Paolo Icaro, l’errore come base di un nuovo linguaggio

P. Icaro, Cuborto, 1969, acciaio, corda_steel, rope, cm. 91,5x91,5x91,5 (ph. M.Sereni)

Serena Carbone

Il tempo è un sentimento, ed è solo continuità. Inizio e fine sono dei limiti umani. Scrive più o meno così Paolo Icaro nell'ultimo post della sua monografia faredisfarerifarevedere. E c'è tanto di umano nella produzione e nelle scelte dell'artista nato a Torino nel 1936 che con le sue opere ha attraversato diversi decenni di storia del Secolo Breve fino ad arrivare ai nostri giorni non tradendo mai la sua ossessione più cara: lo spazio. Da scultore ne ha indagato i limiti e le potenzialità, le modalità di conquista e di arrembaggio, di liberazione e di chiusura in un'epoca che ne ha visto l' espansione fisica come metaforica.

Il libro è il risultato di dieci anni di studi e ricerche condotte da Lara Conte sulle opere e sui documenti d'archivio dell'artista. Circa cinquecento pagine raccontano di un percorso che dagli anni Sessanta giunge fino ad oggi, includendo un'antologia critica (con testi di Elena Volpato, Flaminio Gualdoni, Bruno Corà, Dore Ashton, Pier Giovanni Castagnoli, Fabrizio D'Amico, Mario Bertoni, Mauro Panzera, Martin Holman), una biografia e una bibliografia che rendono questa monografia indispensabile strumento di lavoro per chi volesse approcciarsi a un artista ingiustificatamente trascurato dalla storia dell'arte ufficiale del secondo dopo guerra. Pagina dopo pagina scorre, infatti, non solo la ricca produzione di Icaro ma anche il testo che accompagna e contestualizza la stessa in un panorama non sempre di facile lettura, viste le tangenze con la maggior parte dei movimenti coevi al suo tempo, in particolare Arte Povera e Minimal Art. Lara Conte riesce, con apparati organici e chiari, a restituire al percorso dell'artista una sua autonomia e una sua specificità non tralasciando i contatti e le influenze che lo videro protagonista di anni di sperimentazioni e di nuove visioni, a cui lo stesso partecipò con coerenza e rispettando sempre quello che era il suo modo di vedere lo spazio, al di là delle mode al di là dei miti.

Una vita vissuta tra l'Italia e gli Stati Uniti, da quando muove i primi passi nello studio torinese di Umberto Mastroianni, Icaro non ha mai smesso di volare: da Roma a New York, da Woodbridge in Connecticut, dove risiede per dieci anni, al ritorno in Italia, a Lecco prima e Pesaro dopo, nella cui provincia vive ancora. Negli anni Sessanta partecipa alle mostre più significative del momento: a Parigi alla 3ème Exposition International de Sculpture Contemporaine al Museo Rodin e, su segnalazione di Palma Bucarelli, alla Cinquième Biennale de Paris. Manifestation Biennale et International des Jeunes Artistes; a Berna è invitato da Harald Szeemann a When Attitudes Become Form. Works, Concepts, Processes, Situations, Information (anche se poi il suo intervento non verrà realizzato per motivi tecnici); in Italia è presente nelle due mostre a cura di Germano Celant che danno avvio all'Arte Povera, Arte Povera – Im-Spazio alla Galleria La Bertesca e Arte Povera più Azioni Povere ad Amalfi l'anno successivo, passando per le personali romane alla Galleria Schneider e alla Galleria La Tartaruga. Nel 1982 arriva il riconoscimento italiano al Pac di Milano, con la prima personale in uno spazio pubblico.

E a questi passaggi seguono le modificazioni della sua materia nello spazio: dalla sintassi cubo-futurista dei bronzi si passerà ad un approccio più organico-surrealista nelle terrecotte, e poi le sperimentazioni con i tubi, le catene, le gabbie e i materiali duri come l'acciaio e il cemento, fino ad arrivare allo sfaldamento della materia nelle azioni e al suo recupero gentile nei gessi. E proprio nel gesso Icaro troverà nel tempo il suo materiale prediletto.

La sua poetica rivela le tendenze proprie alla sua generazione, da scultore si interroga sulla sostanza concreta delle cose, sulle sue caratteristiche e potenzialità in uno spazio in espansione, uno spazio che diviene via via sempre più rarefatto, atmosferico, tanto da comprendere il gesto e l'azione ma soprattutto l'imperfezione. Diametralmente opposto alla fluidità minimal, Icaro tratta e compone la materia ponendo l'errore come il punto da cui ripartire per un nuovo linguaggio. Il grado zero e la possibilità di rivoluzionare lo sguardo passano da piccoli e ironici gesti piuttosto che dalla frequentazione delle barricate. Negli anni Settanta anche il testuale entra nella sua ricerca grazie ai Racconti, e la componente autobiografica e mnemonica diventano parte integrante del suo lavoro. La costruzione di una storia, la sua storia in relazione a ciò che lo circonda, e non quella di un Paese o di un popolo, costituiscono il suo interesse principale. Una storia intima e privata che, ancora una volta, trova la sua più potente esplicazione in quelle che Szeemann chiamò “mitologie individuali”. Perché per quanto indubbiamente la processualità e la decostruzione facciano parte del suo operare, si riconosce in lui una volontà formo-costruttrice, una volontà che frammenta per integrare nel flusso del fare il dato reale come psicologico, per di lì ripartire e far vedere un insieme che attraverso il particolare rivela l'universale, che dall'unico passa al molteplice, raccontando infine il tempo in cui stanno tutti.

Paolo Icaro

Faredisfarerifarevedere

a cura di Lara Conte

Mousse Publishing

pp. 512 euro 45

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