Gregotti, il conquistatore inesausto

Lucia Tozzi

Niente è semplice nell’universo gregottiano, ed è una grande fortuna. Certo, leggere il suo libro-manifesto del 1966, Il territorio dell’architettura, da cui trae il nome la mostra al PAC, richiede un esercizio di pazienza notevole, anche se ripagato da quella forma masochistica di piacere che accompagna la decodifica dei codici più oscuri. Ma in un momento come questo, in cui i grandi architetti parlano dei propri progetti e delle trasformazioni della città con un linguaggio da pubblicitari, traducendo gli interessi immobiliari in slogan buonisti a uso dei politici, la complessità e l’articolazione dei ragionamenti è vitale.

Gregotti non ha mai presentato la Bicocca di Milano o l’Università della Calabria come un villaggio del Mulino Bianco, né, come può constatare chi si aggira al PAC tra i 125 progetti in mostra, si è mai sognato nei modelli, nei disegni o nelle fotografie di mascherare l’imponenza dei volumi che stava progettando, soprattutto in relazione con il paesaggio urbano o naturale circostante.

Il fondamento del suo pensiero progettuale è proprio la risignificazione dell’intero ambiente fisico attraverso l’architettura: il paesaggio è cioè materia del progetto quanto la struttura che entra a farne parte, e il lavoro dell’architetto è modificare lo spazio attraverso un nuovo ordine dato a questi materiali nel loro complesso. Era, ed è tuttora, un’idea opposta naturalmente a quel genere di intervento che piazza oggetti a caso sul territorio, scatoloni prefabbricati o iconici pezzi d’arte o villette in stile. Ma ancora più distante dall’idea mimetica, organica dell’architettura che pure ha avuto grande diffusione e molte declinazioni negli ultimi decenni. L’oggetto più frequente delle polemiche di Gregotti è quell’architettura che ha rinunciato alla cultura critica, che si pone come “estetica della constatazione”, pensando il progetto come «rispecchiamento dello stato delle cose, compreso il folclore della povertà o l’eco-sostenibilità trasformata in ego-sostenibilità promozionale alla moda». In Architettura e postmetropoli (Einaudi, 2011) Gregotti rivendica il ruolo propositivo dell’architetto, contro il There Is No Alternative, la resa al realismo degli interessi economici: «Probabilmente noi architetti siamo stati sempre l’ultimo anello di una catena di decisioni altre ma le forme dell’architettura sono state, nella storia della modernità, capaci di dire la propria verità. Essa sembra oggi invece fare parte integrante del sistema di comunicazioni di massa, mezzo di controllo del potere anche sulle arti».

Questa ultima frase è importante, perché mette in chiaro che, nonostante le frecciate indirette ad architetti potentissimi come Renzo Piano o Rem Koolhaas (il primo per la melassa politically correct e il secondo per le teorie market-oriented del junk space e della città generica), la sua non è un’invettiva contro il potere, ma contro l’impotenza, la rinuncia a progettare in senso proprio che gli architetti stanno siglando in cambio del potere mediatico.

Quello che la mostra a cura di Guido Morpurgo rende evidente anche al visitatore più ignaro è che Gregotti di potere ne ha avuto tantissimo, senza apparentemente dovere rinunciare a nulla: il regesto di ben 1200 opere, stampato su una parete più lunga del catalogo di Leporello, è solo una delle manifestazioni dell’agency di cui ha potuto godere. Scorrendo la lista di tutte le persone con cui Vittorio Gregotti ha lavorato, prima nello studio Architetti Associati, fondato con Giotto Stoppino e Lodo Meneghetti nel 1953, poi in Gregotti Associati, e dall’81 Gregotti Associati International, si ritrova il gotha dell’architettura italiana: dai soci Cerri, Nicolin e Viganò, e poi Cagnardi e Reginaldi, a, in mezzo ai più di cinquecento ragazzi di studio passati da lì, Italo Rota, Cino Zucchi, Mirko Zardini, Manolo De Giorgi e moltissimi altri.

In parallelo a questa muscolare esibizione sullo studio campeggiano le vetrine con una scelta di saggi e le riviste cui ha collaborato e che ha diretto nell’arco di mezzo secolo: dalla metà degli anni 50 è stato caporedattore di Casabella-Continuità, allora diretta da Ernesto Nathan Rogers e impaginata da Gae Aulenti; dal 1963 al 1965 direttore di Edilizia Moderna e responsabile del settore architettura della rivista Il Verri; dal 1979 al 1998 è stato direttore di Rassegnae e dal 1982 al 1996 direttore di Casabella.

Aggiungiamo che è stato anche professore universitario, che ha fatto parte del glorioso Gruppo 63 insieme a Eco e Balestrini e che tuttora scrive sui giornali, e diventa chiaro che viviamo tuttora in un mondo molto più gregottiano di quanto non si pensi. La sua influenza continua a essere presente attraverso le migliaia di persone che lo hanno conosciuto e amato, o che lui ha supportato. Associamo il suo nome allo ZEN di Palermo e alla Bicocca di Milano, ma ha costruito stadi (Genova, Barcellona, Agadir), sedi universitarie (Palermo, Firenze, Arcavacata), magazzini della Rinascente (Torino e Palermo), case per ricchi (soprattutto a Novara, sua città natale) e per poveri, pezzi di città nuova (Shanghai e altre parti della cina), spazi pubblici, centri culturali (Belém), teatri, ha stilato piani regolatori (Torino), allestito mostre (sopra a tutte il caleidoscopico ingresso della XIII triennale del 1964), creato grafiche per l’editoria e per le aziende.

Insomma, Gregotti rientra nella categoria degli architetti Tamerlano: quella dei conquistatori inesausti, che non hanno nessuna remora a manifestare la violenza delle proprie azioni. Il modello degli otto ponti abitati che intersecano il vallone di Cefalù (progetto del 1976) non ha niente da invidiare a un’opera di maschia Land Art alla Michael Heizer, e attraversare la Bicocca, il Centro Cultural de Belém o l’archetipica Università della Calabria non può non richiamare alla mente la bigness di Koolhaas, con tutti i distinguo del caso.

Ancora una volta, è illuminante tornare all’incipit de Il territorio dell’architettura (libro) per cogliere i fondamenti di questa vis progettuale: «Non credo si possa parlare di progetto senza parlare di desiderio. Il progetto è il modo con cui tentiamo di mettere in atto la soddisfazione di un nostro desiderio. Esiste tuttavia implicito, nella parola progetto, un senso di distanza tra il desiderio e la sua soddisfazione, il senso di un tempo riempito dallo sforzo di organizzare una serie di fenomeni ad uno scopo, in un momento preciso della processualità storica. Tale scopo deve realizzarsi come punto concreto, che diviene presenza e significato, per passare poi ad essere materia da risignificare per la soddisfazione di un nuovo desiderio». Ecco perché, per Gregotti, lo svuotamento di senso imposto dalla dittatura mediatica al progetto è inaccettabile. Se il punto d’arrivo del processo progettuale è una scatola vuota (in senso letterale e figurato, come un edificio bolso e come un atto creativo scadente, acritico), si inceppa la catena del desiderio. L’assenza di significato è un baratro che ostacola l’espansione, che fa girare a vuoto, che trasforma l’architetto in un criceto nella ruota.

Il territorio dell’architettura. Gregotti e Associati 1953-2017 - 20 dicembre/11 febbraio, Pac Milano

Una risposta a “Gregotti, il conquistatore inesausto”

  1. Ho letto con attenzione, e apprezzo una recensione così seria alla mostra, accompagnata dalla evidente conoscenza dell’attività critico-saggistico-letteraria di Vittorio Gregotti.
    Non posso che essere d’accordo con le considerazioni, peccato che l’Italia (parliamo solo del ns Paese, anche non è proprio la ‘dimensione’ di Gregotti) e i suoi amministratori stiano andando in senso opposto, ora adulando le star, ora promulgando leggi che neintificano il curriculum o le capacità dei progettisti, valutando solo preventivi ed esagerando con i concorsi d’appalto. Più niente per i giovani architetti (ma guardate un po’ cosa si fa in Francia, per esempio), tutto per i grossi studi anche se fanno delle porcherie, e per le imprese che offrono impensabili ribassi,
    una bassa qualità ch eforse ci meritiamo,
    Annalisa Avon

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