Guerra di genere. Una proposta modesta

Paolo Fabbri

1.

Finiremo mai di segnalare gli eventi e i misfatti del Sessantotto? Come tutti i fatti sociali totali, quel periodo inesauribile eccede la memoria cioè la contraddizione tra la sopravvivenza e il nulla. Chi ricorda la prima messa in italiano dopo due millenni di latinorum e la distruzione della statua del padrone illuminato Marzotto ad opera di scioperanti iconoclasti? E l’esplosione nel Pacifico della prima bomba francese all’idrogeno? Più gravido di conseguenze sarebbe scordarsi della scoperta del clitoride. Non che non fosse già noto: come zona erogena la descrizione più esaustiva è dovuta ad un anatomista teutonico della metà 800, Georg Ludwig Kobelt. È nel Sessantotto però che il pamphlet antifreudiano di Anne Koedt, The Myth of the Vaginal Orgasm divenne “virale” nel virulento movimento femminista. Che le donne raggiungessero più orgasmi col vibratore che con utensili naturali, rivelatisi meno adeguati, rese l’amor di sé un atto politico e un indicatore “rigido” -come s’esprimono i filosofi del linguaggio - verso l’emancipazione. (L’industria fiorente dei sex-toys incassò gli abituali vantaggi che il capitalismo trae dalle contestazioni creative).

Il termine “clitoride” conteneva un’inerente ambiguità di genere grammaticale. Neutro in inglese, in italiano si presentò dapprima con morfologia femminile – la clitoride, per diventare poi maschile - il clitoride. Una transizione curiosa che continua a

agitare i generi, quelli naturali e quelli linguistici, fino all’attuale guerra dei sessi: maschi (alquanto) predatori contro femmine (piuttosto) vittime; patriarchi attuali e matriarche possibili – una volta che alla fecondazione si sostituirà il clonaggio (1).

Ad onta dell’affermazione di F. de Saussure sull’arbitrarietà del linguaggio, non smettiamo mai – con buona pace degli ontalgici – di rimotivarlo realisticamente. Quando i modi della parola sono omologati alle maniere dell’interazione, la sintassi diventa il teatro fazioso e perentorio d’una violenza linguistica di genere. In Francia si dibatte furiosamente sulla scrittura detta inclusiva che vorrebbe aggiungere ad ogni desinenza maschile il corrispettivo femminile. Anche in USA, dove i nomi sono neutri, si esigeva che almeno i pronomi (she/he/his/her) fossero simultaneamente espressi. L’esigenza di pari opportunità grammaticale cozza persino con gli accordi sintattici: non si dovrebbe permettere all’aggettivo che segue due termini di cui il primo è maschile e il secondo femminile d’accordarsi con il maschile e non con il femminile che lo precede immediatamente, D’accordo, ma questa lizza tra prede e predatori, linguistici coi suoi rumorosi effetti di realtà, non finirà qui: la lingua è vasta, stratificata e diversamente mutevole: si può guerreggiare in fonologia, sintassi, semantica, enunciazione, retorica e discorsi. Fino a scendere nel campo chiuso delle categorie semantiche fondamentali. La legge californiana, “Change your Gender Bill” prescrive che la differenza di genere, assegnata alla nascita in base ai tratti somatici -i genitali - diventi una grandezza personale: l’identità di genere che incorpora segni, linguaggio e norme. Dalla “descrizione fisica del reale” alla “descrizione del sentirsi e dell’auto-identificazione”. Ne consegue che tutti coloro che non si identificano alla dicotomia biologica maschile/femminile troveranno l’etichetta Non Binario sui certificati di nascita e altri testi ufficiali. Una categoria logicamente privativa – quindi liberatoria e illimitata, dove stanno pigiati “gender queer, gender fluid, Two Spirit, bigender, trigender, transgender, gender non conforming e gender variant” e quant’altri ibridi e fusion. Un’etichetta che presuppone comunque un rapporto manicheo tra i sessi e il loro pudico significante, il genere.

2.

Spero non sembri anarchica l’opinione che lo stato non sarebbe tenuto ad interessarsi dei genitali dei cittadini, ma la lingua italiana e la cultura di cui è parte avrà altri gatti o/e gatte linguistiche da pelare. Intanto per i lessicologi “stabilire se un nome è maschile o femminile non è sempre facile” (Sensini). Sia per gli animati che per gli inanimati, a cui imponiamo sovente un genere purchessia. Chiamare in soccorso i neorealisti, noti per la dotta ignoranza sulle impervie delizie linguistiche, non caverà un ragno dal buco. Rinfreschiamo quindi le conoscenze elementari. Sono maggioranza i nomi di animali che hanno un solo genere, femminile o maschile (il ragno e la foca, il giaguaro e la balena) e gli oggetti che hanno generi difficili da motivare (la penna e il foglio, lo specchio e la faccia, ecc). Parliamo con nomi che cambiano di significato mutando il genere (il boa/la boa; il pianto/la pianta; la panna/ il panno, ecc.); con i nomi sovrabbondanti, a doppia uscita, che dal singolare maschile diventano femminili al plurale (dita, calcagna, ciglia, braccia, ginocchia, cervella, ecc.). Per non ri-parlare dei generi comuni o promiscui, elegantemente detti epiceni (insegnante, giudice, giornalista). Tralasciamo i pronomi e i nomi propri alcuni dei quali sopportano le variazioni di genere, (Paolo e Paola, Francesca e Francesco) ed altri no (Anna non dà Anno, Chiara non dà Chiaro, come Salvatore non dà Salvatora). Soprattutto non chiediamoci perché in italiano gli alberi sono prevalentemente maschili e la frutta femminile (ma sono maschili i frutti esotici!). Maschili sono i vini, i monti, laghi, fiumi , gli anni, i mesi e giorni, e persino le preghiere (Angelus, Credo, ecc,). Femminili invece le città, le isole, i continenti, le vocali, le nozioni astratte e i termini militari (staffetta, recluta ,sentinella, vedetta, ecc –non mi capacito ancora che la “piccola vedetta lombarda” del libro Cuore non fosse una bambina!). A chi dare la babelica responsabilità del subbuglio linguistico (Fabbri) complicato dalle intricate desinenze – spavento degli stranieri italofoni? Oltre all’evoluzione socioculturale (l’automobile già maschile diventò femminile) e all’interferenza tra categorie interne alla lingua – per es. il genere si ibrida spesso col numero, a maggior disagio dei generi plurali?

Il maggior indiziato è il Neutro, già presente in greco e in latino ed ora nelle lingue germaniche e slave. Nell’italiano, come nelle altre lingue romanze, è scomparso -salvo qualche reliquia- e si è riciclato in massa nel maschile; un genere tutto-dire che è diventato estensivo rispetto al femminile, il quale è intensivo, ma scontento di esserlo. Con qualche ragione: nella più usurata metafora italiana “la donna è un fiore” il termine di paragone /il fiore/ è maschile a differenza del più galante francese e dello spagnolo. Lingue che ogni traduttore conosce come zeppe di falsi amici di genere: in spagnolo gli occhiali e il computer sono femminili e le maniere maschili. Mentre per il francese epigramma, epiteto, epitaffio, equivoco sono tutti femminili. Di qui la difficoltà di tradurre le lingue come l’inglese. Il fiotto dei prestiti che ci giungono da questa lingua franca sono imbarazzanti da collocare nella gabbia dei generi: va bene infatti il femminile per la show girl (ragazza); la full immersion (immersione) o la new age (età), ma il cheese cake (torta), il chewing gum (gomma) e il/la mail (lettera)? E decidendo di abbandonare la dicitura patriarcale “Diritti dell’Uomo” - scritto con la maiuscola - per “diritti della persona” (person è neutro in inglese) si è deliberato in coscienza di sostituire un maschile –l’uomo- con il femminile – la persona?

Insomma la lingua è un sistema che fa da sé, ma si può provare a sottrarle quote di vessatorio sessismo– in italiano i diminutivi sono spesso femminili e in spagnolo i genitori sono los padres! - senza però adeguare tutti i significati alla morfologia dell’inglese.

3.

E soprattutto non fermiamoci qui. Avanziamo, senza principio di grammaticale precauzione, una modesta proposta. Abbandonare la categoria (mal) vincolante del genere maschile/femminile e dare spazio al Neutro. Un termine che è il calco latino del greco udéteron, 'né l'uno né l'altro'. Perché no!? Non vivono fuori dalla prigione binaria del genere il cinese e il turco, il giapponese e il persiano, l’armeno e l’ungherese, e via classificando? Eppure i locutori di queste lingue possono conversare amabilmente. E poiché siamo alla mozione utopica degli effetti, rammentiamo un patetico appello al Neutro: “il grande tema ritrovato” con cui Roland Barthes voleva movimentare il più vessatorio dei luoghi comuni, l’opposizione virile/non virile. Per il sagace semiologo, il Neutro era l’assenza di simbolizzazioni prefissate, “l’oscillazione amorale d’un fremito di senso”. Qualcosa di più della dilettosa insignificanza, del libero gioco di espansioni infinite (“testi gongoriani e sessualità felice”). L’utopico Neutro non sarebbe più il terzo termine di un’antinomia maschile /femminile, ma il secondo termine d’un nuovo paradigma dove il Neutro si oppone alla Violenza teatralizzata – esibizione, prevaricazione, intimidazione, vittimismo - di ogni genere.

Come sarebbe questo italiano neutro? Chiediamolo alla “scrittura bianca” (sempre Barthes!) della letteratura. Il resto è gossip.

Nota 1. Mentre è socialmente e culturalmente fondata la norma di Femminicidio, postulare una natura predatoria dell’uomo potrebbe configurare qualunque omicidio commesso da una donna come un esercizio di legittima difesa.

Biblio

R. Barthes, Barthes di R. Barthes, Einaudi, Torino, 2007

P. Fabbri, Elogio di Babele, Meltemi, Roma, 2003

M. Sensini, La grammatica della lingua italiana, Mondadori, Milano, 2010.

7 risposte a “Guerra di genere. Una proposta modesta”

  1. Il giardiniere di Calvino, di nome Libereso, grande esperto di avocados mi scrisse che l’avocado è una pera e che avrei dovuto dire “un’ avocado”, “che bella avocado”.
    🙂

    1. cara Niva mi hanno fatto notare che anche IL NeutrO è maschile
      — ma che NeutralitA’ è femminile. Anche il Genere purtroppo è maschile – mentre almeno il Generale ammette la Generalessa!
      E se abolissimo le vocali finali? Tanto per cominciare.
      Siamo in un periodo di promesse elettorali e questa mi pare più seria di altre. E non aggrava il debito pubblico.

  2. Bellissimo articolo di Paolo Fabbri, simpaticamente provocatorio.
    Da ragazza spesso con indignazione mi chiedevo perché quando si parlava di un insieme di persone di genere diverso, si usasse sempre il maschile, così come mi chiedevo, laddove esisteva il corrispondente femminile di un sostantivo maschile che connotava il ruolo della persona nella società, perché si usasse il sostantivo al maschile. Non avendo alle spalle studi di linguistica e semiotica, né di glottologia, pensavo che fosse il risultato della nostra storia: non dimentichiamo che l’Italia, culla della cultura, riconobbe la donna come persona, ahimè solo di recente. Eppure in altre lingue, cito il tedesco che conosco un po’, molti sostantivi del tipo succitato si usano anche al femminile, e vi sono sostantivi collettivi (Geschwister per indicare fratello e sorella). Di recente mi sono accorta che il femminile non viene usato perché conserva una valenza inferiore rispetto al maschile. Nele Università, quando una docente diviene Preside, non si firma La Preside, ma sempre Il Preside, così come la docente che dirige un Dipartimento si titola il Direttore e non la Direttrice: questione di cultura?

  3. GUERRA DI GENERE. .. E CONVERSAZIONE INFINITA. Una modesta considerazione….

    Se non ricordiamo più “(…) la prima messa in italiano dopo due millenni di *latinorum* e la distruzione della statua del padrone illuminato Marzotto ad opera di scioperanti iconoclasti(…)” e non sappiamo più e nemmeno distinguere tra chi grida “forza Italia” e chi grida «”forza Italia”», come è possibile venir fuori dalla “fattoria degli animali” e accedere allo Spazio *neutro* e alla Terra *neutra*?! *

    Abbiamo dimenticato della connivenza tra *grammatica* e *metafisica* e che , rispetto alla *lingua*, la coscienza «arriva dopo, zoppicando»; che “non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza”?!

    “Come sarebbe questo italiano neutro?”. Per andare oltre *Scilla* e *Cariddi*, forse, non potremmo e dovremmo chiedere ancora (e di nuovo) consulenza al mondo greco e alla società greca, quello e quella di Omero, Ulisse e Penelope?! O vogliamo continuare ancora (e sempre?) il vecchio *gioco* dell’ «io parlo, io mento» e dell’«io mento, io parlo»?!

    Federico La Sala

    * Sul tema, mi sia lecito, si cfr. “Paolo Fabbri, la conversazione infinita” di Maria Pia Pozzato:
    https://www.alfabeta2.it/2017/09/21/paolo-fabbri-la-conversazione-infinita/#comment-630087

    1. Torniamo alla società greca e vediamo come ci si stava.
      Atene era il posto più confortevole – c’era di peggio. Qui la donna libera – una minoranza rispetto alle straniere e le schiave – è per tutta la vita una minorenne, non ha diritti giuridici né politici. E’ sempre sotto κύριος, tuteur : prima il padre, poi il marito e anche il figlio o altro parente se è vedova. Il tutore l’accompagna ad ogni atto giuridico, parla pour lei e difende i suoi (di chi?) interessi. Il giudice non si rivolge neppure alla donna , ma solo attraverso il suo rappresentante. Una donna che dicesse il proprio nome o venisse indicata direttamente con la sua identità era indegna o delinquente.
      Torniamo all’antico, sarà del nuovo?

  4. “TORNIAMO ALL’ANTICO, SARÀ DEL NUOVO?” – SUL FILO DI OMERO, ULISSE E PENELOPE, diamo “ali al folle volo”, apriamo gli occhi, e ammiriamo “DELLA TERRA, IL BRILLANTE COLORE”. Note:

    SUL FILO DI OMERO, ULISSE E PENELOPE, (mi sia consentito), “TORNIAMO ALL’ANTICO, SARÀ DEL NUOVO?” … DELLA TERRA, IL BRILLANTE COLORE. Note:

    MICHELANGELO E LA SISTINA (1512-2012). I PROFETI INSIEME ALLE SIBILLE PER LA CHIESA UN GROSSO PROBLEMA ….
    DOPO 500 ANNI, PER IL CARDINALE RAVASI LA PRESENZA DELLE SIBILLE NELLA SISTINA E’ ANCORA L’ELEMENTO PIU’ CURIOSO http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5548

    DAL “CHE COSA” AL “CHI”: NUOVA ERMENEUTICA E NUOVO PRINCIPIO DI “CARITÀ”! .. http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5728

    CREATIVITÀ: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETÀ DELL’UOMO A “UNA” DIMENSIONE. Una sollecitazione a svegliarsi dal sonno dogmatico…. http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=4977

    Federico La Sala

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