Per un Manifesto della Sinistra letteraria

Fausto Curi

È noto che in Italia non esiste un’unica Sinistra politica. Le Sinistre son più di una, né mostrano la capacità di congiungersi e di unirsi. Meschine lotte interne, rivalità personali e, in primo luogo, incapacità di elaborare un programma veramente “di sinistra”, solido e unitario, mantengono divisi i diversi fronti. Senza che molti si rendano conto che fino a che le Sinistre continueranno a guardare al Centro e a accordarsi con il Centro, non esisterà mai una vera Sinistra. Il Centrosinistra non è la Sinistra. È il Centrosinistra. Che spesso ha ereditato gli aspetti peggiori della Democrazia Cristiana e della Socialdemocrazia senza farne propri i migliori (posto che questi esistessero). Ma soprattutto senza cercare di salvare e mettere a frutto tutto quello che sarebbe stato necessario preservare e utilizzare del Partito comunista italiano. Ora le Destre, anche esse per fortuna divise, minacciano di conquistare la maggioranza parlamentare. E di questo sembrano essere ben consapevoli molti membri delle Sinistre, che però non trovano il modo di rompere ogni rapporto con il moderatismo e di unire la diverse forze di sinistra. Senza dimenticare, naturalmente, che i fascisti sono ancora una volta usciti dalle fogne e stanno ancora una volta spargendo ovunque il loro puzzo immondo.

Esiste, in Italia, una letteratura di sinistra? Credo di no. E su questo vale forse la pena riflettere. Noi - dico coloro ai quali ora mi rivolgo – siamo tutti genericamente e variamente “di sinistra”, ma non costituiamo una letteratura di sinistra non dico organizzata, ma ideologicamente e programmaticamente omogenea. Che esista una stretto rapporto fra società e letteratura non vuol dire che una letteratura di sinistra sia immediatamente identificabile. Non basta, per essere di sinistra in letteratura, essere antifascisti, essere a favore delle lotte dei lavoratori, guardare con simpatia gli immigrati, essere contro il moderatismo in ogni campo e contro quelle che oggi, non avendo più il coraggio di parlare di sfruttamento, ci si accontenta di chiamare “ineguaglianze”.

Stiamo parlando di letteratura, non di altro. Cerchiamo, per prima cosa, di evitare certi errori del passato, quando bastava parlare di operai, o di partigiani, per essere automaticamente “di sinistra”. I contenuti sono certamente importanti, ma non bastano a fare letteratura. Un giorno però Alfredo Giuliani parlò di “neo-contenuto”. Non fu capito, temo, ma aveva ragione. Proviamo a mettere a confronto Capriccio italiano di Sanguineti, o Tristano di Balestrini, con Un borghese piccolo piccolo di Vincenzo Cerami. Le differenze sono enormi, ma non sono solo di struttura, sono anche di contenuto, e sono importanti. Un borghese piccolo piccolo, che piacque a Pasolini e, purtroppo, anche a Calvino, è davvero un romanzo piccolo piccolo, meschino, angusto: manca l’aria, là dentro. E se mi si obbietta che è proprio questo il risultato che l’autore voleva ottenere, rispondo che una sinistra letteraria degna di questo nome deve, in primo luogo, con ogni traccia di piccola borghesia, liquidare ciò che è piccolo piccolo, stento, gretto, misero, soffocato. Sinistra letteraria deve voler dire il nuovo che irrompe, e il nuovo non può mai essere piccolo piccolo. In Capriccio italiano e in Tristano l’acqua è profonda e si nuota bene, non solo per merito della struttura. E non si tratta, sia chiaro, di “grande stile”.

Cerchiamo anche di evitare gli eccessi di anarchismo. Una buona dose di anarchismo giova alla letteratura e, in generale, alle arti, una dose eccessiva distrugge ogni cosa e non consente di costruire niente. Parlando della poesia di Balestrini mi è capitato di trovare una formula che credo a Nanni non sia dispiaciuta. Il disordine in quanto tale, il puro disordine non serve a niente. Occorre progettare e elaborare, come Nanni ha fatto, un’ordinata gestione del disordine. Fra il puro disordine e l’ordinato disordine passa la stessa differenza che passa fra la rivolta e la rivoluzione. È anche vero che - a parte qualche inutile eccesso anarcoide guardato con simpatia da qualche nuovo-vecchio letterato che crede ancora all’efficacia delle bombe - i tempi ci costringono a temere il contrario del disordine: la moderazione, le mezze misure, la correttezza. Non è dunque la moderazione che sto consigliando, sono gli strumenti idonei, una strategia appropriata che mi permetto di segnalare. Essendo ben consapevole che, se poi mancano le condizioni oggettive necessarie, discorsi e progetti non servono a niente.

Di questa strategia, naturalmente, deve essere parte importante lo stile, la scrittura, il modo di costruire il testo. Niente “grande stile”, si è detto. Occorre però evitare anche - soprattutto in campo critico e saggistico - che il linguaggio sia scorretto, incerto, confuso, perché – mi scuso per l’ovvietà - la mancanza di correttezza, purtroppo sempre più frequente, finisce per provocare equivoci, confusione, oscurità, fastidio, noia, l’impossibilità di intendersi. Non dico la rivoluzione – che, oggi, lo sappiamo bene, non è alla nostra portata, neppure se fosse soltanto una rivoluzione letteraria – ma una efficace letteratura di sinistra ha bisogno di chiarezza, deve farsi intendere chiaramente. Dico chiarezza ma intendo soprattutto cultura, consapevolezza, vivacità, efficacia. Bisogna saper bene come scrivere male, diceva Sanguineti (Ancora l’ordine nel disordine, come si vede). Ma molti, oggi, sanno male come scrivere male. Scrivono male e basta, insomma.

Un testo efficace nei diversi generi non nasce però soltanto dall’ingegno. Nasce anche dallo spessore della cultura di chi scrive. Una cultura molto ampia è certo augurabile, ma ciò che conta è che la cultura sia adeguata al lavoro che si deve compiere. Se il lavoro è nuovo, nuova deve essere la cultura. E io non so immaginare una cultura di sinistra che non sia nuova. Ma dove trovare, oggi, una cultura nuova? Non mi pare di vedere, oggi, splendere nuovi paradigmi, nuovi modelli di cultura pienamente degni di attenzione. Non resta, forse, che trovare nelle nostre stesse esigenze i mezzi di cui abbiamo bisogno.

Potrebbe bastare, forse, a identificare la letteratura di sinistra, il greve tentativo di restaurazione che sta cercando di compiere la destra letteraria. Che non solo esiste, ed è agevolmente riconoscibile, ma si fa ogni giorno non dico più aggressiva, ma certo più presuntuosa e più baldanzosa. Tace, vilmente, delle proprie pretese, ma cerca di operare concretamente. Sia chiaro, non contano, nel caso, le appartenenze politiche, nella destra letteraria non mancano probabilmente persone che votano per la sinistra, o per quella che si crede sia la sinistra. Cerco di spiegarmi con qualche esempio. Io non mi dolgo né mi indigno – e credo che nessuno debba dolersi e indignarsi – se su giornali e riviste si commemora il centenario della nascita di Bassani, di Cassola, di Fortini. È giusto che coloro che credono alla validità di questi scrittori li commemorino. Credo anzi che l’occasione sarebbe propizia a un giusto, equanime atto storiografico, che però non mi pare, in generale, si compia. Io stesso, invitato, ho partecipato a una commemorazione di Bassani, chiarendo quello che era giusto chiarire, precisando quello che era opportuno precisare. Precisando, per esempio, che la frase sulle “Nuove Liale” non era un insulto, non era una battuta acrimoniosa bensì un giudizio critico. Devo aggiungere che ho trovato negli altri partecipanti alla commemorazione rispetto e piena comprensione. Ancora, di mia iniziativa ho dedicato a Franco Fortini un articolo né benevolo né malevolo, aspro dove era giusto essere aspro, nel quale ho cercato di interpretare in chiave psicologica certi aspetti di quello scrittore, nemico delle avanguardie italiane, ma molto ammirato da certa sinistra politica e culturale.

Quando però sono costretto a constatare che ci sono alcuni, anzi, molti, che, senza dichiararlo apertamente, cercano di passare dalla commemorazione all’apologia; che ci sono molti, anziani e giovinastri, che stanno facendo il possibile per nascondere il lavoro di Sanguineti, di Balestrini, dei Novissimi, dei migliori narratori della Nuova avanguardia; che c’è chi, cercando di fare lo storico senza esserlo, riesuma e cerca di consacrare un poeta mediocre pur di non riconoscere i poeti che sono stati e sono veramente significativi; quando sono costretto a constatare l’esistenza di tutto questo, e a verificare la presenza di altri sintomi inequivoci, allora penso che, per la sinistra letteraria, non solo c’è una ragione di esistere, ma c’è anche una ragione di manifestarsi e di operare proprio come sinistra letteraria.

Mi riesce facile immaginate che ci sarà qualche amico, qualche compagno che obbietterà che i tentativi della Destra sono soltanto miserabili velleità e che non è il caso di preoccuparsi. Io non mi preoccupo, perché conosco bene la forza vitale delle opere in cui credo e nelle qual molti altri credono. Credo però anche che nulla sia indelebile. E che le piccole aggressioni, le vili omissioni di cui è solo capace la Destra letteraria possano a lungo andare, se non ledere quelle opere, certo impedirne o ostacolarne la circolazione.

La destra letteraria, si dirà, fa il suo mestiere di Destra. Commette però un errore grossolano dal momento che non ha ancora capito chi è quello che essa ha eletto a proprio avversario o a nemico. Se, in primo luogo, nemico vi è, è il nemico dell’imbecillità e dell’ignoranza. Perché la Destra letteraria scambia per nemico la storia. Scambia ancora per tendenze, per fazioni da combattere ciò che da tempo è diventato saldamente storia. Si accanisce contro la storia credendo di accanirsi contro i Novissimi o contro il Gruppo 63. La Destra letteraria vuole imporre silenzio alla storia. Storia è ciò che accade e rimane vitale. O è ciò che accade e non passa, non tramonta, non scompare, inquieta il presente. Certo, anche Pasolini è storia. Ma perché la Destra vuole far tacere Sanguineti e lascia invece pienezza di parola a Pasolini se non perché Sanguineti “dà fastidio”? Ma quel “fastidio” provocato da Sanguineti non sarà un segno di vitalità che la Destra non tollera?

Nel trentennio che va dal 1950 al 1980 in Italia non si è scritto qualche bella poesia o qualche bel romanzo. Sono state fatte, invece, interessanti ricerche e sperimentazioni con il fine di raggiungere una nuova condizione della poesia e della narrativa, come tutti desideravano senza che tutti possedessero gli strumenti idonei. Una nuova e varia cultura, attingendo alle fonti più diverse, fu, in quella occasione, elaborata dai protagonisti, che ebbero il merito di mostrare con la ricchezza dei risultati conseguiti che non si dà letteratura nuova senza una nuova cultura. In quel trentennio, la cultura e la letteratura italiana hanno acquistato una nuova consapevolezza, nuovi modi di essere e di comunicare, e una strumentazione che il Novecento italiano non aveva prima mai conosciuto. E’ in quegli anni che la letteratura come ispirazione è morta e, assumendo come modello il grande lavoro compiuto dal Joyce di Finnegans Wake, gli scrittori danno vita a una letteratura come questione, o, se si preferisce, come problema, mettendo in fuga il vecchio lirismo, sostituendo il plurilinguismo al monolinguismo, la mescidazione alla purezza, la discontinuità del montaggio alla continuità della sintassi, l’ordinato disordine all’ordine. Non si trattò di prestazioni effimere, si trattò e si tratta di risultati che hanno un rilievo storico. È questa storicità dell’Avanguardia che la destra letteraria, fra ignoranza e cattiva coscienza, cerca ora di negare e di occultare. Senza disporre di modelli da contrapporre efficacemente ai modelli la cui validità la storia ha da tempo sancito.

È pur vero, d’altra parte, che ben poco si è fatto, fino a oggi, non dico per contrastare la sciagurata tendenza della Destra, ma per affermare con serietà le ragioni di una poesia nuova, di una narrativa nuova, di una nuova cultura. Dove sono gli eredi dei Novissimi? C’è qualcuno che, smettendo di dichiarare di ammirarlo, abbia appreso qualcosa da Giorgio Manganelli, qualcuno che, smettendo con l’accusa idiota di “giornalismo”, abbia appreso qualcosa da Alberto Arbasino? Laborintus, Postkarten, Capriccio italiano di Sanguineti, Come si agisce, Caosmogonia, Tristano di Balestrini, per citare solo alcuni titoli, rimangono oggetti misteriosi, affidati all’interpretazione della critica ma operativamente sterili. Come è possibile tanta inerzia? Che non è inerzia dei modelli, è inerzia dei potenziali fruitori.

Spero sia chiaro che non sto parlando di imitazione. Parlo di paradigmi, di modelli. Perché la letteratura nuova, e l’avanguardia, non diversamente dalla letteratura classica, si sono istituite sempre su modelli. Apollinaire aveva come modello principalmente Picasso; Tzara, Breton avevano come modelli Rimbaud e Lautréamont; Sanguineti e Giuliani avevano come modelli Pound e Eliot. Ciascuno, poi, ha usato il modello con assoluta libertà, mettendo a frutto ciò che gli conveniva, costruendo una poesia del tutto nuova e originale.

Una letteratura di sinistra non può accontentarsi dell’esistente. Bisogna, per prima cosa, far fronte ai subdoli attacchi della Destra. Occorre, poi, contro l’aridità e la sterilità del tempo, riflettere sul Nuovo e, se se ne ha la forza e l’opportunità, progettare il Nuovo.

5 risposte a “Per un Manifesto della Sinistra letteraria”

  1. La destra fa il suo mestiere e ha i mezzi per farlo, la sinistra e’ frammentata, disunita. Molti autori sono alla ricerca di una affermazione individuale che trascura la funzione sociale della poesia e della narrativa, proprio il contrario dei principi ai quali si ispirano e gli editori, soprattutto i grandi editori, sempre di più inseguono le quantità e ignorano o sono incapaci di riconoscere la qualità di ciò che pubblicano.

  2. “SAPERE AUDE!”: ORIENTARSI NEL PENSIERO, CON CORAGGIO …

    =”Dove sono gli eredi dei Novissimi? (…) Come è possibile tanta inerzia? Che non è inerzia dei modelli, è inerzia dei potenziali fruitori. Spero sia chiaro che non sto parlando di imitazione. Parlo di paradigmi, di modelli. Perché la letteratura nuova, e l’avanguardia, non diversamente dalla letteratura classica, si sono istituite sempre su modelli. (…) contro l’aridità e la sterilità del tempo, riflettere sul Nuovo e, se se ne ha la forza e l’opportunità, progettare il Nuovo” (Fausto Curi). =

    Se è vero, come è vero, che “Fra il puro disordine e l’ordinato disordine passa la stessa differenza che passa fra la rivolta e la rivoluzione”, e che “Nel trentennio che va dal 1950 al 1980 (…) la cultura e la letteratura italiana hanno acquistato una nuova consapevolezza, nuovi modi di essere e di comunicare, e una strumentazione che il Novecento italiano non aveva prima mai conosciuto”, è da riconoscere che “Per un Manifesto della Sinistra letteraria” è una riflessione importante, saggia e critica quanto basta (in questi tempi di deserto galoppante), che ci dice come e perché ci siamo fatti stracciare in faccia la nostra “carta d’identità”, la Costituzione, e siamo ricaduti in una bolla di rinnovati populismi e di galoppante distruzione della ragione politica comune, come se ci fosse stata (ancora e di nuovo) un’altra “prima guerra mondiale” – con tutto il suo “ventennio” a seguire!!! E a ri-perdere la lezione di Gramsci e, insieme, dei nostri “padri” e delle nostre “madri” dell’Assemblea Costituente!!!

    * SUL TEMA, mi sia lecito, SI CFR.: INTERVISTA a Edoardo Sanguineti
    (“Rileggere Marx, questo dobbiamo fare se vogliamo riorientarci. Dico Marx, ma anche Gramsci e Benjamin: credo possano ancora aiutarci”) di Pietro Spataro — http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=4072

    ROMOLO AUGUSTOLO: L’ITALIA NON E’ NUOVA A QUESTI SCENARI. C’E’ CAPO E “CAPO” E STATO E “STATO”: MUSSOLINI E LENIN A CONFRONTO. L’analisi di Gramsci (già contro derive staliniste!), una bussola per non naufragare e una lezione di vita e di libertà — http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5154

    “CHI” SIAMO NOI, IN REALTÀ. RELAZIONI CHIASMATICHE E CIVILTÀ: UN NUOVO PARADIGMA. CON MARX, OLTRE — http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=4198

    Federico La Sala

  3. Sì, sì sono d’accordo ma… mi turbano “i precetti” infilati uno dietro l’altro, gli indicativi dei verbi essere e dovere e una certa sicurezza nelle affermazioni…
    Chissà perché, ma continuo a pensare, con molte incertezze, che quella letteratura quel modo di fare letteratura non possa che essere una costante ricerca, il cui esito assai incerto debba essere necessariamente verificato volta per volta alla luce dei fatti, dei modi, delle forme e degli stili.
    Ho difficoltà ad accostarmi “a priori” a modelli che anche se innovativi (e lo sono ancora oggi) appartengono comunque ad un momento storico che non c’è più…
    Forse fare letteratura (cultura?) di sinistra vuol dire contribuire, per tentativi e senza prendersi troppo sul serio, a dare forma a un nuovo momento storico… Dico forse!
    Grazie.
    marco sansoè

  4. *****IN MEMORIA***** UN OMAGGIO A EDOARDO SANGUINETI ….

    IL DIO MAMMONA (“CARITAS”), IL DENARO, E “IL GATTO CON GLI STIVALI”. LA LEZIONE DI EDOARDO SANGUINETI … *

    PURGATORIO DE L’INFERNO, 10. “Questo è il gatto con gli stivali” *

    Mentre con il figlio osserva un libro illustrato, il poeta sollecita con amore e affetto a guardare le immagini con attenzione e spirito critico, dietro a ogni cosa in esso rappresentata, e a ogni manifestazione della vita, si nasconde l’onnipotenza del ’dio’ denaro.

    Questo è il gatto con gli stivali, questa è la pace di Barcellona

    fra Carlo V e Clemente VII, è la locomotiva, è il pesco

    fiorito, è il cavalluccio marino: ma se volti pagina, Alessandro,

    ci vedi il denaro:

    questi sono i satelliti di Giove, questa è l’autostrada

    del Sole, è la lavagna quadrettata, è il primo volume dei Poetae

    Latini Aevi Carolini, sono le scarpe, sono le bugie, è la scuola di Atene, è il burro,

    è una cartolina che mi è arrivata oggi dalla Finlandia, è il muscolo massetere,

    è il parto: ma se volti foglio, Alessandro, ci vedi

    il denaro:

    e questo è il denaro,

    e questi sono i generali con le loro mitragliatrici, e sono i cimiteri

    con le loro tombe, e sono le casse di risparmio con le loro cassette

    di sicurezza, e sono i libri di storia con le loro storie:

    ma se volti il foglio, Alessandro, non ci vedi niente

    Edoardo Sanguineti

    * SI CFR. : KARL MARX E WALTER BENJAMIN – “PURGATORIO DE L’INFERNO”: IL DIO MAMMONA (“CARITAS”), IL DENARO, E “IL GATTO CON GLI STIVALI”. LA LEZIONE DI EDOARDO SANGUINETI

    http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=519#forum3139212

    Federico La Sala

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