Una guerra perpetua

Massimo Filippi

La catastrofe è che tutto continui come prima. Essa non è ciò che di volta in volta incombe, ma ciò che di volta in volta è dato.

- Walter Benjamin

Dalla predazione al dominio di Mormino, Colombo e Piazzesi è un organismo bizzarro. Non è un’antologia perché una complessa ragnatela lega, più o meno sotterraneamente, i tre contributi e non è una monografia “classica” perché differenti sono gli sguardi, le posture e i sentimenti di questa creatura tricefala. Se a prima vista potrebbe suonare come un limite, quanto detto costituisce in realtà uno degli aspetti più interessanti del volume, che si inserisce a pieno titolo nel campo di ricerca dei Critical Animal Studies. Tale ambito, originatosi dall’insofferenza per l’accademismo fintamente neutrale e sempre più ingombrante degli Animal Studies, sta cercando di riportare la questione animale nell’ambito di una riflessione politica situata, decisamente radicale e altrettanto chiaramente schierata per la liberazione animale. Una volta che si è assunto questo angolo prospettico e una volta che sono state prese in seria considerazione la durata millenaria delle ideologie volte a giustificare le prassi e i dispositivi di smembramento dei corpi animali e le “incrostazioni” liberali e moralisticheggianti della prima ondata del pensiero antispecista – che tuttora rappresenta la visione mainstream del movimento animalista –, l’espressione “creatura tricefala” non dovrebbe più sorprendere. I Critical Animal Studies stanno infatti muovendo i primi passi in uno spazio ancora per gran parte inesplorato ed è quindi inevitabile che le spedizioni in questo territorio, pur avventurose ed esaltanti, siano ancora ristrette a poche aree spesso situate lungo i confini del continente dell’umano. E altrettanto inevitabile è che le cartografie che questi zoogeografi ci restituiscono siano incomplete – se non altro per l’insufficienza degli strumenti che hanno a disposizione per orientarsi, in primis il linguaggio che gronda sangue e specismo.

La tesi di fondo che percorre la ragnatela del volume – enunciata già nel sottotitolo ed esplicitata a partire dalle prime pagine del volume – è che da millenni gli umani stanno conducendo una guerra, sempre più violenta e spietata, contro gli altri viventi animali, una guerra perpetua scandita da tre tappe fondamentali. La prima: la domesticazione, che ha innescato quei processi che hanno portato dalla cattura associata alla predazione al possesso di corpi modellati eugeneticamente, preludio necessario all’instaurazione di un sistema di dominio che fa leva su meccanismi in qualche modo simili a quelli mobilitati dalle guerre intraumane di tutti i tempi con i conseguenti fenomeni di riduzione in schiavitù o di trasformazione assimilazionista dei vinti. La seconda: l’estinzione di massa di intere specie grazie alla massiccia distruzione degli ambienti di vita; situazione che richiama alla memoria la svolta storica segnata dalla Grande Guerra a partire dalla quale, come ricorda Sloterdijk, l’utilizzo di armi chimiche non è inteso a colpire direttamente il corpo dei nemici ma ad immergerli «per un tempo sufficiente lungo in un ambiente invivibile», rendendo «impossibile [...] il seguito dell’esistenza», tramite un «attacco [alle] funzioni primarie del nemico che dipendono dall’ambiente», tra le quali soprattutto la respirazione e il funzionamento del sistema nervoso centrale. La terza: l’ingegneria genetica che, con la sua produzione sempre più azzardata e spettacolarizzata di «fenotipi sofferenti», mette in crisi certe versioni postumaniste acriticamente tecno-entusiaste, aprendo la possibilità di scenari distopici sempre più inquietanti anche per gli appartenenti alla nostra specie, come già sottolineato da autori tanto differenti quali, ad esempio, Rifkin e Derrida. Possibilità questa tutt’altro che peregrina dal momento che, come l’autore e le autrici non si stancano di ribadire, la guerra al vivente animale si è sempre accompagnata a effetti collaterali che hanno investito l’umano in termini di individui, gruppi e società: «La guerra contro gli animali è stata il laboratorio nel quale sono state inventate tecniche di controllo sociale e di sopraffazione applicate anche a contesti puramente umani». Prospettiva che non cambia, ma che semmai si incupisce, quando complichiamo il quadro affermando che i fenomeni oppressivi hanno molto probabilmente un andamento bidirezionale (anche lo sfruttamento umano è stato frequentemente il laboratorio di tecniche e prassi coercitive rivolte contro gli animali) o sostenendo che sia la guerra agli animali a costituire l’effetto collaterale dei processi di animalizzazione dell’umano, animalizzazione dettata da decisioni economiche al fine di appropriarsi di forza lavoro gratuita essenziale per la costruzione e il mantenimento di società classiste, gerarchiche, altamente energivore e fondate su una rigorosa divisione/specializzazione del lavoro.

Il filo portante della ragnatela è costituito dal continuum tra istinti e istituzioni, continuum che un giovane Deleuze ha contribuito a portare alla luce in un’affascinante raccolta di saggi pubblicata nel 1955. Gianfranco Mormino parte dalla constatazione, condivisa da Colombo e Piazzesi, che tutti i viventi animali si debbano confrontare costantemente con la necessità di sottrarsi al dolore e di ricercare il piacere. Necessità che ha comportato lo sviluppo di due principali strategie di «problem solving» per ottenere ciò che è indispensabile per la sopravvivenza: il ricorso alla violenza quando si è più forti o l’«ingraziamento» con offerte o con l’esibizione di sottomissione nei casi in cui ci si trova in condizioni di manifesta inferiorità o in cui la lotta potrebbe rivelarsi troppo pericolosa o eccessivamente dispendiosa. In assenza di soluzioni migliori, il sacrificio cruento – che, non a caso, è oggi un fenomeno residuale – è così interpretato come il sorgere di una prima forma di istituzione religiosa che si pone a metà strada tra «la predazione pura e semplice e il moderno dominio generalizzato degli umani sulle altre specie». Se non posso piegare con la forza la natura e gli dei, devo ingraziarmeli e «se ciò che si spera dal suolo è la vita, quale offerta migliore può esserci di quella del sangue, che della vita è la prima condizione?».

La seconda istituzione presa in esame da Raffaella Colombo è quella del diritto, istituzione anch’essa inestricabilmente legata, come evidenziato da Benjamin, alla violenza che riceve, in una sorta di staffetta, proprio dal pensiero mitico: «Ogni violenza è, come mezzo, potere che pone o che conserva il diritto». Senza esitazioni e con grande coraggio, l’autrice mostra come anche i diritti umani contemporanei, universalizzati tramite l’invenzione dell’“umanità”, nascondano dentro le loro pieghe un’incredibile violenza epistemica, violenza che esclude il «dissimile» (gli animali, l’animalità e gli/le animalizzat*) con la stessa mossa con cui produce il simile da tutelare: «L’universalità dei diritti [mostra] i suoi confini stretti e gli standard a cui chiede di adeguarsi per essere inclusi, ripetendo un modello da cui è possibile liberarsi solo distruggendo l’atmosfera protettiva del “propriamente umano”».

La terza istituzione, analizzata con sagacia da Benedetta Piazzesi, è quella della scienza: «Lo statuto incerto degli animali», al contempo a noi «così vicini e così lontani», «ne ha fatto il campo di un’ulteriore battaglia» nella guerra al vivente animale, «quella per la definizione dei confini del sapere», battaglia che ha spinto gli animali «nel dominio delle scienze oggettive», espellendoli al contempo «dai saperi che riguardano i soggetti». Attraversando la storia della conoscenza scientifica occidentale dal «punto di vista delle bestie», direbbe Derrida, Piazzesi ci fa compiere un lungo periplo, da Aristotele a Jane Goodall, per mostrare come, malgrado tutto, una delle imprese più intransigentemente antropocentriche abbia subito nel corso dei secoli una torsione che ha dischiuso uno spiraglio di speranza: oggi il genitivo dell’espressione “la conoscenza degli animali” non può più essere inteso solo come oggettivo. Se, infatti, si è fondata dapprima su acquisizioni di seconda mano ottenute dagli specialisti dello sfruttamento/smembramento (ad esempio, macellai e allevatori) e in seguito sulle osservazioni anatomiche derivanti da pratiche di dissezione, vivisezione e apertura dei cadaveri, ai nostri giorni la conoscenza degli animali non può più prescindere dalla visione soggettiva dell’etologia, dallo studio appassionato e partecipe di animali vivi, integri e immersi nel loro ambiente. Certo, l’etologia non ha soppiantato l’anatomia e, per questa ragione, si delinea un ulteriore fronte di battaglia nella derridiana «guerra sulla pietà»: configurare definitivamente la «biologia [come] scienza che ha come oggetto dei “soggetti”».

In sintesi e senza togliere alle lettrici e ai lettori il piacere di scoprire le tante altre diramazioni del volume che qui, per ovvi motivi di spazio, non è stato possibile prendere in esame (la “riabilitazione” dei processi di imitazione finora relegati nella sfera di un’animalità svalutata, la critica serrata alla metodologia violenta che ha portato alla scoperta dei neuroni specchio e all’interpretazione antropocentrica del loro significato, l’importanza del vitalismo materialista, di Kant e di Lamarck nella costruzione della visione moderna della storia naturale, ecc.), Dalla predazione al dominio è un altro importante tassello che mostra quanto una riflessione antispecista avveduta possa offrire alla galassia delle teorie critiche costituitesi attorno all’umano. Al proposito, basti pensare a come Ernst Mayr, uno dei più importanti biologi novecenteschi, ha definito la specie: «Una comunità riproduttiva di popolazioni [...] che occupa una specifica nicchia in natura». Come a dire che l’operatore tassonomico discriminatorio non è scindibile dall’eterosessualità obbligatoria e dalla necessità che ognuno resti “a casa propria”. Oppure, riconsegnando la parola a una delle autrici, che «l’arsenale ideologico dell’umano ha ormai mostrato tutti i suoi punti deboli e percorso tutte le possibili strade della giustificazione e dell’autoassoluzione. Continuare a nascondersi dietro questo fragile velo significa rifugiarsi dentro un mito fondato sulla violenza e fautore di violenza».

Gianfranco Mormino, Raffaella Colombo e Benedetta Piazzesi

Dalla predazione al dominio. La guerra contro gli animali

Raffaello Cortina

pp. 248, euro 21

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