Luigi Presicce al Museo d’inverno, una Wunderkammer contemporanea

Serena Carbone

A Siena, a due passi da Piazza del Campo, in via Pian d'Ovile nella Contrada della Lupa, si trova il Museo d'Inverno. L'architettura che lo ospita è una fonte medievale, detta Fonte Nuova, che si erge sopra un bacino idrico. E proprio durante l'inverno, nella stagione delle nevi, questa fonte ritorna a vivere grazie al progetto di Eugenia Vanni e Francesco Carone, i due artisti senesi che tre anni fa hanno fondato il museo. Al suo interno, grazie a una programmazione stagionale, ogni anno vengono realizzate solo due mostre, chiedendo agli artisti invitati di esporre non le proprie opere ma quelle della loro collezione privata, ovvero opere altrui ottenute attraverso scambi, regali, acquisti, perché tracce di incontri, di collaborazioni, di amicizie, di amori.

Una grande vasca usata un tempo per abbeveraggio e lavatoio, e poi una scala in pietra, una sala d'ingresso, una sala espositiva, e infine una grande terrazza: così si struttura il Museo d'Inverno che, in occasione della mostra di Luigi Presicce, in una fredda giornata di gennaio, accoglie il visitatore con il camino acceso. E al suo interno una piccola Wunderkammer sorprende per la sua meticolosa preziosità. Se si dovesse partire dal titolo che l'artista pugliese ha dato alla sua mostra, non si avrebbe spazio per altro, visto che nella sua pregnante lunghezza raccoglie tutte le suggestioni da cui è stato colto davanti alle opere selezionate; ma aggirandolo gentilmente, si può aggiungere che anche questo, il titolo si intende, è iscrivibile all'interno di una pratica che racconta una storia e riflette gli ingranaggi di un tempo intimo e personale, con le sue specifiche catene di senso e dinamiche combinatorie. La mostra inizia infatti con le due incisioni che hanno ispirato in Presicce la scelta delle opere da esporre: una di Arnold Böcklin, l'altra di Émile Bolvin per poi proseguire sulla destra all'interno della sala che ospita ben settantadue lavori, per lo più di piccolo e medio formato che riempiono l'atmosfera di magia e onirico vedere. Nei fogli di sala distribuiti durante l'inaugurazione, l'artista ha annotato dei ricordi, delle “piccole storie” in riferimento ad ogni opera, tanto che l'insieme di parole e immagini rivela uno spaccato di vita vissuta che svela a sua volta l'altra metà dell'arte e quel qualcosa che l'attraversa di profondamente umano.

È interessante il progetto in atto a Siena, non solo infatti il museo nasce e viene gestito da due artisti, ma a sua volta ospita collezioni personali che mettono in scena una stanza interiore, uno spazio delle meraviglie intimo e personale. È un punto di vista differente quello che viene pertanto proposto da Vanni e Carone, più similare alla disposizione degli studioli di lontana memoria (anche nella modalità allestiva), e risponde a una organizzazione che differisce per natura da quella di un museo ufficiale, collocandosi piuttosto dalla parte di quelle che oggi vengono definite realtà indipendenti – perché al di fuori del sistema propriamente detto.

Del resto, che la pratica del bricoleur e del collezionismo nel corso del secolo scorso siano diventate sempre più diffuse nel mondo dell'arte è cosa nota, ma in questo caso specifico la stessa accezione di museo nasce dalla volontà di indagare una storia dell’arte contemporanea il più delle volte non nota, segreta o ancora sconosciuta che risponde a una fruizione dell'opera diversa, a un tipo di visibilità opposta rispetto a quella prettamente di consumo che spesso fiere, gallerie e musei propongono, per volontà o dovere di mercato. Inoltre, all'indomani della chiusura del Palazzo delle Papesse, Siena non aveva un centro d'arte contemporanea, e questo luogo risponde a un'esigenza specifica che ricollega il territorio (la fonte fa parte degli spazi della Contrada della Lupa) a un aspetto importante del fare artistico. Il Museo d'Inverno non propone peraltro solo mostre, ma nel tempo sta mettendo su una vera e propria collezione, anch'essa ovviamente non tradizionalmente intesa. Diòspero è il progetto, infatti, attraverso cui Vanni e Carone chiedono di volta in volta agli artisti invitati di lasciare un'opera site specific che si fonda nell’ambiente. Opere non mobili quindi, ma piuttosto parte integrante della struttura museale. Secondo questo duplice binario – da una parte le mostre temporanee in cui ogni artista espone tutta o parte della sua collezione privata, dall'altra la collezione permanente messa insieme attraverso quelle opere realizzate in loco e che divengono loro stesse “museo” –, si ricorda prima di Presicce, la presenza di Maurizio Nannucci, Miltos Manetas, Luca Pancrazzi e Piero e Nathalie Sartogo. Nannucci per l'esposizione d'apertura del museo aveva selezionato le opere di James Lee, progettando invece in permanenza la targa esterna del museo in ottone; Manetas aveva portato la sua electronicOrphanage, insieme di opere internet-based, realizzando poi una Project Room fisica come virtuale di cui tutt'oggi è il curatore; Pancrazzi aveva esposto le testimonianze delle tante collaborazioni con gli altri artisti, creando, con su scritto “space available”, il vetro di chiusura di una piccola botola che lascia visibile lo spazio sottostante; Studio Sartogo, infine, aveva consacrato il suo intervento al rapporto tra arte e architettura, esponendo gran parte dei disegni, modelli e bozzetti originali delle opere poi installate permanentemente all’interno della Chiesa del Santo Volto di Gesù in Roma, da loro progettata ed alla quale hanno partecipato i sette artisti che hanno poi donato le opere.

Collezionare è una pratica della memoria, in cui le opere spesso funzionano come referenti di un passato e, inevitabilmente, di una storia che tassello dopo tassello viene montata all'interno di uno spazio simbolico che nel tempo può assumere la fisionomia dello stesso collezionista. Una parte di quel che è stato, la parte visibile e tangibile di ciò che per sua natura non lo è, viene messa in mostra, e il ricordo rimane ricordo, effimero, impalpabile, fantasmatico. Ma è proprio l'assenza di quel che è stato a formare un microcosmo fantastico, ricco di interferenze e azioni sublimate, come il gesto che ha raccolto quel determinato oggetto e lo ha collocato in relazione ad altri oggetti e di cui, oggi, si può ancora raccontare l'esistente. Lo storico antiquario è colui “che conserva e adora”, la cui anima “si trasferisce in queste cose e si prepara là un nido familiare”, scriveva Nietzsche.

Luigi Presicce

Museo d'inverno, Siena

fino al 17 marzo 2018

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