Parlare di letteratura attraverso l’ecologia

Ludovica del Castillo

Il 12 dicembre 2015 a Parigi è stato siglato da 195 paesi un accordo globale sui cambiamenti climatici, con l’obiettivo principale di limitare l’aumento del riscaldamento della Terra di molto meno di 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali. L’Accordo di Parigi ha delle importanti novità rispetto ai precedenti: la sua universalità, perché tutti gli Stati firmatari si impegnano a una partecipazione fattuale e si dichiarano ugualmente responsabili, e anche un piccolo ma rilevantissimo aspetto non scientifico, perché per la prima volta in un accordo internazionale cambiamento climatico e diritti umani sono posti in relazione. Nel Preambolo dell’Accordo è riconosciuto che i cambiamenti climatici sono una “preoccupazione comune dell’umanità” e che per contrastarli è necessario che le parti “rispettino, promuovano e considerino i loro obblighi verso i diritti umani, il diritto alla salute, i diritti delle popolazioni indigene, delle comunità locali, dei migranti, dei minori, delle persone con disabilità e dei popoli in situazioni di vulnerabilità”, dando rilievo anche al diritto allo sviluppo, alla parità di genere e tra le generazioni.

Non è forse un caso che anche l’ultimo (bello e chiarificante) saggio di Niccolò Scaffai, Letteratura e ecologia si concentri proprio sul rapporto tra individuo e ambiente, approfondendo la specificità del discorso nelle narrazioni contemporanee. La parola “relazione” – che è anche nel sottotitolo – è la chiave del libro, che si costruisce sull’analisi dei legami tra letteratura e ecologia, sì, ma anche tra individuo e ambiente, tra letteratura e contesto, forme e contenuti. Poi, effettivamente, il testo di Scaffai è anche un’efficace “relazione” su un filone di studi che sta avendo molto seguito, e che mancava finora declinato in una prospettiva italiana. Letteratura e ecologia, pur non essendo dichiaratamente militante, espone un tema della contemporaneità talmente urgente e onnipresente (una vera e propria grana da risolvere) da non potersi sottrarre a una presa di posizione. Inoltre, qualsiasi discorso sull’ecologia varrebbe sempre anche come metafora politica, perché si occupa proprio della relazione – appunto – tra soggetti che vivono in uno stesso ambiente, in una stessa Umwelt (rifacendosi alla definizione di Jakob von Uewüll, che pone l’accento sulle specifiche percezioni spazio-temporali di ogni soggetto che abita un ambiente e moltiplicando così le Umwelt esistenti per il numero di organismi e relativizzandone la percezione – una categorizzazione kantiana iper-soggettiva, diremmo).

La letteratura – che è “territorio della rappresentazione” – ha usato consistentemente l’ecologia come argomento delle narrazioni, sia come riferimento fattuale a un aspetto della contemporaneità effettivamente pressante – che quindi spinge per entrare non solo nelle narrazioni scientifiche ma anche in quelle di fiction – sia come allegoria di questioni sociali, culturali e storiche. È proprio su quest’ultimo punto che Scaffai si sofferma maggiormente. Gli studi sull’ecologia letteraria hanno avuto grande fortuna soprattutto negli Stati Uniti, dove dagli anni Novanta è egemone per lo studio critico-letterario in chiave ecologica la corrente dell’ecocriticism, nata da un periodo di considerazione olistica e trascendente della natura – visione manichea e semplificatoria, che riduce il rapporto tra uomo e natura a una polarità tra umano e non umano. Ma i confini sono porosi, non netti, così come lo sono quelli dell’isola-spazzatura nel Sesto continente di Daniel Pennac: “non limes, dunque, ma limen” (in un tempo, il nostro, in cui il muro è tornato nell’immaginario collettivo con tanta forza – e non solo nell’immaginario). E si rileva anche un pedante fondo pedagogico: la buona letteratura (e la buona critica) è quella che prescrive o che problematizza? Che rassicura o che mette in crisi? L’ecocriticism sarebbe inoltre eccessivamente inclusiva nella definizione di un “canone-ecologico”, includendovi qualsiasi testo in cui compare la natura ed equiparando l’ecologia alla natura, il rischio (evidenziato da Scaffai) sarebbe quello di dare una lettura troppo generica e superficiale dei testi e di ignorare la situazione storica, peccando d’eccessiva semplificazione. La presenza della natura in un testo è una condizione sì necessaria ma non sufficiente per includerlo in un canone ecologico perché “il tema deve reagire, con i procedimenti, e i referenti devono essere filtrati attraverso i codici”: nei testi letterari quello che si carica di senso è sia l’aspetto contenutistico, e cioè la scelta dei temi, sia la costruzione narrativa.

Le costanti formali dei testi a carattere ecologico dovrebbero considerarsi quindi come caratterizzanti, e secondo Scaffai sono prevalentemente due: lo straniamento (quel procedimento narrativo teorizzato da Šklovskij nello scritto del 1929, L’arte come procedimento, che ribalta quello che consideriamo familiare in una prospettiva diversa – o anche, inversamente, ci fa apparire familiare ciò che non lo è – con l’obiettivo di dare un diverso punto di vista) e l’ipercausalità, e cioè l’esistenza di una pluralità di cause, di agenti nella trama.

Il libro si articola in cinque capitoli: i primi due – intitolati rispettivamente Effetti di natura e Per una critica ecologica della letteratura – si concentrano sulla questione teorica e sulle prospettive critiche e metodologiche della relazione tra letteratura e ecologia, delineando così un’utile mappatura dello stato dell’arte. Mentre nel terzo capitolo – Uomo e natura: le prospettive originarie – sono indagate le costanti del legame tra uomo e natura che si rintracciano nei testi (non solo narrativi). Il complesso rapporto tra uomo e ambiente è approfondito negli ultimi tre capitoli, dove il discorso si articola a partire dai testi letterari: il quarto capitolo è dedicato al tema dell’Apocalisse e al suo carattere rivelatore (e pone le sue premesse sul concetto demartiniano di Apocalisse culturale); il quinto capitolo è incentrato sul tema dei rifiuti; mentre a essere al centro dell’ultimo è la letteratura italiana del secondo Novecento (ma l’analisi si estende a testi ipercontemporanei, come La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro, Sirene di Laura Pugno o Bambini bonsai di Paolo Zanotti), e nell’applicazione dell’analisi critico-ecologica si capisce chiaramente quali siano le mancanze dell’ecocriticism, troppo poco attenta alla storicità del testo. Nell’analisi della letteratura italiana è subito chiaro che la scelta di temi ecologici e l’attenzione al paesaggio ha ragioni non solo allegorico-sentimentali ma anche storiche: per esempio il fatto che nel secondo dopoguerra l’Italia si sia trasformata molto velocemente da paese agricolo a industriale, o anche che in Italia il paesaggio ha da secoli un valore culturale, o che fossero visibili sul paesaggio i segni della distruzione portati della guerra (tanto che Scaffai parla del passaggio nel secondo dopoguerra, in Italia, da paesaggio ad ambiente, proprio per l’importanza del rapporto tra storia e Umwelt).

Ma è possibile oggi una narrazione che racconti la vita quotidiana degli individui in relazione alla vita comune (rifacendosi all’espressione che Auerbach in Mimesis), ai loro ambienti, e che non si nasconda nelle esistenze particolari rischiando d’insignificanza? Proprio questo sarebbe il senso dell’ecologia in letteratura, “terreno di mediazione tra la vita degli individui e la vita in comune”.

Niccolò Scaffai

Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa

Carocci, 2017, 272 pp., € 26

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.