello spettatore?

Non tutte le nostre produzioni prevedono l’uso della maschera. Questo elemento, quando utilizzato (come in Sleep No More a New York e Shangai), dà un senso di anonimato ma offre anche una certa consapevolezza di sé, delle proprie potenzialità e del proprio agire. La nostra intenzione è di tenere lo spettatore al sicuro come se fosse seduto in platea, in un teatro tradizionale, permettendogli però di muoversi e dandogli la possibilità di scelta. Questo non sarebbe possibile se i nostri performer non avessero un certo potere. I nostri spettatori rimangono dei voyeurs; loro non possono manipolare lo sviluppo dello show.

Il termine ‘immersivo’, che è stato introdotto nel teatro all’inizio di questo secolo, viene dal mondo della tecnologia o meglio dalla sua capacità di consentire l’immersione di un soggetto in un mondo virtuale e digitale. In Believe your eyes (2016), i Punchdrunk hanno spinto ulteriormente i limiti tra virtuale e reale, impiegando la tecnologia avanzata di un visore VR Samsung e coinvolgendo un’attrice reale. Potreste parlarci di questa ultima produzione e spiegarci quali relazioni intrattiene con le vostre produzioni precedenti?

Ci entusiasma molto l’incontro tra realtà digitale e mondo reale e guardiamo con interesse alle possibilità e ai nuovi sviluppi che la RV (Realtà Virtuale) può apportare al nostro lavoro. Abbiamo sviluppato Believe in Your Eyes in collaborazione con Samsung Electronics America. Allora sentivamo che non vi erano ancora molte esperienze di realtà virtuale in grado di creare un impatto emotivo sull’utilizzatore. Ecco perché lo abbiamo mescolato con un'interazione fisica reale: siamo interessati allo spazio digitale liminale e alla questione su chi sia il vero performer. È la persona che guarda / ascolta o chi ha un contatto fisico con te?

Secondo Tristan Bernard, ‘in teatro il pubblico vuole essere sorpreso, ma da ciò che si aspetta’. L’affermazione del commediografo francese sembra però inapplicabile alle vostre produzioni dal momento che lo spettatore è costantemente stimolato in modo differente. In Kabeiroi (2017), per esempio, una opera basata sui frammenti di un testo perduto di Eschilo e che prevede la partecipazione di sole due persone, avete sfidato più del solito lo spettatore, coinvolgendolo in una performance di circa sei ore dislocata in tutta Londra. Tuttavia, anche le strategie adottate nel Teatro Immersivo potrebbero diventare prevedibili e banali, trasformando l’entusiasmo dello spettatore in passività e noia. In Kabeiroi, e in generale nel vostro lavoro, come evitate tutto questo senza scadere nell’eccesso di una stimolazione emotiva ‘a tutti i costi’ ?

Abbiamo la responsabilità di creare un teatro che dia più potere allo spettatore, che accresca l’adrenalina e acutizzi l’esposizione sensoriale. La prevedibilità è l’antidoto a tutto questo. Esploriamo continuamente come togliere il terreno da sotto i piedi dello spettatore e fare il contrario di quello che si aspetta: in questo modo abbiamo maggiori possibilità di condurlo in una situazione irreale. Le produzioni Punchdrunk riguardano lo stato dell'essere, non un format. Non stiamo reinventando, stiamo sviluppando ulteriori esperimenti su come portare lo spettatore più in profondità, all'interno di una narrazione.

Punchdrunk.org.uk

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