Fantasie di un quotidiano impossibile. Carlo Mollino a Camera

Eleonora Roaro

L’Occhio Magico di Carlo Mollino. Fotografie 1934-1973 è il titolo della mostra curata da Francesco Zanot presso gli spazi di Camera a Torino. Restituisce un ritratto a 360° di una figura poliedrica, difficilmente inquadrabile e spesso avvolta nel mito come quella di Carlo Mollino (Torino, 1905-1973). È architetto, ma si dedica con altrettanta dedizione allo sci, al volo, all’automobilismo e all’indagine della figura femminile. Il suo rapporto con la fotografia è complesso e lo accompagna per tutta la vita. Se, da una parte, è uno strumento espressivo che si articola e si evolve in diverse fasi, da un approccio più assimilabile al Surrealismo fino al ’43 all’uso delle Polaroid negli anni ‘60, dall’altra si affianca alla sua attività professionale. È un modo non solo per documentare le proprie o altrui architetture (colleziona cartoline di edifici durante i suoi viaggi, alcune delle quali sono esposte in mostra), ma per pre-visualizzare o ripensare i suoi progetti. Con la fotografia evidenzia alcune caratteristiche del suo approccio allo spazio, in cui predominano un senso di sospensione e d’illusorietà, tanto da creare, con fotomontaggi, prospettive impossibili come quella della Casa del Sole di Cervinia (1947). La fotografia è anche oggetto di un’indagine teorica che culmina nel 1949 con la pubblicazione de “Il Messaggio della Camera Oscura”, scritto nel 1943. È un falso documento, dice Mollino, più o meno consciamente fabbricato e scelto con fini tendenziosi e personali, truccato ad arte con elisioni, accostamenti, selezioni trasfigurartici, insomma un documento colto in modo tale che dell’oggettività avrà solo l’apparenza. Anticipa il dibattito sulla verosimiglianza della fotografia, ma anche sull’uso del colore, ritenuto troppo volgare e semplicistico.

L’allestimento, realizzato su un progetto di BRH+, con l’uso di specchi e tende, pone in risalto le caratteristiche spaziali presenti nelle architetture e nelle immagini di Mollino. Fa sì che, nonostante la mole di fotografie presenti (sono circa 500, provenienti prevalentemente dal Politecnico di Torino, dagli Archivi Biblioteca Gabetti e dal Fondo Carlo Mollino) la mostra non risulti noiosa o ripetitiva. Le prime tre stanze sui toni del verde sono dedicate rispettivamente all’architettura, all’influenza del surrealismo e alla velocità; la quarta, con le pareti rosse, al tema del corpo e della posa.

Le fotografie, in coppia o in gruppo, sono impaginate all’interno dello stesso passe-partout con l’intento di evidenziare le analogie interne alle immagini. Gli accostamenti possono risultare talvolta azzardati in quanto ritraggono soggetti tra loro differenti, ma solo in apparenza, soprattutto nella quarta sezione della mostra che raccoglie fotografie relative ai corpi femminili e allo sci. Rivelano, infatti, similitudini formali e un profondo interesse per la figura umana che lega tra loro temi in apparenza molto distanti. L’ossessione per lo sci non è puro perfezionismo tecnico (Mollino nel 1950 pubblica un manuale dedicato al discesismo), quella verso le figure femminili non è voyeurismo, ma una ricerca sul corpo e la gestualità con riferimenti alla storia dell’arte. Dai suoi scatti emerge l’ossessione per alcune pose, che sono studiate con precisione e ripetute innumerevoli volte. Per esempio, in una delle composizioni esposte, in alto a sinistra vi sono due immagini di una donna in abito bianco che sta sdraiata su un divano scuro in una posa che ricorda La Maya vestida di Goya, a cui corrispondono due immagini poste in basso a sinistra di uno sciatore ritratto mentre effettua una curva piegato su se stesso. La sua tuta nera contrasta con il candore della neve. O, ancora, dal modo in cui sono state accostate tra loro le Polaroid – forse le opere più celebri del corpus molliano anche se prodotte per scopo privato e mai esposte quando egli era ancora in vita – risulta evidente che nulla sia lasciato al caso, ma che, semmai, sia progettato nei minimi dettagli. Il set delle sue fotografie non si esauriva in uno scatto, ma veniva sfruttato fino all’ultimo. Diversi soggetti femminili sono ritratti nello stesso ambiente e con la stessa inquadratura. Più volte, per esempio, compare la stessa tenda ocra o bordeaux, lo stesso letto o la stessa porta. Questo suo interesse per lo spazio e per gli interni è del tutto comprensibile specie se si tiene conto che Mollino lavora come architetto per gran parte della sua vita. Nel 1962 arreda Villa Zaira per farne teatro in cui realizzare le proprie fotografie, il cui rituale di creazione era simile a delle vere e proprie performance. Non ci vivrà mai. Le donne, in pose simili, indossano anche gli stessi abiti e accessori acquistati da Mollino in boutique tra Londra, Parigi e Saint Gall in Svizzera. Sono le protagoniste delle fantasie di un quotidiano impossibile.

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