Un instant ritardatario

G.B. Zorzoli

È piacevole leggere un giallo, conoscendo il nome dell’assassino, solo nel caso di un’opera dove la crime story è il pretesto per parlare, approfonditamente, d’altro (come nel Nome della rosa). Considerazioni analoghe valgono leggendo a fine 2017 la fresca traduzione in italiano di un libro edito in USA nel 2011 (Rachel Botsman e Roo Rogers, Il consumo collaborativo, Franco Angeli), che tratta un tema di attualità, come la condivisione di beni e servizi che, grazie alle opportunità offerte dalla rete, riesce oggi a diffondersi su scala globale.

Nel volume, tradotto con sei anni di ritardo, ovviamente abbondano gli anacronismi, talvolta in coppia con previsioni contraddette da eventi successivi, come quando gli autori fanno ricorso a una citazione, altrettanto datata, per affermare che il rapporto di Al Qaeda con i media è ormai superato, perché fermo al web 0.1, ed è quindi sconfitto da You Tube, Facebook, Twitter e My Space. Previsione pochissimi anni dopo smentita dall’ISIS che, proprio grazie ai media, può continuare nel proselitismo e nella diffusione delle tecniche terroristiche, pur avendo perso il controllo del territorio conquistato. Fa specie leggere che i pannelli solari sono costosi e inaccessibili ai più come le borse Louis Vuitton, quando ormai gli impianti fotovoltaici forniscono energia a costi inferiori rispetto alle centrali a carbone, com’era pronosticato già nel 2011. O vedere descritti come novità i progetti di bike-sharing e il passaggio dalla consegna a domicilio dei film allo streaming di Netflix.

Lo scarso appealing del libro non è dovuto soltanto al ritardo nella traduzione. Concepito di fatto come un instant book, per lo più sciorina una serie di novità, irrimediabilmente datate. Nei tentativi di approfondire i fenomeni narrati, prevale una visione unidimensionale di innovazioni che, viceversa, in alcuni casi corrispondono a un cambio di paradigma (privilegiare l’uso di un bene rispetto alla sua proprietà), e in altri, contrariamente a quanto affermano gli autori, ci consentono di dire “I like”, ma ci espropriano gratuitamente di una massa di informazioni sulla nostra vita e sulle nostre aspirazioni.

Nessuno oggi definirebbe, senza se e senza ma, Internet “il più solido bene comune della Storia”, “in quanto intrinsecamente democratico e decentrato”. Né citerebbe candidamente “i social network online” come strumento per superare il concetto di proprietà. O elogerebbe Facebook, LinkedIn, Twitter, perché ci consentono di “dimostrare il nostro status e la nostra affiliazione o appartenenza a determinati gruppi senza comprare necessariamente oggetti tangibili”.

La fretta con cui il libro è stato scritto, porta altresì ad attribuire a “un’economista molto accreditata dell’Università di Cambridge” l’individuazione, nel 2002, delle onde di Komdriatev, dal nome dell’economista russo che le descrisse in un libro del 1925 come cicli lunghi 50-70 anni, ciascuno in grado di provocare una delle cinque trasformazioni epocali, diligentemente elencate da Botsman e Rogers. O a conservare la definizione “sistemi ad anello” per ciò che già nel 2011 era comunemente noto come “economia circolare”: processi produttivi o servizi concepiti in modo da trasformare i tradizionali rifiuti o scarti di lavorazione in materiali riciclabili o altrimenti riutilizzabili.

A un giovane musicista che gli aveva chiesto il parere sulla sua prima composizione, Rossini rispose che conteneva del buono e del cattivo, del nuovo e del copiato, ma «il buono era copiato e il cattivo era il nuovo». Un giudizio non molto dissimile vale per il libro di Botsman e Rogers.

Rachel Botsman e Roo Rogers

Il consumo collaborativo

Franco Angeli

pp. 212, euro 25

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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