Alfagola / Torte di pane

Alberto Capatti

Le torte di pane avevano una doppia faccia: ne liquidavano i resti raffermi o secchi, rendendoli appetitosi, permettevano di riunire, nel nome del pane, ingredienti disparati e curiosi, ricchi e poveri, che potevano prender posto nella festa domenicale o nell’unica festa che il contadino si poteva permettere. A Como e Provincia, di regola, non si eludeva questo principio. Mia nonna, professoressa di tedesco, preparava la sua torta di pane con il cioccolato, ed era apprezzata in famiglia, una alternativa alle paste comprate, la domenica, nel negozio, bigné, africani, wafer e ammenicoli. Ce n’era poi una, delle rive de lago e delle valli contigue, detta in dialetto miascia: eccola nella ricetta di Comaschi a tavola a cura di Soldaini (edizioni della Famiglia Comasca 1987).

Miascia

Dal quaderno di cucina di Teresita Brenna.

Lasciate a mollo per un’ora in mezzo litro di latte tre etti di pane raffermo tagliato a dadolini; unitevi, tramenando, tre uova intere, odore di scorza di limone, un pizzico di sale, tre pere e tre mele mondate e tagliate a fettine, una manciata di uva fresca o mezz’etto di uva sultanina, due cucchiai di farina bianca, uno di gialla e un etto e mezzo di zucchero. Mescolate bene il composto con una spatola e adagiatelo in una tortiera imburrata e infarinata spianandolo allo spessore di quattro centimetri. Cospargetevi sopra fiocchetti di burro, un filo d’olio d’oliva, una spolverata di zucchero cristallino e un trito di rosmarino. In forno moderato per un’ora. La miascia si può mangiare tiepida o fredda.

A riprova che anche oggi, questa ricetta ha eco e infinite varianti, ricordiamo che ritrovo la miascia ne Il Quaderno delle Ricette dei grandi Chef (Euro Toques, 2006) firmata da Alessandro Verrone. Altri ingredienti : pinoli, amaretti e cioccolato.

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