Individualisti di tutto il mondo, unitevi

G.B. Zorzoli

Dal 1948 al 1979, cioè per 31 anni, i votanti alle elezioni politiche hanno sempre superato il 90% degli aventi diritto. Dal 1983 al 2008 – 25 anni - sono rimasti sopra l’80%. Nel 2013 per la prima volta si è scesi nella decade inferiore (75,2%) e i commentatori hanno salutato con soddisfazione che una settimana fa il calo sia stato contenuto (73,1%), senza riflettere sul dato più eclatante: in 10 anni (2008-2018) l’affluenza alle urne è diminuita di più di dieci punti, circa il doppio dei maggiori cali precedenti in un analogo lasso di tempo.

Chi è andato al seggio, il 4 marzo ha prevalentemente votato contro. Un no che ha portato al ridimensionamento dei due protagonisti della scena politica durante l’ormai defunta seconda repubblica (Forza Italia e PD) e riproduce esiti analoghi nelle ultime elezioni in Spagna, in Francia, in Germania.

La sinistra paga un duplice errore. Di fronte alla rivoluzione capitalistica avviata a cavallo tra fine anni ’70 e inizio anni ’80, ha perso la sua storica capacità di fornire un’alternativa credibile, perché dotata di una visione di lungo termine, nel contempo coerente con i bisogni e con le aspirazioni delle classi subalterne. Una capacità presente sia in chi declinava la visione in chiave riformista, sia in chi la collocava in una prospettiva rivoluzionaria.

La sinistra è stata quindi presa in contropiede dai partiti conservatori, che della trasformazione in atto hanno viceversa saputo fornire una visione che individuava nella sinergia tra gestione neoliberistica dell’economia e sua globalizzazione la garanzia di una crescita non più minacciata da crisi, anche grazie all’apporto delle nuove tecnologie di comunicazione e informatiche. E della conseguente crescita della ricchezza avrebbero beneficiato tutti, grazie al cosiddetto trickle down.

Questo capovolgimento dei ruoli, con la destra che appariva progressista e la sinistra conservatrice, si è tradotto nei successi elettorali della prima, a partire da quelli della Thatcher e di Reagan. Carente di visioni alternative, gran parte della sinistra ha reagito facendo propria la sostanza della politica neoliberista, mascherata con un po’ di maquillage. Prototipo di questo adeguamento, la terza via di Blair per un certo numero di anni è diventata la parola d’ordine della sinistra europea.

Mentre altrove la terza via per un po’ ha retto, in un’Italia anello debole del capitalismo europeo ha mostrato subito la corda. Il centro-sinistra ha vinto le elezioni del 1996 solo perché Forza Italia e Lega si erano presentate con liste contrapposte. Nemmeno i fallimenti dei governi Berlusconi tra il 2001 e il 2006 sono riusciti a fare uscire dalle elezioni successive una maggioranza di centro-sinistra autosufficiente. Due anni dopo il centro-destra tornò trionfalmente al potere, trovandosi però a gestire una recessione figlia legittima delle politiche neoliberiste. Malgrado la maggioranza parlamentare di cui disponeva, non solo nel 2011 dovette cedere le redini del governo, ma, come la sinistra trent’anni prima, rimase ferma nella difesa di una linea politica che stava scaricando il suo fallimento sulle spalle di larghi strati sociali.

Così l’euroscetticismo, il sovranismo, la criminalizzazione del fenomeno migratorio hanno acquisito consensi crescenti non solo per l’assenza, nei tradizionali partiti di destra e di sinistra, di adeguate risposte politiche alla crisi, ma anche perché aderirvi non richiede impegnative revisioni della cultura individualistica diffusa dal neoliberismo. Si tratta infatti di individualismo in salsa diversa, operazione facilitata dal ruolo privilegiato nella vita quotidiana assunto dai social media, dove l’individualizzazione dei fruitori è portata all’estremo.

L’unico a trarre, in negativo, insegnamento dal risultato del M5S alle elezioni del 2013, primo segno della crisi che stava colpendo a sinistra come a destra, è stato Salvini, che ha cambiato parzialmente pelle alla Lega, accentuandone le connotazioni eversive, proprio mentre il M5S stava istituzionalizzando il proprio modus operandi. A giudicare dagli esiti elettorali, entrambe le strategie hanno avuto successo.

Alcuni rischi, insiti sia nella mancanza di una maggioranza parlamentare, sia negli interrogativi su come Lega e M5S utilizzeranno il peso politico acquisito, sono però evidenti. In quanto forza politica più forte, il M5S è maggiormente esposto al possibile disincanto, o per non essere riuscito a dare vita a un governo o, in caso contrario, per i vincoli che l’appoggio di altri necessariamente porrà all’attuazione del suo programma, a partire dal reddito di cittadinanza, proposta che più di altre ha trovato riscontro nel voto. Il PD, sollecitato a favorire la formazione di un governo, non avendo un programma politico credibile rischia di perdere ulteriori consensi sia che dica di sì (accusa di inciucio), sia che dica di no (criticato perché politicamente irresponsabile). Con Forza Italia allo sbando, l’unico a trarne vantaggio sarebbe Salvini, in questo facilitato da una linea politica in sintonia con lo spostamento verso un autoritarismo di destra, in chiave sovranista, che sta diffondendosi in Europa.

3 risposte a “Individualisti di tutto il mondo, unitevi”

  1. Primo: le percentuali dei voti conseguiti dai partiti sono calcolate sui voti validi, non sugli aventi diritto al voto; pertanto, tali percentuali vanno diminuite di almeno un terzo, cioè, chi ha il 30% dei voti validi, di fatto ha il consenso del 20% degli Italiani adulti. Quindi, meno boria per le “vittorie” elettorali.
    Secondo: per sua natura, la democrazia chiede mediazione politica, soprattutto in uno Stato parlamentare e non “popolare”. Che esalta il Popolo tende a emarginare la realtà del Parlamento e, quindi, tende a una “democrazia popolare”, che è sempre autoritaria.
    Purtroppo credo siano molti quelli che preferiscono la “pancia piena” alla “responsabilità democratica” priva di ideologie preconcette e facilistiche.

  2. trovo l’analisi impeccabile, chiara, logica….. e di conseguenza sintetica….segno di rispetto per il lettore
    un ringraziamento all’autore

  3. Quindi, bene la “parlamentocrazia”, se non ho capito male.
    Ma se i parlamenti sono diventati i ventriloqui del potere!
    Aldo Zanchetta

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