CANAN, tra favola, femminilità e biopolitica

Antonello Tolve

Sin dalla sua prima personale organizzata negli spazi della galleria x-ist (Even a Cat Has a Mustache, 2010) e dalle sue prime mosse biopolitiche nel campo dell’arte, avviate all’indomani degli studi alla Marmara Üniversitesi, Canan Şenol (Istanbul, 1970) conosciuta oggi col solo nome CANAN che in italiano può essere tradotto con il sostantivo “innamorato”, ha mostrato una attitudine creativa tesa a raccontare la via lattea della femminilità condizionata, plagiata da regole proibitive e soffocanti. Il suo lavoro si concentra, infatti, e già dal 1990, su tutte quelle istituzioni – governo, famiglia, società, religione, scuola – che influenzano la vita privata delle donne e condizionano il loro libero arbitrio.

Il processo di “normalizzazione” e di “legittimazione” (governato dalle strutture di potere) che travestono la donna in un essere mansueto, angelo del focolare, allevatrice – e in alcuni casi – istitutrice dei propri figli, lascia il posto, oggi, con Kaf Dağı’nın ardında / Behind Mount Qaf, l’importante retrospettiva organizzata a Istanbul negli spazi dell’Arter, e dedicata al lavoro quasi trentennale di CANAN, a una serie di riflessioni nel cui perno è possibile “leggere” tutte le scosse estetiche di una redenzione emotiva, di un risveglio, di una vivacità, di una vitalità innata e istintiva.

Partendo dal monte Qaf che nella cosmologia araba è una montagna mitologica persiana, simbolo di mistero divino (secondo l’Ajā’ib al-makhlūqāt wa gharā’ib al-mawjūdātMeraviglie della creazione e e aspetti miracolosi delle cose esistenti di Zakariya al-Qazwini è il luogo che nella struttura dell’universo assiste Allah nel mantenere l’equilibrio cielo e terra), CANAN costruisce un proprio percorso ancestrale dove i riti e i miti del passato si mescolano a quelli del presente e le credenze popolari si traducono in favola che conserva la memoria umbratile della storia.

Al piano terra, fronte strada, lo spettatore – e in particolare quello distratto che guarda le vetrine dell’İstiklal Caddes (il viale pedonale che collega Taksim Meydanı al distretto di Galata dove è possibile ammirare la Galata Kulesi) acceso dalla febbre dell’acquisto – inciampa su una grande installazione popolata da esseri (serpenti, pesci, piovre dorate, dragoni, scorpioni, granchi, volatili leggendari come il Sīmurgh, stelle, il sole e la luna con volto femminile, quello dell’artista, quasi sempre presente nei suoi lavori) – che coinvolge ogni età e grado intellettuale. Assieme a questo “regno animale” (Hayvanlar Âlemi / Animal Kingdom, 2017) il video Çeşme / Fountain (2000), due mammelle che gocciolano latte come una fontana malata, e la scultura cinetica Cennet / Heaven (2017) che illumina la scena con corpi ermafroditi, fanno da preambolo a una sala più intima dove cinque donne (Ay Işığında Yıkanan Kadınlar / Women Bathing in Moonlight, 2017) ululano alla luna e richiamano alla memoria la crapula antica.

Una grande pietra su cui è incisa la sagoma di una donna e tante piccole pietre che sembrano richiamare la forma di una tartaruga – Kuş Kadın / Bird Woman (2017)riceve lo spettatore al primo piano chiamato dall’artista “purgatorio” (il piano terra è il “paradiso”), titolo tra l’altro di un’opera collocata esattamente in colonna con Heaven. Ci sono qui alcuni progetti in cui l’attivismo femminista dell’artista è particolarmente avvertito, segnato da una eroica azione del corpo e della parola nello spazio. Se il video Hezeyan / Delusion (2013) mostra una donna devota, schiacciata psicologicamente dalla struttura religiosa, la scultura in mattoni trasparenti con dentro le immagini di una donna (Şeffaf Karakol / Transparent Police Station, 1998-2008), l’artista, ora abbigliata ora svestita, e una serie di incisioni evidenziano la brutalità che può manifestarsi in una stazione di polizia. La stanza che chiude questo piano intermedio (Dışarıda Çok Kötülük / There’s So Much Evil Out There, 2017) è abitata da quei «nostri muti e fedeli compagni di camera» (Bassani), una camera quasi ospedaliera dove le pareti, la federa del cuscino e la coperta sono fatti di parole, di una scrittura continua, di una storia dolce, ovattata, lontana dai dolori del mondo.

L’immersione in un cielo buio, popolato di immagini fluorescenti (Garâibü’l-mevcûdât / The Wonders of Creation), chiude il percorso con un massiccio richiamo alla favola, a un “territorio” che caratterizza buona parte della produzione di CANAN, attenta a decifrarne la verità. «Anche se pensiamo immediatamente a un mondo irrealistico quando pensiamo a una favola, penso che le favole indichino una sorta di trasferimento di memoria e di storia verbale», suggerisce l’artista. Del resto, «c’è un granello di verità in ogni favola».

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