Il campo gravitazionale di Sol LeWitt

Francesca Pasini

Ci sono mostre che danno una “scossa dei nervi”, così Virginia Woolf descrive l’esperienza di Lily Briscoe quando riesce a mettere a fuoco il ritratto di Miss Ramsay (Al faro). È quella che ho provato alla mostra, Sol LeWitt, Between the Lines, alla Fondazione Carriero di Milano, curata da Francesco Stocchi e Rem Koolhaas (fino al 23 giugno 2018).

Mi sono trovata dentro la grande tela di Sol LeWitt, e mi è tornato in mente Carlo Rovelli: “Possiamo pensare che ci sia la grande tela Newtoniana su cui è disegnata la storia del mondo. Ma questa tela è fatta della stessa sostanza di cui sono fatte le altre cose del mondo, della stessa sostanza di cui sono fatte la pietra, la luce e l’aria. (…) Più che un disegno su una tela, il mondo è una sovrapposizione di tele, di strati, di cui il campo gravitazionale è solo uno fra gli altri” (Carlo Rovelli, L’ordine del tempo, Adelphi, 2017, p. 68-69).

Non voglio abbinare le parole di Rovelli alle immagini di LeWitt, anche se la suggestione è forte, ma usarle per immaginare un campo di percezione dell’arte, senza per questo stabilire una linearità arte/scienza. Credo, però, che nell’arte si formi un campo gravitazionale in cui si muove il magma emotivo che accompagna il percorso della conoscenza. Quindi mi lascio suggestionare dalle parole della fisica per indagare le immagini dell’arte in sintonia con l’accumulo di pensieri e forme che si sono depositate lungo la storia stessa del mondo, dalle grotte di Lascaux ai Tre filosofi di Giorgione, dove l’inserzione di Copernico è una “tela” che si sovrappone a quella della speculazione scientifica dell’epoca.

Ho visto spesso le opere di Sol LeWitt in mostre, installazioni e wall drawings realizzati nelle case di collezionisti. A Milano ho visto la possibilità di staccarmi dalla rappresentazione classica frontale di un quadro a una parete o di una scultura che interagisce con lo spazio e ho percepito una tela, che ne trattiene altre, come se ogni segno a grafite avesse una sua proprietà di aggregazione prima ancora di trovare la parete, lo spazio, il foglio in cui diventare visibile.

La Fondazione Carriero ha “ritrovato” una coerenza con la sua originaria architettura di palazzo privato e le pareti, le scale, i corridoi, le singole stanze sono diventate un unico organismo fatto delle cose che l’artista ha ancorato al suo mondo espressivo e di conseguenza allo scambio e all’interpretazione di chi le guarda.

Rovelli parla di pietra, luce, aria che leggo come simboli sintetici della materia fisica del mondo. Le figure di Sol LeWitt rendono partecipi della grande aspirazione dell’arte di entrare nelle coscienze, di avvolgere l’aria, la luce dei luoghi che abitiamo e percorriamo. Rende visibile l’aria stessa, come appare nella grande parete di specchio Wall Drawing #1104.

Oppure in quella in cui l’addensamento dei segni di grafite è talmente fitto da simulare un nero compatto, ma avvicinandosi si sente il variare della luce anche in base allo schermo d’ombra che proietta il nostro corpo e, quindi, si ha la sensazione di guardare la luce allo stato nascente nel buio, Wall Drawing #1267: Scribbles, 2010.

Non ha a che fare col passaggio dalla notte al giorno, è una figura della luce in sé, che mi ha fatto venire in mente un diverso modo di intendere il “Quadrato nero” di Malevic.

Una qualità che attraversa tutte le stanze coagulando wall drawings, sculture compresa l’incredibile stanza Autobiography, dove una miriade di fotografie sono il timbro dell’esperienza personale e collettiva.

Autobiography (Fotografie in bianco e nero montate su carta | 62 fogli, 30,5 x 55,9 cm ciascuno, Glenstone Museum Collection, Potamac, MDCourtesy Estate of Sol LeWitt)

Oltre ai ricordi storici c’è una dimensione attuale che interrompe la meccanicità della ripetizione, di cui pure sono nutriti gli wall drawings di LeWitt, dovuta proprio alla capacità di impastare dentro muri e spazi la speculazione visiva di LeWitt fino a farci immaginare il nucleo del segno, e la sua capacità di ridistendersi in ogni luogo. Appare la forza del “campo gravitazionale” dell’arte che va oltre il segno dell’artista stesso e può ricongiungersi a lui anche in tempi diversi, con disegni realizzati da altri, come sta alla base del concetto espressivo di LeWitt.

Il fatto che la mano dell’artista possa essere sostituita è una grande invenzione e una metafora dell’arte stessa, che, come dice Duchamp, ha sempre bisogno di essere completata dall’osservatore. Questa è la grande tela che LeWitt ci consegna e che oggi più che mai è essenziale perché ognuno riconosca la “scossa dei nervi” che un’opera produce. Molto di più del potere acclamato e conclamato del sistema economico-critico dell’arte contemporanea. Perché questo succeda è necessario assumere la propria responsabilità razionale e emotiva nel momento in cui si entra nel “campo gravitazionale” dell’arte, sapendo che non sempre siamo in grado di riconoscere il punto che produce la “scossa dei nervi”, e che questa è in relazione con chi siamo nel momento in cui incrociamo lo sguardo con il soggetto messo al mondo da artisti e artiste. In quel momento si apre un campo gravitazionale, dove la nostra conoscenza individuale percepisce una figura della relazione tra sé e l’altro.

Il recente film “The Square” ha messo in luce come l’arte che non viene assorbita nel campo gravitazionale della relazione con l’altro si risolve in una ricerca eccitata della novità, che lascia sul terreno ferite e dolori, insanabili e spesso incapaci di disegnare una propria tela.

Potrei dire che “The Square” è una metafora della difficoltà di rapportarsi al sé che intuiamo o vorremo carpire dall’altro, mentre Sol LeWitt attraverso gli occhi, le mani, il pensiero di Rem Koolhaas e Francesco Stocchi si allea all’intuizione di sé in collegamento con la visione del suo universo, nel quale siamo tutti accolti.

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