Modernismo islamico

Claudio Canal

Una dozzina d’anni fa aveva pubblicato un libro sul filosofo tedesco Gottlob Frege, Everest del pensiero logico, con il sottotitolo Cos’è pensare? Il primo dicembre scorso l’Università di Thiès in Senegal ha accolto il nuovo rettore, già docente di filosofia all’Università Cheikh Anta Diop di Dakar: cioè Ramatoulaye Diagne Mbengue, autrice del libro citato. La prima donna in Senegal ad essere rettore/rettrice/rettora. Un po’ impacciato dalla linguistica de.genere, scelgo rettora e constato che nel paese africano su cinque università pubbliche, una è guidata da una donna, in Italia sei rettore su 82 università pubbliche.

Diagne Mbengue ha scritto lo scorso anno Le modernisme en Islam , una introduzione al pensiero di Sayyid Amir Alì. Il testo appartiene alla grandiosa fioritura filosofica che da decenni si esprime in molti paesi africani trasformando il continente da oggetto a soggetto del pensiero. Dentro questa impresa una riflessione particolare porta a ripensare la tradizione islamica non solo africana, mettendo in luce la genealogia di un islam intrinsecamente plurale in forte contrasto con il necro-islamismo di cui parlano Wael Saleh e Patrice Brodeur . Questa operazione è condotta dall’autrice attingendo al pensiero di Sayyid Amir Ali [in inglese traslitterato come Sayed Ameer Ali], importante pensatore, giurista, uomo politico indiano [1849-1928], stabilitosi in Gran Bretagna e lì sepolto, autore del volume The Spirit of Islam. A History of the Evolution and Ideals of Islam del 1891 [leggibile e scaricabile qui ].

Come mai la maggioranza dei paesi islamici è caduta sotto il giogo del colonialismo? Non sono forse i musulmani ad essersi resi colonizzabili per aver tradito lo spirito dell’Islam? Si chiede Amir Ali e Mbengue amplifica queste domande. È estranea allo spirito dell’Islam la nostalgia del passato, il culto di una età dell’oro mai esistita. Ai tempi del Profeta, per esempio, era riconosciuto e accettato lo schiavismo, ora è una pratica rifiutata e condannata. Per questo fin dal titolo si parla di evoluzione dell’Islam, di una sua intrinseca spinta autotrasformante e trasformatrice. L’azione di Dio è condizionata da quella dell’uomo che, riflettendo sul proprio essere, cerca l’aiuto divino. Recita una poesia di Muhammad Iqbal: Tu hai fatto la notte e io ho fatto la lampada;/ Tu hai fatto l’argilla e io ho fatto la coppa;/Tu hai fatto i deserti, le valli, le montagne,/ Io ho fatto le aiuole, i giardini, i roseti./ Sono io che ho tratto il vetro dalla pietra/ e l’antidoto al veleno.

Il Corano è razionalista, dice Amir Ali, esige che l’essere umano faccia appello alla ragione per le proprie azioni anche perché non c’è ombra di peccato originale da cui essere guariti e redenti. I bambini nascono innocenti. La volontà è libera e il dispiegamento di senso del testo religioso non è dato una volta per tutte, catturato in esclusiva da questa o quella scuola dottrinale.

Amir Ali, un filosofo del soggetto e dell’azione, sottolinea Mbengue, attingendo probabilmente anche al lavoro del fratello, Souleymane Bachir Diane, oggi docente alla Columbia di New York, Comment philosopher en Islam?

Come filosofare nell’Islam e non un categorico La filosofia islamica, in qualche modo parallelo ad un ipotetico Come filosofare nel Cristianesimo e non La filosofia cristiana. Accortezza dei titoli. Si tratta di una indagine certosina e sostanziosa per dimostrare che Il Corano è un libro aperto, che fin dalla sua costituzione è stato un campo propizio all’interpretazione. Che la postura razionalista non gli è estranea, anzi. Che il kalâm, la parola, va intesa, spiegata, tradotta, interpretata. Che il testo nasce da un con-testo.

Un’operazione che non si presenta come mera storiografia teologica e filosofica adibita al ricollocamento di un secolare movimento intellettuale, ma si afferma come incisione e decisione sulla realtà, filosofia come pensiero dell’attualità, combattivo e antagonista. Interno ad un confronto contemporaneo che non include solo la forza delle idee, ma anche altre forze meno ideali, che spesso scardinano esistenze e speranze in nome di una dogmatica autocelebrativa. Ricordare qui il calvario di Nasr Hamiel Abu Zayd, la sua ermeneutica umanistica e il suo importante Islam e storia: Critica del discorso religioso , 2002.

Sarà un vizio di famiglia, ma anche Souleymane Bachir Diagne ha lavorato su un altro fuoriclasse della logica, di quella matematica in particolare, George Boole, dedicandogli un volume Boole, 1815-1864 - L’oiseau de nuit en plein jour, Éditions Belin, Paris, 1989 e traducendone in francese molti scritti. Una pratica di pensiero che dissolve il noto pregiudizio, ben radicato anche in Africa, che un pensatore africano possa solo ragionare d’Africa.

Questa fermentazione intellettuale è sicuramente conseguenza di un talento personale, ma non procede dal nulla. Scriveva il governatore del Senegal, Baron Roger, che nel paese c’erano più neri in grado di scrivere e leggere in arabo nel 1828 di quanti contadini francesi fossero in grado di leggere e scrivere in Francia. Testimonianza citata da Ousmane Oumar Kane, senegalese ora docente ad Harvard, in: Beyond Timbuktu. An Intellectual History of Muslim West Africa , Harvard University Press, Cambridge, Mass. 2016, solida e corposa ricostruzione della rete di centri di sapere, di erudizione e di una grande comunità di studiosi tra Africa subsahariana, orientale e Maghreb, in cui l’arabo scritto rafforza le lingue locali, in cui il Sahara è un porto di comunicazione e non una barriera, in cui la circolazione delle persone, delle idee e degli scritti è intensa e costante e la produzione di conoscenza ramificata e vasta. In cui epistemologie diverse si incontrano e si scontrano. Prima, durante e dopo l’arrivo degli europei e da questi leggibile solo con uno sforzo dedicato. Il nostro sistema di rappresentazione fatica infatti a includere una storia intellettuale non veicolata dal pensiero europeo, la biblioteca coloniale che abbiamo in mente ci racconta sempre vicende in qualche modo a noi connesse.

Non è un caso che Souleymane Bachir Diagne abbia curato con Shamil Jeppie un ampio studio intitolato The Meanings of Timbuktu, CODESRIA/HSRC, 2008, leggibile e scaricabile qui oppure qui .

Tra i molti meriti del postcolonialismo non c’è quello di averci aperto gli occhi sul precolonialismo, su una storia indipendente dallo scontro con l’impulso coloniale europeo.

Ramatoulaye Diagne Mbengue

Le modernisme en Islam

L'Harmattan

pp. 144, euro 15

2 risposte a “Modernismo islamico”

  1. Concordo. Articolo interessantissimo come i testi a cui si riferisce che varrebbero la pena. Esorbitano dal campo forzatamente ristretto dei miei interessi concretamente praticabili – ah, la finitezza umana – ma non resisterò dall’acquistarti e tentare di trovare il tempo di leggerli, prima o poi.

    Aggiungo: buona la terza, rettrice.
    Mi pare piuttosto logico. Anche se la Treccani non è la mia stella polare, in questo caso concordo serenamente:

    rettóre s. m. (f. rettrice) [dal lat. rector -oris, propr. «guidatore», der. di regĕre «guidare, reggere», part. pass. rectus]. – 1. Chi regge, chi governa; nell’uso letter., anche fig.: rettor del cielo (Petrarca), Dio; l’alta rettrice (Parini), la ragione. Con valore di attributo, in zoologia, nell’espressione penne rettrici, le penne della coda degli uccelli, dette più comunem. timoniere. 2. Grado e titolo di funzionarî che esercitavano, dall’ultima età classica sino all’età rinascimentale, e in alcuni stati fino all’Ottocento, alte funzioni governative, giudiziarie e amministrative. Come denominazione e titolo attuale: a. R. dell’università, e assol. rettore (tradizionalmente Magnifico Rettore), il più alto responsabile di un’università, che ne dirige l’attività amministrativa, didattica e scientifica: è eletto da tutti i professori di ruolo, e dai rappresentanti dei ricercatori, tra i professori ordinarî e straordinarî (cioè della fascia A o 1a fascia); rappresenta l’università anche come persona giuridica. Il titolo di rettore esisteva già, in Europa, per le più antiche università medievali. b. Il funzionario che dirige un convitto nazionale. c. Nell’ordinamento ecclesiastico, r. della chiesa, il sacerdote che presiede all’officiatura di una chiesa che non sia cattedrale, né capitolare, né parrocchiale; r. del seminario, il superiore che presiede all’andamento generale di un seminario. ◆ Anche se va affermandosi il femm. rettrice, è com. l’uso del masch. con riferimento a donna.

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