Profilo di un critico sui generis. Roberto Daolio, un intellettuale fra teoria e pratica

Carlo Branzaglia

Una mostra, un libro e una serie di attività riportano alle cronache la figura di un critico d’arte (ma sarebbe più giusto definirlo un intellettuale) assolutamente sui generis, prematuramente scomparso; Roberto Daolio (1948 - 2013). La mostra (Vita e incontri di un critico d’arte attraverso le opere di una collezione non intenzionale) è nata dal dono delle opere di proprietà di Daolio (doni a loro volta degli artisti) da parte della famiglia al Mambo di Bologna, l’istituzione bolognese dedicata al contemporaneo; e coincide con l’uscita di un volume (Roberto Daolio. Aggregati per differenze) curato da Roberto Pinto, critico e amico dello scomparso, con tre dottorandi (Davide Da Pieve, Lara De Lena, Caterina Sinigaglia), edito da Postmedia Books; e con una serie di iniziative curate dalla Accademia di Belle Arti, nella quale il critico insegnò per diverse decadi.

 

Proprio il suo ruolo di docente in Accademia offre una chiave interpretativa alla mostra stessa, debitamente letta nel tracciato del volume. Ovvero il suo ruolo di connettore fra un assetto teorico ben strutturato, cresciuto sotto la guida di Renato Barilli, con al fianco la compianta Francesca Alinovi, a partire da quella celeberrima Settimana Internazionale della Performance che concentrò a Bologna nel 1977 il meglio delle pratiche annesse, a livello mondiale, a cominciare da Marina Abramovic e Ulay, con i loro nudi ad accogliere i visitatori sulla porta. Per passare alle grandi mostre Anni Ottanta, Anni Novanta, Nuova Officina Bolognese.

Teoria e pratica, dunque: ciò che lo spinse ad insegnare in Accademia, dove gli artisti si formano, piuttosto che in Università, dove nascono i critici e gli storici. Un binomio quanto mai importante in una era come quella attuale che sta cercando la quadra fra le due dimensioni, sotto diverse spoglie: una “teoria delle arti pratiche”, per dirla con De Certeau, costruita nella dimensione dell’esperienza. Roberto Daolio, teorico raffinatissimo, progettava mostre con gli artisti (e intere serie, nel suo rapporto con la Galleria Neon) con una capacità di visione che si incarnava infine nella perfezione di allestimenti e layout.

Il suo insegnamento, d’altra parte, era (non a caso) Antropologia Culturale: la dimensione di una cultura nella quale il piano estetico rappresenta una dimensione profonda della società umana gli era non solo propria, ma familiare. Così come la strumentazione metodologica inerente, destinata ad essere giocata appunto nella pratica e nella esperienza, non per raccontare il presente ma per proiettarlo (progettarlo) nel futuro.

Grande esperienza sul campo, d’altronde, la sua. E di nuovo una parola che oggi va per la maggiore, in termini filosofici, economici, sociali. Una attitudine preveggente che i giovanissimi autori del volume (che Daolio non lo hanno conosciuto) annotano con stupore; e che porta di nuovo la pratica dello studioso a fare da trait d’union fra riflessioni esplose nella più recente contemporaneità. L’esperienza come matrice della suddetta teoria delle arti pratiche, che si annida anche in quella logica di relazioni che, segnatamente riconosciuta dall’intellettuale bolognese negli scritti sull’arte relazionale, è oggi alla base, di nuovo, di questioni che vanno dal filosofico al commerciale. Siamo oggi infatti in una società delle relazioni, il peso delle quali dà pregnanza alle enunciazioni, avvalora i soggetti, attribuisce le priorità operative.

Ma nella figura di Daolio appunto tutto quello che nasce da una teoria (ovvero: il contenuto del suo pensiero, negli scritti o nella curatela di mostre) divenne anche pratica di vita: ricordano gli artisti stessi la sua capacità di tessere relazioni, innanzitutto umane, nel mantenere in comunicazione operatori anche disomogenei, “aggregati per differenze”, come da sottotitolo del volume. Anche perché Dolio non mirava alla scuderia di proposte, alla proposta commerciale, al ruolo nelle istituzioni: anzi, se ne è sempre tenuto alla larga, rinunciando a incarichi di prestigio, per essere invece sempre in prima linea, dalla parte degli artisti. Il che lo portò, nonostante il suo innegabile savoir faire, a qualche lettura un poco spazientita, nei confronti delle istituzioni (lo si trova nelle ultime parti del volume) quando con l’arte pubblica, di cui si occupò negli ultimi anni della sua vita, si trovò ovviamente a incrociare le loro inettitudini. Istituzioni incapaci di cogliere e sviluppare non solo e non tanto l’eccezionale portata del suo pensiero; ma proprio la capacità di incarnarlo in operazioni concrete, come la straordinaria serie Accademia in Stazione ideata e condotta con Mili Romano per le celebrazioni inerenti la strage del 2 agosto, crollata sotto difficoltà, diciamo così, burocratiche.

D’altra parte, è la Bologna che lui stesso descrive così vivacemente negli spettacolari anni Ottanta a rivelarsi via via per quello che è: una città di provincia, con velleità da metropoli, che ancora pensa di essere una delle tre B europee con Barcellona e Berlino, e che ha avuto bisogno di un cospicuo dono da parte della famiglia per attrezzare un omaggio a Daolio (e in una sala - laboratorio), e del supporto della Accademia di Belle Arti, impegnata, al suo interno, a celebrare la figura di Daolio attraverso il premio di Arte Pubblica a lui dedicato. E infatti: nessun rappresentante delle istituzioni nei vari appuntamenti destinati alla mostra.

Non certo una figura di antagonista, specie se in senso stereotipato, quella di Daolio, ma certo di un intellettuale severo, per quanto disinibito e disincantato, dotato di una etica coraggiosa e di un rigore assoluto nella ricerca che gli impedivano la mediazione compromissoria. Intransigente, sul piano intellettuale, quanto brioso sul piano degli interessi. E di nuovo il libro, la mostra, e le attività dall’Accademia (visite guidate con gli artisti, installazioni e una giornata dedicata, il 19 aprile) sottolineano la trasversalità del suo operare, che volge dalle arti visive verso la fotografia, il fumetto, il teatro… a prescindere dalla moltitudine degli interessi personali dell’autore.

La varietà degli interessi non fa però certo esplodere la inflessibile metodologia di lavoro di Daolio, la sua filosofia di fondo, strutturalmente legata a matrici fenomenologiche, lascito della scuola di Renato Barilli. Al contrario, gli permettono di assorbire ed elaborare le differenze, quelle del sottotitolo del libro. Un proliferare di stimoli che rende scintillante il corpus di scritti analizzato dagli autori del volume, e da loro selezionato e ristretto con coraggio e intelligenza (e rispetto, viene da dire anche). D’altra parte, Daolio non ha mai pubblicato un volume di suoi scritti; né una opera esaustiva del suo approccio: che al contrario è stato proprio legato alla volontà di perseguire le sfaccettature dell’estetica a lui contemporanea, con un approccio “episodico” che ancora una volta anticipa molte dinamiche della più odierna contemporaneità; finanche nella, diciamo così, “transitorietà” dei suoi stessi pezzi, ancora così ricchi di stimoli forse proprio perché intensamente vissuti e praticati nella loro attualità. Di nuovo, un comportamento che denota un approccio metodologico: una pratica intessuta di teoria. Resa possibile da un uso sapiente della parola di cui indirettamente il volume racconta l’evoluzione: una scrittura sempre più costruttiva, sempre più precisa nell’inventare letture e percorsi, sempre più ricca di riferimenti rivissuti e reinterpretati; e oltretutto secca, sintetica, essenziale.

Uomo avulso da ogni velleità auto-celebrativa, e celebrativa in generale, Daolio tuttavia meriterebbe di essere raccontato non solo nella preziosità del suo lavoro nel mondo dell’arte, ma nella centralità di un metodo di indagine rispetto a discipline o campi di indagine apparentemente disgiunti (l’estetica, i Cultural e i Visual Studies, l’antropologia…) che, ancora una volta, il critico bolognese era in grado di mettere in relazione con la precisione e la grazia che lo contraddistinguevano. Una capacità di manovra che non può ulteriormente sfuggire a chi conosca la sua ricchezza di pensiero.

Didascalie

1 Roberto Daolio, foto Mili Romano, 2004

2 Copertina Roberto Daolio. Aggregati per differenze, Postmedia Books, 2017

3 Manifesto mostra Roberto Daolio. Vita e incontri di un critico d’arte attraverso le opere di una collezione non intenzionale

4 Copertina Plutôt la Vie… Plutôt la Ville, Premio Roberto Daolio, prima edizione, Fausto Lupetti Editore, 2015

5 Copertina Plutôt la Vie… Plutôt la Ville, Premio Roberto Daolio, seconda e terza edizione, Fausto Lupetti Editore, 2017

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