Il trionfo del populismo

Lelio Demichelis

L’Italia come laboratorio politico e come incessante – e instancabile - fucina del populismo? Si potrebbe risalire a Guglielmo Giannini e al suo Fronte dell’Uomo Qualunque, una delle prime forme di antipolitica e il cui motto era: non ci rompete le scatole, tanto simile al vaffa di Beppe Grillo. Il settimanale l'Uomo Qualunque arrivò a una tiratura di 800.000 copie, davvero non male non esistendo ancora la rete e i blog. Ma veniamo a tempi a noi più vicini, ricordando che il populismo non è di oggi ma nasce nell’ottocento e attraversa tutto il novecento e oggi rinasce dall’Europa dell’austerità e del neoliberalismo; per non parlare di Trump.

È nel 1994 che Berlusconi scende in campo nel nome del populismo massmediatico televisivo, frutto della semina antipolitica compiuta negli anni ottanta dalle sue tv commerciali che producono quel nuovo uomo qualunque che vive di Vanna Marchi, di Drive in, di edonismo più o meno reaganiano, di telenovelas e di Sentieri/Dallas. Figlio tuttavia di un neoliberalismo che aveva iniziato a porsi come obiettivo deliberato e pianificato la dissoluzione della società (la società non esiste, esistono solo gli individui, predicava la populista Margaret Thatcher) in nome di un individuo mitizzato (divide) per farlo integrare sempre meglio e in modo sempre più convinto e attivo (et impera) nel sistema capitalistico dei consumi e poi della rete. Un populismo che si era alleato ovviamente con il populismo di terra e sangue e soprattutto di pancia della Lega di Bossi, che sognava la Padania dell’uomo qualunque che lavora e produce e non vuole sentire parlare di regole e di tasse e che si chiude nella sua comunità di uguali (il comunitarismo immunizzante del padroni a casa nostra). B & B erano gli eredi diretti della Dc e del Psi, cioè l’antipolitica di allora era il prodotto/effetto della degenerazione della politica (o la sua continuazione con altri mezzi). O altrimenti, come ha scritto Marco Revelli in Populismo 2.0, è la malattia senile di una democrazia non curata, di una crisi di rappresentanza, dell’impoverimento dei ceti medi, della sconfitta del lavoro come diritto.

Da allora, è un susseguirsi di populismi, in Italia e fuori, in una sorta di consumismo compulsivo di populismo che prende e cattura gli italiani (e gli europei) facendoli correre da uno scaffale politico all’altro del supermercato/Amazon, alla ricerca del prodotto-populista con il packaging migliore. E quindi, Beppe Grillo, ovvero il populismo dell’attore solo sulla scena che recita il monologo autocratico dell’individuo autoreferenziale e libero di dire ciò che la sua pancia gli dice, facendo sognare ciascuno (la socializzazione del populista) di poter essere anch’egli e allo stesso modo sulla scena pubblica. Replicandosi in forme apparentemente nuove quella che è in realtà l’essenza del populismo: la produzione di identificazione di ciascun uomo qualunque nel leader carismatico-populista che si fa uomo qualunque, apparentemente uguale agli altri. E ancora Berlusconi, che risorge negli anni duemila. E sempre più, Grillo – che grazie alla rete e ai blog estende e potenzia il potere del populismo massmediatico televisivo di ieri nel nuovo populismo massmediatico dei social di oggi. E infine, Matteo Salvini, che insegue il lepenismo francese, sposta ancora più a destra la Lega facendola partito nazionale, populista del noi (non solo padani) contro gli altri e contro l’Europa. In mezzo, il populismo (anch’esso di destra nelle forme verticali e autocratiche di espressione/comunicazione e soprattutto nei contenuti politici che esprime) di Matteo Renzi: che ha ucciso il Partito democratico personalizzandolo (ancora populismo) e svuotandolo di partecipazione politica fisica dal basso (il vecchio da rottamare, a prescindere), illudendosi di sostituirla con una partecipazione politica virtuale, via rete, bypassando i gufi e i vecchi e insopportabili (come per ogni populista) corpi intermedi della cittadinanza e della cultura/conoscenza.

Ma la rete è populista in sé e per sé (e si riveda il Populismo digitale di Alessandro Dal Lago). Per forma e per norma di funzionamento, permettendo un potenziamento infinito e senza freni dell’individualismo e della messa in vetrina di ciascuno, miscelando narcisismo, egocentrismo, egolatria, egocrazia, egoismo ed egotismo come populismo del sé. Ed è sempre populismo di destra perché antipolitico e de-socializzante per modi di esercizio del proprio potere - anche se ama definirsi social (è il populismo del popolo della rete) - oltre che a-democratico per sé, perché la rete è basata appunto sulla verticalizzazione delle relazioni di potere pur vivendo di apparente condivisione e orizzontalità e democrazia.

Se ieri vinceva la coppia Berlusconi e Bossi, oggi vince quella formata dalle due primedonne Grillo/Di Maio e Salvini (o, nel caso si riaprano i giochi, Renzi con Berlusconi). Dove la convergenza sembra impossibile, ma forse è inevitabile - e basterebbero a determinarla le retromarce del M5S sul reddito di cittadinanza, sempre meno di cittadinanza/universale e sempre più finalizzato a trovare un lavoro, in perfetta linea ordoliberale euro-tedesca. Mentre spaventa – ma anche conferma l’essenza populista di destra degli italiani - la possibilità – come anticipato dai sondaggi – che in caso di nuove elezioni cresca ancora il consenso a Lega e 5S.

Su tutto, anche il populismo (virtuale e/o di pancia) non sembra voler uscire davvero da quel neoliberalismo che in trent’anni ha prodotto deliberatamente e scientemente macerie sociali (impoverimento, precarizzazione e mercificazione del lavoro e della vita) e macerie politiche (dalla democrazia alla tecnocrazia e arrivando oggi al populismo).

D’altra parte, questo populismo virtuale e/o di pancia vive offrendo una potentissima illusione di libertà, partecipazione, democrazia, orizzontalità, sovranità, social(ità). E promette cambiamento, trasformazione, innovazione politica. L’imprenditore politico del populismo virtuale e/o di pancia è come l’imprenditore distruttore/creatore di Schumpeter: distrugge la democrazia promettendo di creare il nuovo, sempre rinnovando la promessa. In una realtà biopolitica che vive di induzione incessante – neoliberalismo più Silicon Valley - all’auto-imprenditorialità e all’innovazione tecnologica a prescindere (e anche Steve Jobs e oggi Mark Zuckerberg sono forme del populismo, questa volta tecnologico) è inevitabile che si confonda populismo virtuale con innovazione politica, imprenditore economico con imprenditore politico populista.

Grave è la malattia; difficile e lunga sarà la cura.

Cfr: L. Demichelis, Il digitale populista, in Alfapiù/Alfadomenica del 19 settembre 2017

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