Hollywood & Colossal, la rapina del secolo

Roberto Silvestri

Un interessante e avvincente libro di cinema, Hollywood & Colossal, nascita splendore e morte della grande Hollywood (Alpes, Roma, collana “Itinerari del Sapere”, 25 euro) di Francesco Contaldo e Franco Fanelli si mette alla caccia dell’ottava arte, quella del profitto: racconta infatti l’avventurosa preistoria e storia, minuto per minuto, dell’oligopolio hollywoodiano, dal nickelodeon al Ceo-Capitalism, dai tycoon alle grandi multinazionali conglomerate, da Griffith a Wyler a Spielberg, fino ad oggi.

A differenza delle storie del cinema che vanno avanti cronologicamente o al massimo seguendo l’adagio “post hoc ergo propter hoc” (trascurando di solito il contributo non obliquo dato dalla resistenza del lavoro tecnico-operaio alla fabbrica dei sogni) qui l’idea forza è il colossal.

Inventato da Pastrone con Cabiria, prima che il cinema italiano venisse sbriciolato dopo la grande guerra, e perfezionato da Griffith in Nascita di una nazione, capace di stipare i giganteschi “atmospheric theatre”, i cinematografi sfarzosi da 2000 posti, salotti regali prediletti dallo spettatore-massa, il costosissimo racconto epico-storico-post-storico in costume diventerà lo strumento liquido di conquista dei mercati internazionali, rendendo ogni altra cinematografia incapace di eguagliarne la forza comunicativa, la dinamica dell’azione e la tecnologia, direttamente collegata ai laboratori militari Usa. Non solo. Proprio il colossal ci permette di analizzare meglio l’arte e le qualità anche genialmente maligne dei “giovani predatori” di origine yiddish che applicarono alla nuova arte le regole dei loro mitici modelli, i capitani d’industria e banchieri John P. Morgan, Andrew Carnegie, John Rockfeller (le loro magnifiche ossessioni capitalistiche – che oggi solo Papa Francesco ha il fegato di definire criminali in un mondo così totalitariamente liberista – sono raccontate nella Storia del movimento operaio degli Stati Uniti di Richard Boyer e Herbert Morais, scritto nel 1955 e pubblicato da Odoya, e scodelleranno uno dopo l'altro una genia di presidenti-tycoon, alla Trump). Bizzarria, perspicacia affaristica, mania di grandezza, colpo di genio, coraggio imprenditoriale. Come in un poliziesco. Come in un film d’avventura. Come nel film “la più grande rapina del secolo”.

Li chiamiamo ancora Warner Bros, Fox, Paramount, Universal, Columbia, Disney, ma le casseforti degli Studios chissà dove sono, neppure James Bond lo scoprirebbe. Hollywood appare ai due autori una stella che ancora brilla in cielo ma non esiste più da tempo.

Esplosa, polverizzata in qualcosa d’altro, in un puro evento finanziario, ma griffato con arte. Il cinema rimane, anzi il digitale permette entusiasmanti mutazioni libertarie in ogni angolo del pianeta, ma la “grande Hollywood” non c’è più. Gli studi, che oggi producono quattro cinque film all'anno, sono soprattutto diventati dei parchi a tema e superpotenze distributive integrate (che smistano i blockbuster per non pestarsi i piedi). Il cervello che progetta incanti (da ottimizzare altrove, contemporaneamente e in meno giorni possibili) si è ormai trasferito direttamente nei pool creativi dei registi-producers. John Alan Lasseter, Michael Bay, Peter Jackson, George Lucas... O dei cineasti-monadi diventati mondo a sé, Clint Eastwood, Paul Thomas Anderson, Guillermo Del Toro, Todd Haynes, Kathryn Bigelow, i Coppola, Scorsese....

Il viaggio è sorprendente. Si scoprono profili di magnati, di spessore capitalistico integralista come Leammle, Loew, L.B. Mayer, Thalberg, Fox, Zuckor, Hughes, Zanuck e i Warner, che formarono una sorta di Società delle Nazioni del cinema capace di imporre modelli di consumo immaginario ineguagliabile, ma anche politiche, come il block booking, che paralizzano da un secolo ogni libertà all’esercente e ogni velleità di ingresso distributivo al cinema indipendente, fuori casta e fuori norma; i loro palesi o sotterranei rapporti politici, comunque sempre strettissimi, con Washington (che garantisce fluidità planetarie semi-totale di circolazione della merce e sa come non applicare le leggi anti trust contro di loro, semmai solo contro i sindacati); la loro capacità di strumentalizzare le periodiche crisi economiche e finanziarie o i salti tecnologici (sonoro, colore, 3D, digitale…) per abbattere ogni concorrenza possibile; i mille, anche truci, complotti di palazzo; la caccia alle streghe strumentalizzata per far crollare il costo del lavoro e le stra-pretese delle star; i geniali trucchi contabili inventati dai mogul come l’evasione fiscale legalizzata da Nixon tramite tax shelter nei primi anni 70, l’utilizzo di leggi nazionali all’estero per auto-valorizzarsi, massificando gli introiti e gonfiando a dismisura budget o vendite dei diritti delle library, perfezionati poi dai nuovi manager dei conglomerati, capaci di miracoli matematici come il pooling of interest accounting, sistema di contabilizzazione truccata che permette alla società acquirente di sottostimare o sovrastimare a sua discrezione il valore del patrimonio acquisito. Falsi in bilancio legali negli Usa (non in Europa, per ora) che istigavano a una serie continua e infinita di acquisizioni. Quando nel 1967 la Gulf & Western – ricordano Contaldo e Fanelli – acquisì la Paramount, poté ostentare agli azionisti utili per 46 milioni di dollari, solo grazie a un trucco contabile. Il costo dell’operazione fu 187 milioni di dollari ma nei libri contabili si scrisse 100. Così quegli 84 milioni restarono liberi di essere usati per supportare profitti dichiarati. E così via. Passando le perdite da una società all’altra del conglomerato, a secondo del mercato azionario.

Questo lavoro certosino di ricerca decennale dei due studiosi romani (anche cineasti) è svolto con il conforto di fonti bibliografiche autorevoli e senza traccia mai di un risentito e retorico anti-americanismo. Da Intolerance a Cleopatra, passando per Via col vento e Ben Hur e arrivando al “complotto Heavens Gate” fino a Guerre Stellari, la religione del profitto, almeno fino alla metà degli anni 80, produce infatti anche conquiste estetiche rigenerative e trasformatrici dell’intero sistema. Insomma, sono stati i giganteschi progetti spettacolari (che ormai al giorno d’oggi sono diventati serialità by Marvel e Dc) a fornire energia costante al progresso economico e culturale dell’intero settore (perfino grazie a flop come Cleopatra, perché la campagna di Italia, la “Hollywood sul Tevere, fu nell’insieme molto redditizia, grazie a complicità andreottiane). Ecco perché Beniamino Placido, pur glorificando la straordinaria Storia degli Stati Uniti di Arthur Schlesinger sr. (Garzanti 1967), polemizzò con quel prestigioso storico liberal che aveva completamente dimenticato di citare nel suo monumentale lavoro l’importanza storica di Via col vento e soprattutto il colossal prodotto da Selznick non solo sull’immaginario degli spettatori cinematografici in tutto il mondo ma sulla comprensione del nodo guerra civile (600 mila morti), “schiavismo”, della Reconstrucion Era e della famigerata svolta repubblicana del 1870 che riconsegnò 4 milioni di ex schiavi al lavoro forzato degli ex piantatori democratici del sud e ai loro sgherri del KKK. Quel capolavoro di colossal riappacificò sud e nord bianco e lo riportò alla guerra. Il fuori campo e il tra le righe non sono solo i trucchi dei dissidenti est europei. Faulkner e Fitzgerald, stipendiati per fare colossal a ritmo industriale, ne sanno qualcosa.

Francesco Contaldo e Franco Fanelli

Hollywood & Colossal, nascita splendore e morte della grande Hollywood

Alpes, collana “Itinerari del Sapere”, 25 euro

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