Fascismo, postfascismo

Matteo Moca

La parola ingombrante “fascismo”, continua ciclicamente a entrare nel dibattito pubblico, soprattutto in questi anni dove la destra estrema si affaccia in maniera continua e pericolosa sul palcoscenico politico internazionale. Eppure si tratta di una semplificazione eccessiva, di cui chiunque abbia una certa conoscenza di un determinato tipo di letteratura storica intuirà una totale inefficacia. Si tratta infatti di fenomeni che non hanno ancora trovato una loro stabilità e che quindi sfuggono a qualsiasi etichetta, ancor di più a quella di fascismo, che designa invece un oggetto assai chiaro.

Contribuisce a rischiarare questo sbilanciamento del linguaggio, il nuovo libro di Enzo Traverso, I nuovi volti del fascismo, edito da Ombre Corte. Anche in questa occasione, così come per Che fine hanno fatto gli intellettuali?, il libro è in realtà una conversazione con Régis Meyran che ha posto a Traverso delle domande molto ampie che permettono di tratteggiare con una certa precisione l'essenza di questi fenomeni. La domanda da cui parte questo libro, prezioso per una aderenza all'argomento accompagnata da un'agilità di lettura invidiabile, è come tentare di inscrivere questi partiti nella storia e come differenziarli dal fascismo del XX secolo, constatato il fatto che «di fronte a nuovi scenari sconosciuti, disponiamo solo di un vecchio vocabolario ereditato dal secolo scorso» in cui «le parole sono logore, ma non ne abbiamo ancora create di nuove». I vari capitoli trattano molti dei fattori che contribuiscono ad alimentare la confusione intorno a questo problema, dal terrore jihadista alle destre populiste e razziste, concentrandosi su Marine Le Pen, il Front National e Donald Trump.

Il punto di partenza per questa analisi è un saggio pubblicato da Enzo Traverso sulla Revue du crieur nel 2015 e intitolato Spectres du fascisme. Qui lo storico mette in luce la fallacia della definizione di fascismo, che abbraccia tanto la politica di Marine Le Pen quanto quella di Daesh. Per ovviare a questa limpida imprecisione, Traverso propone la definizione di “postfascismo” che si distacca da quella di “neo-fascismo”, «tentativo di estendere e rigenerare il vecchio fascismo», perché seppur «nella maggior parte dei casi la sua matrice rimane il fascismo classico» ora «se ne è emancipato. Molti di questi movimenti non rivendicano più questa provenienza e comunque non presentano più una visibile continuità, sul piano ideologico, con il fascismo classico». Per questo, seppur non si possa ovviamente ignorare una matrice fascista senza la quale non esisterebbero, è necessario considerare in primo luogo la loro evoluzione e le trasformazioni di cui ancora non si conoscono con certezza gli esiti.

Sono pochi i tratti comuni in queste nuove destre radicali, che si assestano intorno ai temi di una rinnovata, dal punto di vista retorico, xenofobia, l'islamofobia, il nazionalismo contro la globalizzazione e il ripiegamento nazionale nei confronti dell'Europa. Si tratta però di una natura mutevole e oscillante, pienamente in accordo con questo regime di storicità, il XXI secolo, che contribuisce a spiegarne il contenuto ideologico fluttuante, instabile e spesso contraddittorio.

L'attenzione principale del dialogo tra Traverso e Meyran è ovviamente sulla situazione politica francese: nella prima parte del libro, dopo un'analisi della politica trumpiana, il riferimento principale è il Front National e la candidatura alle presidenziali di Marine Le Pen. Quando Traverso si concentra sul confronto televisivo, prima del secondo turno, tra Le Pen e Macron, individua proprio in questa forma non ancora definitiva e sempre in mutamento una delle chiavi per indagare la sconfitta della destra: «la ragione della sconfitta è profonda, e probabilmente legata al concetto di postfascismo di cui abbiamo parlato finora: un orientamento instabile, espressione di una transizione incompiuta tra un fascismo superato – la matrice del movimento – e una destra nazionalistica che non riesce ancora ad apparire legittime né rispettabile».

Andando ad analizzare più direttamente il dibattito televisivo, Traverso si concentra sul linguaggio di Le Pen, non un «linguaggio fascista», sostituito da un «razzismo edulcolorato» e una «xenofobia avvertibile ma declinata con una retorica assai diffusa tra i politici di destra». Non manca neanche un ritratto lucido ed acuto del vincitore della presidenziali francesi, Emmanuel Macron, che viene proficuamente messo in relazione a Matteo Renzi: «la vittoria di Macron ha segnato la nascita di un tipo nuovo di populismo, per certi versi già prefigurato in Italia da Matteo Renzi; un populismo né fascista né reazionario, né nazionalista né xenofobo, ma un populismo nonostante tutto. Macron si presenta come un uomo politico emancipato dalle ideologie del XX secolo: né di destra né di sinistra». Traverso prosegue analizzando i fattori favorevoli che hanno portato alla sua vittoria, come la sinistra logorata dal potere e la destra annegata nella corruzione, sottolinenando come Macron non chiedesse «l'adesione a un progetto o a dei valori» ma «l'adesione ad una persona, presentandosi come il salvatore della nazione, l'uomo della provvidenza».

Sulla xenofobia, e in particolare sulla islamofobia, si concentra inoltre in maniera ampia e dettagliata questo libro nelle sue parti centrali. La puntuale lettura di Traverso evidenzia come l'islamofobia strutturi oggi i nazionalismi europei come avveniva per l'antisemitismo nella prima metà del XX secolo. Così come gli ebrei erano considerati un elemento estraneo alla nazione nella Germania di fine Ottocento, così i musulmani oggi hanno assunto le sembianze, in Francia in questo libro, ma si tratta di un concetto fin troppo semplice da estendere almeno a una buona parte di Europa, di un invasore che mina l'identità del popolo: «ha soprattutto una matrice coloniale, dal momento che si tratta di un rifiuto che riguarda le popolazioni immigrate arabe o africane. […] Questo scontro con l'islam è uno degli elementi costitutivi del mito dell'”identità europea”». Traverso fa inoltre luce su Daesh, che viene letto come un movimento in bilico tra l'islamismo radicale e l'islamo-fascismo, per il suo nazionalismo deciso, la sua violenza estrema e per il fatto di essere nato in un paese devastato dalla guerra. Si distacca però dal fascismo storicamente inteso per l'interpretazione integralista di una religione tradizionale e per il fatto che quei paesi non hanno mai conosciuto una democrazia che possa definirsi tale. La violenza dunque, e l'adesione di giovani da ogni parte del mondo, nascerebbe come una risposta regressiva alla crisi del mondo arabo che in Europa si incrocia con un ordine neoliberale molto violento, «nel quale l'individualismo e la competizione sono imposti dalla logica del mercato a tutti i livelli della nostra esistenza».

Nella conclusione del libro Traverso tenta di tirare le fila del suo discorso, mettendo in primo piano il fatto che i postfascismi e Daesh costituiscano «dei surrogati delle utopie scomparse del XX secolo» e siano nati in un momento in cui l'orizzonte di attesa è mutato, per non dire scomparso, così come si sono eclissate le linee di pensiero del secolo scorso, in una continua perdita di credibilità; a rimanere è dunque solo l'ideologia del mercato, sterile e improbabile fonte di libertà.

Enzo Traverso

I nuovi volti del fascismo

Ombre Corte

pp. 141, euro 13

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