Gillo Dorfles 1910 – 2018

Gino Di Maggio

E così anche colui che ci appariva ormai immortale se ne è andato per sempre. È nella natura cui apparteniamo che non può fare né fa eccezioni.

Gillo Dorfles ha avuto una vita lunghissima come ad altri è toccata raramente, una vita intensa e densa. È stato per noi tutti un amico sempre disponibile e un grande, generoso maestro.

Era nato a Trieste, terra di confine molto particolare tra due mondi culturalmente e storicamente ben definiti: l'Occidente e l'Oriente che non sempre si sono contrapposti, ma che hanno anche saputo creare le condizioni per la nascita della cultura mitteleuropea, all'interno della quale Gillo Dorfles è cresciuto e si è formato, visto che a Trieste conosce e frequenta grandi scrittori e poeti come Italo Svevo e Umberto Saba.

Eclettico, amava le arti, tutte le arti ma in particolare la pittura che lui stesso come artista, e non solo come storico e critico, praticò per tutta la sua vita. Per tutti gli anni Cinquanta partecipa a una serie di mostre del gruppo MAC (Movimento Arte Concreta) di cui nel 1948 era stato co-fondatore.

Poi un lungo periodo di silenzio del suo fare artistico, quasi di clandestinità, che si interrompe nel 1986 con una grande mostra alla galleria Marconi di Milano, per arrivare infine a questi ultimi ed esplosivi anni di mostre pubbliche e riconoscimenti ufficiali.

Dipingeva, lui che si era laureato in medicina e specializzato in psichiatria, prelevando dal suo inconscio sogni ed emozioni, una pittura fluida, personalissima che a nulla assomiglia se non a se stessa, come amava sempre ripeterci, una pittura che crea immagini surreali, a volte incantate, altre volte inquietanti. Era molto orgoglioso di quello che realizzava come pittore e come tale desiderava essere prioritariamente riconosciuto, irritandosi moltissimo quando la critica d'arte, malgrado i riconoscimenti ufficiali, non lo evidenziava.

Gillo Dorfles grazie al suo bagaglio culturale molto particolare ci ha semplicemente introdotto nella modernità più avanzata. Non, o non solo a quella delle macchine e della tecnica, che i futuristi avevano genialmente intuito e cavalcato all'inizio del secolo scorso, trascurati poi ignominiosamente e culturalmente nei decenni successivi, ma per esempio a quello del pensiero estetico, che Benedetto Croce aveva riproposto con forza all'inizio del secolo, e che Gillo Dorfles fa però declinare liberamente all'infinito.

Non ricordo dove aveva scritto: “L'arte non prescinde dal tempo per esprimere semplicemente lo spirito della storia universale, bensì è connessa al ruolo delle mode e a tutti gli ambiti del gusto”.

Ci lascia in eredità libri importanti come il Discorso tecnico delle arti (1952), cui hanno fatto seguito tra gli altri Il divenire delle arti (1959) Nuovi riti, nuovi miti (1965), Il disegno industriale e la sua estetica (1963) e L'oscillazione del gusto.

Non era mai successo nella storia culturale del nostro paese e questo nuovo modo di guardare si manifesterà come una rivelazione che darà frutti copiosi.

Ci ha insegnato semplicemente a guardare e riflettere sulle cose con occhi diversi, più capaci di capire e soddisfare le nostre curiosità. Quest'ultima, una categoria, se così possiamo chiamarla, che fu alla base dei suoi stimoli di studioso e di artista durante tutta la sua esistenza.

Il suo modo di scrivere, senza essere criptico o rifugiarsi nei metalinguaggi, potrebbe forse indurci a pensare alle esperienze della cultura anglosassone. Preferisco pensare che fosse l'altra faccia del suo essere etico, e le sue parole ne risultavano sempre chiare, a volte sferzanti. Riceveva a casa tutti gli artisti, o aspiranti tali, che non sempre uscivano indenni da questi incontri, visto che era totalmente estraneo ad ogni forma di compromesso di qualsiasi natura o genere, umano, artistico o politico.

Bello di una bellezza rara, imperfetta e scultorea. Si vestiva in modo classico, sempre impeccabile preferendo i colori sfumati del giallo e del marrone. Quando lo si vedeva passare in corso Buenos Aires per andare alla Torrefazione a prendersi un caffè, mi veniva spesso in mente “L'inno alla gioia” di Ludwig van Beethoven. Lui, la figura ormai affilata e tagliente come un coltello fendeva ancora vigorosamente l'aria e ai miei occhi mortali era come se stesse componendo un perenne inno alla vita.

Per questo mi piace con gratitudine continuare a pensarlo immortale.

3 risposte a “Gillo Dorfles 1910 – 2018”

  1. Bel colpo Gino Di Maggio! un pezzo giusto, indicativo di ciò che era Dorfles, senza giri di parole, come sarebbe piaciuto a lui.

  2. Neanche un cenno a un libro importante come “Il Kitsch “ che pure ha avuto grande rilevanza in Italia e non solo.

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