Le voci di Beirut al MAXXI di Roma

Antonello Tolve

All’indomani dei fatti che hanno posto sul filo del terrore, della rabbia e dell’umiliazione la popolazione libica (sono questi i tre stati d’animo indicati da Pierre Haski sul settimanale francese «L’Obs»), una grande esposizione al MAXXI di Roma racconta, fino al 20 maggio, la storia di una città traumatizzata dalle guerre e dilaniata dagli intrighi politici che il postcolonialismo ha prodotto e continua a produrre.

Dopo le vicende legate alla guerra civile libanese terminata nel 1990, dopo la recente “notte dei lunghi coltelli” organizzata da Mohammed bin Salman (figlio del re Salman, conosciuto internazionalmente con l’acronimo MbS) che ha costretto alle dimissioni il primo ministro libanese Saad Hariri (figlio di Rafic Hariri, ucciso nel 2005), e dopo una serie di situazioni che hanno fatto e fanno nuovamente tremare gli equilibri precari di una popolazione che vuole tornare alla normalità (recenti sono la tensione con Israele e la minaccia iraniana su suol libanese), che vuole vivere i frutti del proprio presente e che vuole aprirsi con tutte le sue forze al dialogo internazionale e alla cultura globale, Roma punta l’indice su Beirut per raccontarla mediante le sue voci, i suoi artisti, le sue leve creative.

Home Beirut Sounding the Neighbors è, infatti una delle mostre che, nell’ambito delle Interactions across the Mediterranean, il MAXXI dedica alle grandi città del Medio Oriente – tra il 2014 e il 2015 il focus è stato sull’Iran, nel biennio 2015-2016 su Istanbul e forse il prossimo potrebbe essere su Dubai – per creare un rapporto di vicinanza con l’Europa e far conoscere a una comunità dell’arte un’altra comunità che lavora, che costruisce, e a volte anche con grande fatica, il proprio futuro.

A primo acchito questa nuova mostra sembra un po’ caotica, confusionaria, disordinata, ma è mera apparenza perché Home Beirut, con oltre 100 lavori di ben 36 artisti, vuole disegnare un itinerario fatto di viuzze tra cui perdersi, di cul-de-sac, di ambienti e scenari tesi a restituire il tessuto di una città la cui trasformazione urbana è, lo suggerisce Hou Hanru, curatore della mostra assieme a Giulia Ferracci, come un «infinito groviglio tra il passato della guerra civile» e la rinascita metropolitana, tra «il caos e le oscillazioni geopolitiche […]».

Con una impaginazione «che fa “navigare” i visitatori nella complessità della città», la mostra è quadriarticolata, divisa appunto in quattro sezioni ognuna delle quali concepita «come una “casa” dedicata a un aspetto della sua caleidoscopica realtà artistica»: memoria (Home for Memory), accoglienza (Home for Everyone?), mappa del territorio (Home for Remapping), gioia (Home for Joy).

Here and There, Rome Edition di Roy Dib (Tripoli, 1983) è, in mostra, una installazione formata da sette rotoli di stoffa che scendono come panneggi – l’installazione è legata a una performance e «si ispira ai cittadini di Aleppo che, per proteggersi dai cecchini, si nascondevano dietro le tende degli edifici» – sui quali sono spillati dei messaggi di pace e delle frasi: Io sono quella che ha acceso il fuoco nel proprio corpo perché la propria carne si fonda con gli occhi, le orecchie e la bocca, per non poter vedere o sentire o parlare di quello che ha visto o sentito e Io sono quella che si ha inciso sul proprio corpo il ricordo di tutte le vostre guerre, tristezze e morti, che ha camminato nuda per vostre strade, piangendo in silenzio, senza lamentarsi, senza urlare, ne sono due.

In mostra, a onor del vero, non tutto è entusiasmante e alcuni lavori si presentano abbastanza didascalici o ridondanti, ma vale la pena andarci e calpestare Beirut Caoutchouc (2004-2006), la grande mappa in gomma della città di Marwan Rechmaoui, o inciampare sulla meravigliosa videoinstallazione su tre schermi After the River (2016) di Lamia Joreige dedicata al fiume che attraversa Beirut. Qui venti minuti passano velocemente e lo spettatore ha modo di capire le esigenze, le urgenze, le metamorfosi di una città e dei suoi abitanti. Scorrono immagini di un territorio cementificato, dove la gentrificazione ha deturpato e cancellato il corso d’acqua rendendolo insano. Prima il fiume era fonte di ricchezza, lingua d’acqua attorno alla quale si stringeva la vita. Oggi è un fiume di rifiuti, uno dei disastri ecologici più chiassosi (è nato, tra l’altro, un movimento ambientalista chiamato Tala’at Rihatkum, voi puzzate), una emorragia di pericoli che non trova ancora alternative di smaltimento.

Home Beirut Sounding the Neighbors

Maxxi, Roma

fino al 20 maggio 2018

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