Il canto del popolo ebreo massacrato

Piero Del Giudice

Miriam Novitch: dobbiamo molto a questa donna dal bel viso largo, dal bel naso così radicato. Sopravvissuta al campo di sterminio ha lavorato in Europa come storica (Women and The Holocaust), come storica dell'arte (il suo rapporto con il pittore Giuseppe Guerreschi e il ciclo di disegni e incisioni Judaica), ha polemizzato duramente con la nuova generazione di scrittori dello sterminio come Jean Francois Steiner (La verité sur Treblinka), si è occupata della rivolta del campo della morte di Sobibor (dopo la rivolta del ghetto di Varsavia, dopo la rivolta di Treblinka, in ottobre del '43 si tenta la rivolta armata a Sobibor).

La Novitch, nata nel 1908 a Vilna – Russia Bianca, al confine con la Polonia – muore nel 1990. Combatte nella Resistenza Francese, viene catturata nel 1943 e tradotta nel campo di Vittel dove incontra lo scrittore Yzhak Katzenelson (Russia Bianca 1886-Auschwitz 1943). A Vittel è confinato Yzhak Katzenelson – scrittore, autore di teatro, insegnante, militante del movimento clandestino Dvor (libertà) e scrittore sull'omonimo giornale – in attesa di riuscire a espatriare verso l'America Latina. Nell'autunno del 1943 Katzenelson scrive il poema Il canto del popolo ebreo massacrato, opera in 15 cantiche, la più espressiva, la più importante della letteratura yiddish del secolo scorso e della Shoah. Yzhak e Miriam decidono di interrare i fogli del poema «là dove si esce [dal campo] vicino al sesto palo». Katzenelson finisce nella fornace di Auschwitz a fine aprile del '44, ucciso il 1° maggio; la Novitch sopravvive e a guerra finita ritorna a Vittel, ritrova tutto e pubblica l'opera. Il Canto è un lavoro spinto sul pedale espressivo, forte di ripetizioni ossessive e disperatamente lucido. Non vi è più un orizzonte di natura, ma invece si è dentro un hangar dove echeggiano i colpi, un enorme recipiente chiuso, il pentolone di rame dove sono inceneriti le centinaia di migliaia di donne e uomini, il popolo eletto. Allora il sole 'è una lampada': «Non invocare il cielo, non ti sente. Né ti sente la terra questo mucchio di letame/ Non gridare al sole: non si supplica una lampada. Oh se potessi/ spengerlo come una lampada in questa tana di assassini». Un poema per un popolo: «disponetevi in cerchio attorno a me fino a formare un grande anello/ nonni, nonne, padri, madri con i bambini in collo/ Venite ossa di ebrei ridotte in polvere e cenere». Il popolo, la testimonianza e la memoria. Ma la memoria di che? Cosa erano i campi di sterminio – di lavoro/sterminio – se non fabbriche, forza lavoro disposta in grande abbondanza selezionata e mandata dentro la 'tana' del reparto? Quale era l'architettura del progetto di lavoro-sterminio, l'equilibrio tra sfruttamento e resistenza dell'operaio malnutrito, malvestito, dalla breve vita, se non una radicata convinzione fordista? Negli slums ottocenteschi di Londra si è snodata questa vicenda. Ci si avvolge negli stracci della sovrastruttura, nelle sue agiografie, nelle sue biografie edificanti, nei suoi santi, o – ecco la sua originalità – come in Katzenelson si guarda in faccia la realtà, e da lì, da quegli squarci si va all'universale enorme reparto di fabbrica, la tana del capitale estremo, dove ogni apparenza, ogni convenzione della vita cade: «Il sole, levandosi sugli shtetlekh di Lituania e di Polonia, non incontrerà più/ un vecchio ebreo raggiante intento a recitare alla finestra un salmo…/ il mercato è morto…/ Mai più un ebreo vi porterà la sua allegria, la sua vita, il suo spirito».

Viene un paragone qui, un'eco anzi – per qualche suono, per qualche silenzio – di Lugi Di Ruscio: «Questa notte vi ho sognato/ tutti/ compagni con cui ho lavorato per quasi una vita/ splendidamente vivi/ ritornammo a rivedere/ tutti gli orrori di quel reparto ridendo/ non sono riusciti ad ammazzarci/siamo ancora tutti vivi/ nuovi come fossimo risuscitati/ non più contaminati della sporca morte». La deportazione è sì il viaggio verso il Grande Buco Nero che Cresce - fine della Storia, fine del rapporto con dio - ma, nello stesso tempo, è il viaggio verso la fabbrica perfetta, la nuda produzione di valore. Il lager è il luogo perfetto del lavoro subordinato, disciplinati gli oppressi, iperbolico il rapporto tra costo della riproduzione della forza lavoro e produttività. Non vi è nessuna ironia nel Verbo d’entrata “Arbeit macht frei”. È ciò che ripete il capitale oggi nella crisi: lavorare di più, a meno. Là l’abbondanza senza limiti di una forza lavoro razziata, ridotta in schiavitù, a costi di rigenerazione vicini allo zero, rendeva lecito e ragionevole il suo sterminio. La camera a gas è il luogo terminale, l’ultima stazione, della parabola di quella forza-lavoro.

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