Parole chiave

Giorgio Mascitelli

La Repubblica del 28 febbraio scorso riferisce che tre utenti di Facebook si sono visti bloccare dei post contenenti la parola negri, nel quadro delle misure di lotta contro le discriminazioni religiose, razziali, sessuali e di genere adottate dal social. La cosa curiosa è che in un caso ci si riferiva a Toni Negri, nell’altro ad Ada Negri e nel terzo il termine era effettivamente usato come epiteto offensivo per le persone di colore, ma in un contesto che ne stigmatizzava l’uso proprio come forma di razzismo. Non è chiaro se tale maldestro intervento sia dovuto a errore umano o a un algoritmo. Poco importa del resto, sono assolutamente convinto che la società di Zuckerberg abbia gli strumenti tecnici per ovviare a questo inconveniente grottesco.

Quello che mi sembra più difficile è uscire invece dalla logica culturale e politica che ha prodotto il blocco di quegli stati. L’idea di considerare razzisti tutti i post che riportano determinate parole chiave non è solo un criterio operativo nella gestione del traffico degli utenti, ma riposa sulla convinzione che sia possibile trattare il razzismo (o il fascismo o l’omofobia) come un problema di galateo o, se si preferisce, di etica della comunicazione. E questa convinzione non è certo solo appannaggio dei dirigenti di Facebook e delle teste d’uovo della Silicon Valley, ma è diffusa in tutto il sistema mediatico e presso le élite del nostro mondo. In fin dei conti è comprensibile che la si pensi così: quando si devono affrontare problemi eminentemente politici in una società depoliticizzata (e che si desidera resti tale), l’unica soluzione è trattarli come forme di cattiva comunicazione o di mancanza di sensibilità. In tal senso basterà ricordare che ben prima della nascita dei social network una nota azienda d’abbigliamento aveva impostato le campagne pubblicitarie dei propri prodotti con immagini che richiamavano all’impegno in grandi problemi sociali quali il razzismo o la lotta all’aids, associando per così dire il decoro nel vestire a quello nel pensare.

In questa prospettiva l’antirazzismo e l’assenza di altri pregiudizi sociali divengono standard che devono caratterizzare una moderna comunicazione e soprattutto che segnalano l’appartenenza alla fascia internazionalizzata e globale della popolazione. Essi cioè non profilano un modello diverso di società, ma ottemperano a una condizione di appartenenza simbolica ai piani alti di questa società. È il motivo per cui il populismo reazionario riesce ad apparire come una forza antisistema a difesa delle classi popolari, pur presentando spesso sul piano economico proposte ultraliberiste.

È chiaro che questo genere di considerazioni ci riporta alla questione del politicamente corretto, che non è una retorica né tanto meno una visione di sinistra, come vorrebbe la retorica del politicamente scorretto di destra, ma è la forma ideologica del capitale globale attualmente vigente. La sua caratteristica principale, tuttavia, non è nell’affermazione di questo o di quel contenuto politico, ma nell’affermazione di un criterio di accettabilità o meglio ancora di dicibilità o meno di una serie di argomenti e prese di posizione, che possono essere estremamente variabili. Per fare due esempi concreti: negli anni novanta un pacifismo generico e vago politicamente faceva senz’altro parte del codice del politicamente corretto, ma dopo che l’interventismo militare dell’occidente è diventato un elemento stabile della sua politica estera, esso ha via via perso di rilievo nel codice stesso, mentre l’idea che sia possibile censurare delle opere d’arte, comprese quelle di epoche passate, perché hanno contenuti moralmente offensivi se riprendono stereotipi inaccettabili soprattutto a proposito del corpo femminile sta prevalendo su quella, forte alla fine del secolo, che non è possibile censurare niente nell’ambito della rappresentazione della sessualità, salvo ciò che è vietato per legge.

L’effetto sociologico del politicamente corretto, in quanto galateo delle classi vincenti, è quello di far apparire vecchi atteggiamenti antipolitici come forme di ribellione al sistema e nel contempo di screditare ogni tipo di discorso politico, anche il più critico verso lo stato di cose esistente, come prese di posizione ambigue in definitiva riconducibili al sistema. Certo questo effetto è determinato sul piano sociale dall’avanzare delle crisi economica e dalle dinamiche che innesca, ma sul piano simbolico dipende essenzialmente dal politicamente corretto. Ecco allora che il paradosso descritto da Saramago nel romanzo Saggio sulla lucidità (un’intera città, innominata capitale di un generico stato, decide di astenersi alle elezioni scombussolando il governo e anche l’opposizione) cessa di essere una raffinata distopia letteraria costruita per rappresentare gli arcani del potere di fronte all’imprevisto e diventa un’allegoria dello smarrimento storico attuale, laddove l’astensionismo elettorale andrà letto come astensionismo da ogni pratica politica collettiva e di cittadinanza e delega ai populisti.

Nel romanzo il governo, dopo una fase di studio, ricorre a una classica strategia della tensione per cercare di riprendere il controllo, ma forse una prospettiva più consona alle dinamiche del nostro tempo e a un potere effettivo che coincide ormai in minima parte con chi detiene il governo politico di un paese sarà quello di provare a usare costruttivamente (per i propri fini ovvio) questa spinta antipolitica. Del resto nell’Ottocento i sostenitori del suffragio per censo ritenevano pericoloso che i cafoni partecipassero alla vita politica.

In questo contesto la rottura con il politicamente corretto è una premessa indispensabile per sviluppare un approccio di massa a una politica alternativa di sinistra. Non si tratta d’inseguire il populismo nei suoi linguaggi e nei suoi contenuti, ma di ricorrere a linguaggi e pratiche che non siano riconducibili alle logiche dell’establishment, e si può ottenere questo risultato solo ritornando a ripensare in termini di rapporti di classe.

2 risposte a “Parole chiave”

  1. Per anni l’uso di ‘incucio” era politicamente corretto e c’è chi ci ha fatto fortune elettorali (guai non criticare gli inci): un termine tipico di una antipolitica reazionario spacciata x antisistema. Ora gli stessi lo chiamano giustamente (e un po’spudoratamente) ‘” rispetto delle regole costituzionali” . Spero che il termine sparisca dal lessico.

  2. LA PAROLA è la chiave…

    “In questo contesto la rottura con il politicamente corretto è una premessa indispensabile per sviluppare un approccio di massa a una politica alternativa di sinistra. Non si tratta d’inseguire il populismo nei suoi linguaggi e nei suoi contenuti, ma di ricorrere a linguaggi e pratiche che non siano riconducibili alle logiche dell’establishment (….)”.

    Non dimentichiamo che, oggi, il solco del rapporto tra il servo e il padrone (come sottolineava e indicava con consapevolezza critica don Milani, nella famosa frase dell’operaio che “conosce 100 parole” e del padrone che “ne conosce 1000”) è diventato sempre più grande, a favore del padrone e del suo potere “fakenewsicante” di comunicare e aggiogare al “politicamente corretto”!!

    Federico La Sala

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