Alfadisco #4 – febbraio 2018

Paolo Carradori

 

CURRAN-SCHIAFFINI-C. NETO-ARMAROLI

from THE ALVIN CURRAN FAKEBOOK -The Biella Session” (Dodicilune-2cd set)

Nel Fakebook di Alvin Curran potremo riconoscere la tela di Penelope, ciclicamente fatta e disfatta. Ma il compositore americano non solo rivede, rielabora i propri materiali, è anche Ulisse quando ricerca approdi nuovi e rischiosi. Il suo lungo viaggio è spiazzante, non da punti di riferimento. Dalle esperienze degli anni Sessanta di Musica Elettronica Viva è un susseguirsi di visioni, suoni, azioni e relazioni con teatro, danza, poesia. Linguaggi mischiati, confini infranti, (in)coerenze, provocazioni, happening. Nei due cd c’è questo e molto di più. C’è la lontananza dall’accademia, dal compositore ispirato, la rivendicazione di una costante irrinunciabile ricerca, laboratorio giornaliero dove elettronica, improvvisazione, free jazz, minimalismi, popolare ed etnico convivono, trasfigurando in uno scenario contemporaneo coeso e vitale. In The Biella Session Curran è affiancato da musicisti che gli garantiscono condivisioni e libertà. Le ance asfissianti, tra etnico e free, di Neto al quale si contrappone il trombone zigzagante, ironico e meditativo di Schiaffini mentre le percussioni di Armaroli disegnano uno sfondo vibrante e sognante.

Alvin Curran piano, shofar, computer - Giancarlo Schiaffini trombone – Alipio Carvalho Neto saxophones, brasilian wistles, percussion – Sergio Armaroli vibraphone, talking drum, tam tam, percussion – Marcello Testa double bass (2,3 cd1/4 cd2) – Nicola Stranieri drums (2,3 cd1/4cd2)

 

TIZIANO TONONI & DANIELE CAVALLANTI NEXUS (Rudi Records)

EXPERIENCE NEXUS!”

Si rischia con i Nexus di sottolineare più la longevità della formazione che i valori musicali. Ma se da trentasette anni la creatura di Cavallanti e Tononi, attraverso ensemble variabili, ha qualcosa da raccontarci significa che dietro c’è un’idea forte, un’identità definita. La strada dei Nexus è impregnata dalla rabbiosa fisicità di Mingus, dalle visioni utopiche di Sun Ra, dalle esplorazioni mistiche di Coltrane, dalle armonie sghembe di Ornette e Don Cherry fino alla gioiosa etnomusicologia dell’Art Ensemble of Chicago. Il tutto metabolizzato senza nostalgie anzi con uno sguardo (politico?) verso il futuro della musica afroamericana che i Nexus hanno da sempre nel proprio Dna. Per quest’ultimo lavoro vengono rivisitati brani storici come Nexus Falls e Marocco ’73, a Berber Blues di Cavallanti, Waves Priestess di Tononi che poi ci delizia con la suite Piece for John Carter. Materiali che esaltano anche la ricchezza dell’aspetto compositivo. In “Experience Nexus!” le voci, i colori e le pulsioni di un collettivo di notevoli personalità sprigionano un esaltante senso di appartenenza culturale costantemente e orgogliosamente rivendicata come strada maestra irrinunciabile.

Daniele Cavallanti tenor sax, ney flute, composition – Emanuele Parrini violin – Pasquale Mirra vibes -Francesco Chiapperini alto sax, bass clarinet, flute – Silvia Bolognesi double bass – Gabriele Mitelli cornet, pocket trumpet – Tiziano Tononi drums, percussion, gongs, composition

 

MARCO COLONNA-CRISTIAN LOMBARDI (Setola Di Maiale)

MEDEA”

La figura di Medea non smette di affascinare, inquietare. Un’attrazione probabilmente legata ai caratteri estremi del dramma di Euripide immerso negli aspetti più oscuri e devastanti dell’amore, della passione, del dolore di una donna. Fascinazione che le ance di Marco Colonna e le percussioni di Cristian Lombardi supportate da un costante substrato di elettronica provano a trasmetterci in nove quadri, brevi capitoli di una suite live che al di là della suggestione mitologica risulta di notevole impatto sonoro ed emotivo. Un racconto mosso che si apre ad ambiti claustrofobici, labirinti di sentimenti senza uscita, ma anche a spazi luminosi, riflessivi su tematiche esistenziali alle quali Medea rimanda anche oggi. Colonna si muove sullo splendido crinale coltraniano, quell’irripetibile confine creativo tra misticismo e libera improvvisazione, dall’informale alla riconquista della forma, tra suono mediterraneo e utopia afroamericana. Le ance trasmettono una prepotente urgenza comunicativa che immersa con elettronica, loop, raddoppio delle voci, disegna un’estetica di notevole coerenza. Le percussioni di Lombardi garantiscono un contributo valido e personale, qualche volta necessariamente sottoesposto di fronte alla straripante polifonia dei sax.

Marco Colonna saxophones, cheap electronics – Cristian Lombardi drums

 

CARLO ALESSANDRO LANDINI

CHANGES per quartetto d’archi” (Stradivarius)

Scritta fra il 1989 e 1990, registrata in prima assoluta all’interno dei Ferienkurse a Darmstad nel 1994 dal Quartetto Arditti, “Changes” nella complessità dei suoi quasi quaranta minuti di durata senza soluzione di continuità è un lavoro impegnativo sia per l’esecutore che l’ascoltatore. La riproposizione di quella registrazione dal vivo è oggi di grande interesse, non odora di naftalina, anzi denota una vitalità sorprendente nella trama strutturale come nello sviluppo narrativo. Salta subito evidente che Landini non sia indifferente al feticcio del tempo, basterebbe citare la sua “Sonata per pianoforte n.5” che supera le otto ore, una monumentalità temporale che trova molti esempi nel secondo Novecento. L’intreccio discorsivo delle corde, spesso indipendenti, quasi lontane, poi improvvisamente contigue, mantengono una tensione, nel rapporto spazio-tempo, costante e coinvolgente. La notevole mobilità di materiali e situazioni allontana anche la cattiva abitudine di etichettare, appioppare categorie. In “Changes” tonalità, radicalità e sprazzi melodici convivono in un ricco equilibrio senza scandalo. Per chiudere non si può non evidenziare la riconosciuta maestria, misura e suono del quartetto Arditti.

Arditti Quartet: Irvine Arditti violin – David Alberman violin – Garth Knox viola – Rohan de Saram cello

 

STEFANO BATTAGLIA

PELAGOS” (Ecm-2cd set)

Affresco epico quello di Stefano Battaglia. Per durata (oltre due ore abbondanti di musica), per rigore esecutivo, per ricerca sonora, per profondità meditativa, per poesia. Non sorprende che “Pelagos” sia frutto, il risultato di due giorni di immersione nel silenzio di una comunità monastica. Quel silenzio, così raro oggi, ha permesso al pianista, all’artista, di scavare dentro di sé, dentro lo strumento per una riflessione in solitudine sulle migrazioni, cioè sulla storia, l’attualità. Silenzio che, lontano da schiamazzi volgari, egoismi e falsi pietismi, aiuta a capire, a riordinare scale di valori perduti. Battaglia usa lo strumento come amplificatore, moltiplicatore di emozioni, riempie quel silenzio di storie bellissime, drammatiche, di colori brillanti e dolori. Musica scritta, improvvisata, melodie, astrattismi, colline, onde marine, ritmi di terre lontane. Come passaggi di una cerimonia, di un rito, il pianista li scolpisce con suoni puri, limpidi ma anche distorti, deformati, ancestrali e contemporanei. In “Pelagos” ci sono le libertà del jazzista, tracce etniche, tocco contemporaneo mai accademico, soprattutto l’esigenza impellente di rischiare molto nel tentativo di alzare lo sguardo della musica sulla vita.

Stefano Battaglia piano, prepared piano

 

SIMONE GRAZIANO

SNAILSPACE” (Auand)

La fascinazione verso la letteratura Simone Graziano non l’ha mai nascosta, già in “Frontal” (Auand 2015) ringraziava la zia per averlo avvicinato a Pratolini. Con “Snailspace” il pianista allarga il panorama a Sepulveda, Borges, Sacks. Potremo interpretare questa esposizione come un invito a rapportarsi alle sue composizioni come ad un racconto letterario con i suoi cambi di ritmo, descrizione di ambienti, personaggi e sentimenti. Potremo allora dire che questo nuovo lavoro in trio è un bel racconto. Avvincente, coinvolgente, che si sviluppa coerente in ambientazioni diverse. Dove le voci dei tre interpreti sono ben disegnate, anche se le tastiere primeggiano, contrabbasso e batteria non stanno a guardare ma riempiono le vicende sonore con notevole personalità e carattere. Soprattutto l’equilibrio stilistico è molto curato nonostante le fonti d’ispirazione risultino diverse – dal jazz contemporaneo con citazioni berniane, ma anche dei Bud Plus con qualche retrogusto jarrettiano, ad altri lidi come Radiohead e Flying Lotus - su un sottofondo costantemente sporcato da pulviscolo sintetico. Un passo da lumaca che permette una maniacale cura del dettaglio, uno sguardo non convenzionale che trasforma il trio in un moderno laboratorio di idee.

Simone Graziano piano, synth, fender rhodes – Francesco Ponticelli double bass, synth – Tommy Crane drums

ALBERTO LA NEVE – FABIANA DOTA

LIDENBROCK” Concert for sax and voice (Manitù Records)

Risulterebbe fin troppo riduttivo leggere questo coraggioso lavoro in duo usando la metafora della composizione come viaggio, meccanicità analitica che anche i musicisti provano giustamente ad allontanare. Perché se lo stimolo creativo è ispirato dallo stupefacente “Viaggio al centro della Terra”, con il quale Verne nel 1864 (!) ampliava il romanzo fantastico con elementi scientifici prefigurando la fantascienza, è anche vero che la musica non dovrebbe commentare ma interpretare. Diviso in quattro capitoli (Dèpart, Islande, Sneffels e Retour) “Lidenbrock” descrive panorami sonori sempre leggibili, evitando radicalismi che il tema fantascientifico avrebbe potuto suscitare. Il sax di La Neve funziona come calda guida narrante, definisce gli aspetti ritmici, disegna linee melodiche, improvvisa scomposto in luminosi prismi sonori. La vocalità della Dota, spesso accattivante, sviluppa un ruolo visionario, evoca il sogno dell’uomo alla ricerca di se stesso nei misteri dell’avventura scientifica. Elettronica, moltiplicazioni ed effetti risultano sempre funzionali, non travalicano ruolo strumentale e vocale, lo supportano come elemento di arricchimento comunicativo in un progetto che si segnala per genuinità e rifiuto di intellettualismi.

Alberto La Neve tenor saxophone, loop machine, multieffects – Fabiana Dota voice, multieffects

 

ACRE

UNEXPECTED VARATIONS” (Creative Sources Recordings)

I tre Acre hanno trovato in Portogallo una produzione coerente con la propria poetica creativa. In realtà la musica d’arte che sfugge ad ogni incasellamento non trova nel nostro paese facili spazi di produzione e promozione. Basta ascoltare i primi minuti dei cinque quadri di “Unexpected Variations” per capire di trovarsi in pieno territorio di ricerca sganciata da etichette, teatro sonoro dove strumenti tradizionali, oggetti, rumore e visioni digitali si muovono come personaggi che vagano alla ricerca di qualcosa in un work in progress di rara tensione. La gestione collettiva dell’aspetto improvvisativo non si rifugia mai in facile effettistica, la materia sonora ribolle costante con punte parossistiche, pochi silenzi, immersioni in magici labirinti estranianti. I tre Acre, cosa rara, si sanno ascoltare, propongono, si rispondono, si allontanano, si avvicinano, si scontrano. Movimenti e pensieri macchiati da retrogusto post-rock, psichedelico, free jazz, contemporaneità richiamata dalla chitarra di Boschi non solo preparata (filosofia cageana?) ma smontata e allontanata da un suo uso tradizionale. Mentre il drumming di Baron tellurico quanto sofisticato nella ricerca del suono garantisce fondali cangianti e il live electronics di Bonini espande a dismisura gli orizzonti di una musica che fa pensare.

Ermanno Baron drums, objects – Ginomaria Boschi guitar, prepared guitar – Marco Bonini laptop, live electronics

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