L’ora più buia. Oldman, il più churchilliano dei Churchill

Roberto Silvestri

L'ora più buia è un’interessante lezione di storia. Ma non solo sullo “spirito di Dunkirk”, parte seconda. Dopo quello esterno, militare, di Christopher Nolan – terra, mare, cielo – qui si evoca certamente quello interno, lo spirito politico. La polifonia, non solo di Palazzo, tra Winston Churchill, l'opposizione laburista di Attlee, Turing che smantella il codice Enigma, i piloti che sconfiggono per la prima volta in cielo la Luftwaffe e i cittadini britannici, armati o meno di yacht...

Successe qualcosa di inaspettato e promiscuo, in quello strano frangente. Si evocherà perfino, nel film, un dialogo virtuale, e del tutto immaginario, tra il neo primo ministro e un giovane C.L.R. James, che declamano, in duetto nella metro, versi libertari di Shakespeare. Un salto d'epoca – l'antifascismo è contaminazione e mescolamento di culture non rigidità sovranista – equivalente, in tempi di pace, alla futura nascita del rock, alla Swinging London, ai Sex Pistols. E non siamo forse oggi, tra Brexit e Trump, in un'ora buia che ha bisogno di qualcuno (Corbyn?) capace di dire: preferirei di no? E non è forse il regista del film, Joe Wright, imparentato, per via della moglie, con Ravi Shankar?

Il film allude infatti con forza obliqua ad alcuni nodi dimenticati della storia politica e anche coloniale britannica, e del suo immaginario profondo (perfino contemporaneo), per esempio alla battaglia nodale di Hastings del 1066, quando i Normanni e Guglielmo invasero e sottomisero i sassoni, quasi si stesse alludendo a quell'altro Winston S. Churchill, quello del XVII secolo, e alla sua celebre frase: “In fondo Guglielmo non ha conquistato l'Inghilterra, ma l'Inghilterra ha conquistato Guglielmo”. Le pagine di Foucault su Hobbes e il Leviatano (Bisogna difendere la società, Feltrinelli) sembrano già la recensione di L'ora più buia e della grandezza politica di Churchill: “Chi vuole evitare la guerra vi riuscirà solo a una condizione: di mostrare di essere pronto a fare la guerra e di non essere disposto a rinunciare alla guerra. E come riuscirà a mostrarlo? Agendo in modo tale che l'altro venga colto dal dubbio intorno alla propria forza”.

Leggendo invece i movimenti del precedente governo Chamberlain a partire dalla guerra di Spagna, cioè annessione hitleriana dell'Austria e della Cecoslovacchia, patto di Monaco e alleanza tra Italia e Germania, invasione della Polonia, Belgio, Olanda e Francia, più campagna scandinava, si arriva a quel 24 maggio 1940 che vede le truppe tedesche a Dunkirk improvvisamente arrestarsi. Parigi cadrà, ma l'armistizio con Londra, evidentemente nei piani di Hitler, non ci sarà. “Come fai a patteggiare se la tua testa è già nella bocca della tigre?” urlerà Churchill al suo nemico di partito, visconte Halifax azzittito poi dal celebre: “Finiscila di interrompermi quando sono io a interromperti!”.

Il soggetto del film è solo apparentemente, insomma, la cronaca dei primi giorni cruciali, nella seconda metà di maggio del 1940, dell'appena nominato primo ministro, il conservatore Churchill, ostaggio dell'ala destra e reazionaria del partito, ma già incarnazione agguerrita dello “spirito dei tempi”. L'interesse non è solo lì. Non è nel Churchill privato, un caratteraccio, ma riplasmato ad hoc da una moglie intelligente che lo sa smussare e ottimizzare (Clemmie è una spettrale Kristin Scott Thomas); da Elizabeth Layton, la dattilografa cockney che istigherà, lui della Casta, a mescolarsi al popolo (sassone?) per trovare coraggio (in realtà sarà sua segretaria solo dal maggio del 1941); dal whisky di prima mattina e dalla bottiglia intera di champagne a

colazione. E non è neppure in quello pubblico, alla radio, dal re, alla Camera dei Comuni, nel bunker del “gabinetto di guerra” quando deve rintuzzare, come fosse Lincoln contro i democratici e Stevens, e si ispira a Cicerone, le manovre capitolarde di chi, per anticomunismo drastico, si affiderebbe anche a quel diavolo di Hitler pur di salvaguardare la libertà del mercato. Fino all'intervento risolutivo, per la guerra, che farà esplodere mezza Camera dei Comuni e che costringerà il visconte sconfitto Halifax ad ammettere: “Ha mobilitato la lingua inglese e l'ha mandata in battaglia!”

Il merito di questo Churchill maturo completamente opposto a quello di Brian Cox, Michel Gambon, John Lithgow, Timothy Spall, Brendan Gleeson, Rod Taylor, David Ryall… e di quelli classici di Finney e Burton, è tutto della performance acustico-gestuale mozzafiato di un Gary Oldman, gigantesco quando esce ed entra nel suo personaggio e tratta l'icona nazionale britannica col sigaro in bocca (e le ombre dark che minacciano chi è alle prese con le sorti dell'umanità e deve prendere la decisione giusta) con la stessa ruvida leggerezza di Sid Vicious che incrocia, storpia, accarezza e regala nuova luce alla melodia standard di My Way. “Quando dice nazi sembra dire jazzy” ha scritto Graham Fuller su Sight and Sound. Oldman non ci sta all'agiografia. Non è interessato a calcare sul lato dark di Churchill, quello che bombardò con il gas l'Iraq o che mandò a morire 25 mila soldati a Gallipoli nella prima guerra mondiale come ministro della guerra (“colpa dei generali che annullarono l'effetto sorpresa”) e che qui sacrifica 4000 soldati a Calais per salvarne 330 mila a Dunkirk. Ma il suo umorismo è sempre molto nero.

Quello che riesce a fare Oldman è visualizzare un corpo in metamorfosi. L’aristocratico cui fa ribrezzo mescolarsi ai plebei, figuriamoci entrare in una metropolitana puzzolente, entra in una mutazione in stile Mister Hyde. Come se il laboratorio della storia fosse quello del dottor Jeckyll e il risultato una mescolanza interrazziale tra altolocati normanni, il cui inglese è inaccessibile e i proletari sassoni il cui inglese è per gli altri incomprensibile. La prova? La felicità con la quale scopre, nella scena più intensa del film, che il suo V di vittoria, con le due dita aperte, fotografato da un giornale, e primo segnale di riscossa patriottica, significa, per la metà lavoratrice britannica “Up your bum!”. Ficcatevelo nel culo. Un messaggio arrivato dritto dritto a Berlino, più shockante per Hitler di un missile a lunga gittata. L'Inghilterra unita mai sarà vinta.

I film storici, si sa, fanno storia non sul passato che descrivono ma sul presente che circonda e spesso ammorba il set e su ancor più vecchie antiche cose dimenticate. Brexit. Trump. Il ritorno dell'opzione nucleare, che credevamo morta e sepolta. Però qualcosa non funziona. L'ora più buia è quella di un paese sull'orlo del baratro e dell'invasione, con il re pronto a fuggire in qualche parte dell'Impero, e che invece sta per attuare una miracolosa rivincita. Di una disfatta militare sul fronte francobelga, con l'esodo inaspettatamente riuscito, che galvanizzerà le truppe di terra pronte al contrattacco.

Ma non basta per comprendere bene le dinamiche politiche del momento solamente lo scontro interno al partito conservatore, tra chi, come l'ex premier appena defenestrato Neville Chamberlain e il suo alleato, Halifax, che sono per intavolare al più presto trattative di pace con Hitler, accettando la mediazione scenografica di Mussolini e il buon senso del sovrano, e chi, come Churchill agisce come se la guerra ai nazifascisti sia inevitabile e riuscirà a strappare l'approvazione del monarca, spintonato fisicamente, nella scena della metropolitana (pura licenza poetica), da un popolo trans-nazionale infuriato. Anche se il regista Joe Wright (Anna Karenina) e lo sceneggiatore Anthony McCarten (La teoria del tutto) vorrebbero farci credere proprio il contrario, aprendo il film con il famoso discorso battagliero del leader dell'opposizione, il laburista Attlee, che apre la crisi e abbatte Chamberlain. Strano che poi Attlee venga definito da Churchill “una pecora dal coraggio di pecora”, che Attlee non intervenga mai a suo favore durante le drammatiche discussioni nel “gabinetto di guerra” ma che invece, in occasione del discorso infiammato di Churchill alla Camera dei Comuni siano proprio i banchi laburisti a applaudire e a rumoreggiare in suo favore, asfaltando definitivamente l’estrema destra. Strano infine, ma il film non lo dice, che dopo la guerra vittoriosa e nonostante lo spirito di Dunkirk, Churchill nel 1945 perderà le elezioni. E il primo ministro sarà per la prima volta Attlee. E il famoso “spirito del 45”, cioè le riforme dello stato sociale, sarà l'argomento di un magnifico documentario di Ken Loach. Contro il quale sembra che la destra stia cavalcando “lo spirito di Dunkirk”.

Una risposta a “L’ora più buia. Oldman, il più churchilliano dei Churchill”

  1. Probabilmente Silvestri ha lasciato in fretta il cinematografo, perché in chiusura una didascalia ricorda che Churchill perse le elezioni del 1945, vinte dai laburisti.

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